Appunti di diritto amministrativo e civile

a cura dell'avv. Raffaello G. Orofino

Ai fini dell’interruzione della usucapione, hanno efficacia interruttiva del possesso soltanto quegli atti che comportino, per il possessore, la perdita materiale del potere di fatto sulla cosa, nonché gli atti giudiziali diretti ad ottenere “ope iudicis” la privazione del possesso nei confronti del possessore usucapente

Cassazione civile, Sez. II, 5 novembre 2010, n. 22599

Possesso – Usucapione – Interruzione – Perdita materiale del potere di fatto sulla cosa  - Necessità.

Con atto di citazione notificato nel 1988, Tizio e Caio convenivano in giudizio dinanzi al Tribunale di Lecco Mevio e Sempronio e, premesso di essere proprietari di immobili già di proprietà del padre, chiedevano la rettifica dell’atto di divisione del 1963 – costituente il titolo di proprietà degli attori, unitamente alla successione ereditaria – intervenuto tra il loro dante causa e il dante causa dei convenuti, relativamente alla titolarità di alcuni mappali e di diritti di servitù, qualificando tale domanda, in via subordinata, come accertamento della avvenuta usucapione.

I convenuti costituendosi in giudizio contestavano le domande attrici assumendo che la scrittura privata addotta dagli attori a fondamento delle loro pretese risultava sottoscritta solamente da uno dei coeredi e non poteva quindi essere opposta agli altri e sostenendo l’operatività tra le parti dell’atto di divisione; chiedevano inoltre in via riconvenzionale la condanna degli attori alla rimessione in pristino dei mappali asseritamente posseduti illegittimamente mediante la demolizione delle opere eseguite e la consegna agli esponenti.

Il Tribunale adito, con sentenza del 1997, respingeva la domanda attrice e, in parziale accoglimento della domanda riconvenzionale, dichiarava l’operatività tra le parti dell’atto di divisione.

Proposta impugnazione da parte di Tizio e Caio, cui resistevano Mevio e Sempronio che proponevano altresì appello incidentale, la Corte di Appello di Milano, con sentenza del 2004, respingeva l’appello principale e, in accoglimento dell’appello incidentale, condannava Tizio e Caio a restituire agli appellati i fondi di cui ai mappali [omissis] e la quota di fabbricato insistente sul mappale [omissis].

Per la cassazione di tale sentenza Tizio e Caio hanno proposto ricorso, cui Mevio e Sempronio hanno resistito con controricorso.

Con il primo motivo di ricorso Tizio e Caio, denunciando violazione e falsa applicazione degli artt. 1102, 1140, 1141, 1158, 1164 e 2697 c.c. e 115 c.p.c., nonché omessa e/o contraddittoria motivazione, assumono che la Corte territoriale non ha considerato da un lato che il compossesso da parte degli esponenti sui beni oggetto di causa non era mai stato contestato dalle controparti ed anzi era stato espressamente ammesso negli atti processuali, e dall’altro che non era stato invece provato da parte degli appellati ed appellanti incidentali il loro compossesso sugli stessi beni (in quanto contestato dagli istanti), ed ha quindi invertito l’onere della prova, omettendo di rilevare la pacificità del possesso ultraventennale degli immobili da parte di Tizio e Caio.

