Appunti di diritto amministrativo e civile

a cura dell'avv. Raffaello G. Orofino

La Regione è responsabile ex art. 2043 cod. civ. dei danni arrecati da animali selvatici a persone o cose

Cassazione civile, Sez. III, 16 novembre 2010, n. 23095

Obbligazioni – Responsabilità extracontrattuale – Animali selvatici.

Nel 1998, Tizio citava in giudizio innanzi al Tribunale di Firenze la Regione Toscana e la Provincia di Grosseto per ottenere il risarcimento dei danni provocati alla propria autovettura da un grosso cinghiale, che aveva repentinamente attraversato, al suo sopraggiungere, la strada provinciale percorsa alla guida del proprio veicolo.

Costituitesi in giudizio entrambe le amministrazioni, la Regione Toscana eccepiva di non essere titolare del potere di gestione del patrimonio faunistico e di manutenzione della strada; allo stesso modo, anche la Provincia di Grosseto eccepiva la propria carenza di legittimazione passiva, altresì rilevando nel merito che l’obbligo di apporre cartelli segnalatori si imponeva solo nei casi di strada situata in una zona particolarmente battuta da tale tipo di fauna.

Con sentenza del 23 febbraio 2001, il Tribunale di Firenze riconosceva la legittimazione passiva di entrambi gli enti pubblici territoriali rispetto all’azione proposta, in quanto, sulla base della legge n. 157/1992, le competenze di entrambi gli enti in materia di pianificazione faunistica si intersecavano, ma rigettava la domanda ritenendo che la parte attrice non avesse fornito in concreto la prova che l’evento dannoso fosse ricollegabile a una condotta colposa di una (o di entrambe) le amministrazioni convenute.

Con sentenza del 12 dicembre 2005, la Corte d’Appello di Firenze accoglieva l’appello proposto da Tizio, condannando in solido la Regione Toscana e la Provincia di Grosseto al risarcimento del danno da lui subito a causa dell’investimento del cinghiale.

La Regione Toscana ha proposto ricorso per cassazione, sostenendo che la propria legge regionale n. 3/1994 ha attribuito alla sola provincia le funzioni concernenti la conservazione e l’incremento del patrimonio faunistico, ivi compresa l’adozione delle misure cautelari.

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso proposto dalla Regione Toscana, sulla scorta delle seguenti considerazioni.

La legge 11 febbraio 1992, n. 157Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio») prevede che le regioni a statuto ordinario provvedono ad emanare norme relative alla gestione ed alla tutela di tutte le specie della fauna selvatica (art. 1, comma 3).
L’art. 9 della citata legge n. 157/1992, dispone inoltre che «le regioni esercitano le funzioni amministrative di programmazione e di coordinamento ai fini della pianificazione faunistico-venatoria di cui all’articolo 10 e svolgono i compiti di orientamento, di controllo e sostitutivi previsti dalla presente legge e dagli statuti regionali», mentre «alle province spettano le funzioni amministrative in materia di caccia e di protezione della fauna secondo quanto previsto dalla legge 8 giugno 1990, n. 142, che esercitano nel rispetto della presente legge».
Peraltro, l’art. 26, l. n. 157/1992 (rubricato: «Risarcimento dei danni prodotti dalla fauna selvatica e dall’attività venatoria»), sancisce che «per far fronte ai danni non altrimenti risarcibili arrecati alla produzione agricola e alle opere approntate sui terreni coltivati e a pascolo dalla fauna selvatica, in particolare da quella protetta, e dall’attività venatoria, è costituito a cura di ogni regione un fondo destinato alla prevenzione e ai risarcimenti, al quale affluisce anche una percentuale dei proventi di cui all’articolo 23».

Ne consegue che «alle Regioni compete l’obbligo di predisporre tutte le misure idonee ad evitare che gli animali selvatici arrechino danni a persone o a cose e, pertanto, nell’ipotesi (corrispondente al caso in esame) di danno provocato dalla fauna selvatica ed il cui risarcimento non sia previsto da apposite norme, la Regione può essere chiamata a rispondere in forza della disposizione generale contenuta nell’art. 2043 cod. civ.: Cass. 1 agosto 1991, n. 8470; 13 dicembre 1999, n. 13956; 14 febbraio 2000, n. 1638; 24 settembre 2002, n. 13907».

  • Print
  • PDF
  • email
  • RSS
  • Facebook
  • Twitter
  • FriendFeed
  • LinkedIn
  • MySpace
  • Digg
  • del.icio.us
  • Wikio IT
  • Google Bookmarks

Il Comune è responsabile dei danni derivanti dalla caduta occorsa ad un motociclista a causa del fondo stradale sdrucciolevole di una via del centro cittadino

Cassazione civile, Sez. III, 15 ottobre 2010, n. 21328

Danno cagionato da cosa in custodia – Bene demaniale – Responsabilità del custode – Criteri di valutazione della esigibilità della custodia.

La presunzione di responsabilità per danni da cose in custodia, prevista dall’art. 2051 c.c., trova applicazione per i danni subiti dagli utenti dei beni demaniali, tra i quali le strade, tutte le volte in cui sia possibile, da parte dell’ente proprietario o che abbia la disponibilità e il godimento della res, la custodia intesa come potere di fatto o signoria sul bene medesimo.
La nozione della custodia rappresenta dunque un elemento strutturale dell’illecito, che qualifica il potere dell’ente sul bene che esso amministra nell’interesse pubblico. I criteri di valutazione della c.d. esigibilità della custodia ineriscono alla natura ed alle caratteristiche del bene da custodire e, dunque, riguardano la sua estensione, la sua dimensione, le dotazioni ed i sistemi di assistenza, di sicurezza, di segnalazioni di pericolo, generico e specifico, che sono funzionali alla sicurezza della circolazione ed in particolare dell’utente, persona fisica, che quotidianamente percorre quel tratto stradale.

La responsabilità dell’ente resta esclusa in presenza di caso fortuito, la cui prova grava sull’ente medesimo, per effetto della presunzione iuris tantum, ovvero se l’utente danneggiato abbia tenuto un comportamento colposo tale da interrompere il nesso eziologico tra la causa del danno e il danno stesso, potendosi eventualmente ritenere, ai sensi dell’art. 1227 c.c., comma 1 un concorso di colpa idoneo a diminuire, in proporzione della incidenza causale, la responsabilità della pubblica amministrazione, sempre che tale concorso sia stato dedotto e provato.

Facendo applicazione di tali principi, la Suprema Corte ha ritenuto che nel caso sottoposto al suo esame, riguardante il sinistro occorso ad un motociclista, caduto con la sua moto su una via del centro storico a causa del fondo stradale scivoloso, sussistesse la responsabilità del Comune ai sensi dell’art. 2051 c.c., in quanto il centro cittadino, particolarmente frequentato da pedoni e da veicoli, rientra senz’altro nelle possibilità di controllo e di adeguato esercizio dei poteri di custodia e relativi provvedimenti cautelari, vuoi con la presenza di vigili, vuoi con la apposizione di segnali che evidenzino il pericolo generico di strada antica e sdrucciolevole per la presenza di fossati e dislivelli.

  • Print
  • PDF
  • email
  • RSS
  • Facebook
  • Twitter
  • FriendFeed
  • LinkedIn
  • MySpace
  • Digg
  • del.icio.us
  • Wikio IT
  • Google Bookmarks

L’azione di rivalsa dell’assicuratore può essere esercitata solo contro il proprietario-assicurato, ma ciò non esclude la possibilità di far valere, per il fatto compiuto dal minore, la responsabilità del genitore non stipulante ai sensi dell’art. 2048 c.c.

Cassazione civile, Sez. VI, 26 luglio 2010, n. 17504

Contratto di assicurazione - Assicurazione della responsabilità civile auto – Circolazione stradale – Risarcimento del danno per fatto compiuto dal minore – Azione di rivalsa dell’assicuratore configurabile solo contro il proprietario-assicurato – Responsabilità ex art. 2048 c.c. del genitore non stipulante - Ammissibilità – Surroga dell’assicuratore.

L’azione di rivalsa prevista dalla legge n. 990 del 1969 può essere esercitata solo contro il proprietario-assicurato.
Ciò, tuttavia, non esclude la configurabilità di una responsabilità a diverso titolo a carico di altri soggetti e, in particolare, l’applicabilità dell’art. 2048 c.c.