Con il secondo motivo i ricorrenti, deducendo violazione e falsa applicazione degli artt. 1102, 1158, 1163, 1164, 1165, 1167, 2697, 2727, 2728 e 2729 c.c. e 112 e 115 c.p.c., ed omessa e/o insufficiente motivazione, censurano la sentenza impugnata per aver escluso la sussistenza di prove documentali e testimoniali in ordine all’invocato pacifico possesso da parte degli esponenti degli immobili per cui è causa e per aver anzi evidenziato erroneamente diversi atti come “indicativi della titolarità del diritto di proprietà o di qualsiasi altro diritto reale sull’immobile escludendo in capo agli appellanti la pienezza e l’esclusività del diritto, quale sostitutivo del proprio“.
In tal senso erano state valorizzate una denuncia presentata dagli appellanti nel 1985 nei confronti di Mevio e Sempronio per violazione dell’art. 637 c.p. (ingresso abusivo sul fondo altrui) e una denuncia per violazione del diritto di proprietà sporta da questi ultimi nel 1985 al Sindaco del Comune di [omissis] nei confronti di Tizio e Caio per ampliamento e sistemazione della tettoia per il ricovero di attrezzi agricoli di cui al mappale [omissis], a seguito della quale il Sindaco con ordinanza del 1985 aveva ordinato agli attuali ricorrenti la demolizione di opere realizzate senza concessione edilizia.
Sennonché, a dire dei ricorrenti, tali denunce erano irrilevanti in quanto intervenute ben due anni dopo il maturare del termine ventennale utile all’usucapione, iniziato il 1963, allorché si era verificata l’interversione del possesso in occasione del rogito [omissis], e terminato il 1983. In ogni caso, la denuncia presentata dalle controparti al Sindaco di [omissis] era atto irrilevante perché non incidente sul possesso, mentre la denuncia sporta dagli esponenti costituiva soltanto la manifestazione del possesso animo domini dei beni per cui è causa.
Peraltro, non vi era comunque prova che in seguito alle suddette denunce fosse intervenuta una interruzione ultrannuale dell’usucapione ai sensi dell’art. 1167 c.c., e neppure era stato spiegato come una pretesa turbativa del possesso relativamente ad una sola parte degli immobili potesse avere effetto sulla residua parte di essi.
Infine, i ricorrenti rilevano che le deposizioni testimoniali in ordine alla dimostrazione del potere di fatto ultraventennale sugli immobili da parte degli istanti non erano affatto di segno contrario alle emergenze documentali, come invece ritenuto dal giudice di appello, e che non erano state valutate le prove di natura presuntiva derivanti dalla circostanza che il rustico esistente sul mappale [omissis] era risultato essere utilizzato per metà da ciascuna delle parti, e che parte avversa aveva recintato il suddetto mappale con l’apposizione di un cancello, arretrando sino alla mezzeria del rustico onde consentire agli appellanti principali il libero accesso alla metà degli stessi utilizzata, così riconoscendo il diritto di proprietà altrui.

La Corte di Cassazione ha ritenuto fondate tali censure, sulla scorta delle seguenti motivazioni.

Il giudice di appello ha escluso la prova da parte degli attuali ricorrenti di un possesso uti domini pacifico e continuato ultraventennale degli immobili predetti, evidenziando anzi la sussistenza di due atti interruttivi di esso da parte degli effettivi proprietari (ovvero le due denunce sopra richiamate), ed aggiungendo che le dichiarazioni dei testi [omissis] non potevano ritenersi attendibili, considerato che la prima era la madre degli appellanti e la seconda era la moglie di Caio, e che comunque entrambe le suddette deposizioni erano in contrasto con la prova documentale – rappresentata dalle menzionate denunce – della opposizione al possesso da parte degli aventi diritto.
Da tali elementi discende la considerazione che nel convincimento maturato dalla Corte territoriale hanno avuto un peso preponderante, più che la valutazione del materiare probatorio attinente alla prova del possesso, i due pretesi atti interruttivi costituiti dalla denunce sopra richiamate.

La Corte di Cassazione ha tuttavia evidenziato l’irrilevanza di tali atti, entrambi riferiti, peraltro, all’anno 1985, ovvero ad epoca in cui sarebbe già decorso il termine ventennale del possesso utile all’usucapione (iniziato secondo l’assunto di Tizio e Caio quantomeno dal 1963, allorché era stata formalizzata la divisione per atto notarile).
A nessuna delle due denunce suddette, infatti, può attribuirsi valenza interruttiva del possesso in questione.
Premesso, invero, che non è consentito attribuire efficacia interruttiva del possesso se non ad atti che comportino, per il possessore, la perdita materiale del potere di fatto sulla cosa, oppure ad atti giudiziali siccome diretti ad ottenere ope iudicis la privazione del possesso nei confronti del possessore usucapente (Cass. 23-11-2001, n. 14917; Cass. 19-6-2003, n. 9845), è agevole osservare, quanto alla denuncia presentata a suo tempo da Tizio e Caio nei confronti di Mevio e Sempronio che trattasi di atto proveniente dagli stessi possessori e non dai proprietari, significativo semmai della volontà da parte degli attuali ricorrenti di non intendere subire turbative del loro possesso, e che per altro verso non può neppure essere configurato come riconoscimento del diritto del proprietario da parte del possessore; sulla base del principio di diritto sopra richiamato è poi evidente che anche la denuncia presentata da Mevio e Sempronio per violazione del loro diritto di proprietà deve ritenersi ininfluente sulla prosecuzione del possesso sui beni, non impedito materialmente né contestato in modo idoneo.

Pertanto, poiché l’erronea considerazione dei suddetti atti da parte del giudice di appello ha avuto un rilievo decisivo anche in ordine all’apprezzamento degli ulteriori elementi di prova costituiti essenzialmente dalle dichiarazioni dei testi escussi, la Suprema Corte ha ritenuto che occorra procedere ad una nuova valutazione del materiale probatorio in ordine all’invocato possesso ad usucapionem da parte degli attuali ricorrenti, ed ha pertanto cassato la sentenza impugnata, rinviando la causa ad altra sezione della Corte di Appello di Milano.

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