Pertanto, l’assicuratore che abbia provveduto al risarcimento del danno derivante dalla circolazione di veicolo a motore per il quale è obbligatoria l’assicurazione, condotto da minore (privo di patente), non può esercitare, contro il genitore non stipulante, la rivalsa prevista dall’art. 18, l. n. 990/1969 [ed ora dall'art. 144, d.lgs. n. 209/2005], ma può surrogarsi a norma dell’art. 1203 c.c., n. 3, nei diritti del danneggiato verso il genitore non stipulante, per far valere la responsabilità di questo, ai sensi dell’art. 2048 c.c., per i danni cagionati dal figlio.

  • Print
  • PDF
  • email
  • RSS
  • Facebook
  • Twitter
  • FriendFeed
  • LinkedIn
  • MySpace
  • Digg
  • del.icio.us
  • Wikio IT
  • Google Bookmarks

In relazione ai danni subiti a causa dello straripamento di liquami dall’impianto fognario, sussiste la responsabilità prevista dall’art. 2051 c.c., salva la prova del caso fortuito

Tribunale di Bari, Sezione distaccata di Rutigliano, 28 giugno 2010

Responsabilità extracontrattuale – Danno cagionato da cosa in custodia – Presunzione di responsabilità in capo al custode per i danni provocati dalla cosa in custodia.

In virtù dell’art. 2, d.lgs. n. 141/1999, sono affidate alla neonata società Acquedotto Pugliese s.p.a., fino al 31/12/2018, le finalità già attribuite al vecchio Ente autonomo per l’Acquedotto Pugliese; tale articolo, inoltre, conferma, senza possibilità di fraintendimento alcuno, che «la società subentra in tutti i rapporti attivi e passivi di cui l’ente era titolare».

Ciò premesso, a mente del R.D.L. n. 1464/1938, l’A.Q.P. è tenuto ad eseguire, nei Comuni serviti dal predetto ente, i lavori di riparazione straordinaria degli impianti di fognatura, al fine di assicurarne il perfetto funzionamento, disponendo dei necessari poteri di intervento, senza necessità di ausili operativi esterni reperibili in capo alla Pubblica Amministrazione, eccetto i casi in cui tale intervento sia espressamente richiesto dalla P.A. stessa. E’, infatti, posto in capo all’A.Q.P. il compito di procedere alla stesura del progetto per la pianificazione degli interventi straordinari da effettuare, che successivamente vengono sottoposti al vaglio della P.A., alla quale devono essere noti, per ragioni di ordine pubblico, il tratto di rete fognaria sulla quale eseguire le opere, il tipo di opere da realizzare, nonché l’onere di spesa gravante sulla Amministrazione Comunale.

Pertanto, poiché dall’istruttoria espletata nel corso del giudizio nonché dai documenti depositati agli atti non è emersa alcuna attività di pianificazione da parte della convenuta inerente interventi straordinari relativi al tratto fognaio prospiciente l’immobile di proprietà degli attori, gli obblighi di custodia e vigilanza gravanti sulla medesima escludono la eccepita carenza di legittimazione passiva dell’Acquedotto Pugliese s.p.a. nel giudizio in cui si è chiesta la sua condanna al ripristino dell’efficienza della rete fognaria, in maniera che la stessa non possa più arrecare ulteriori danni all’immobile di proprietà dell’attore, nonché il risarcimento di tutti i danni già provocati a tale immobile a causa del suo cattivo funzionamento.

Deve inoltre affermarsi che, come previsto dal R.D.L. 1464/1938, in capo all’A.Q.P. è configurabile, in relazione ai danni subiti a causa dello straripamento di liquami dall’impianto fognario dovuto al suo cattivo funzionamento, la responsabilità prevista dall’art. 2051 c.c..
Il concetto di “custodia” rilevante ex art. 2051 c.c. si concretizza in un criterio oggettivo di imputazione di responsabilità, fondato sulla mera esistenza della relazione di custodia che intercorre tra il soggetto e la cosa e sul nesso di causalità tra “res” e danno, senza che vi sia spazio per una valutazione del comportamento del custode, sicché il custode non si libera dall’onere risarcitorio provando la propria diligenza, ma solo provando il caso fortuito.
Pertanto, l’attore avrà l’onere di provare l’esistenza del rapporto eziologico tra la cosa e l’evento lesivo, mentre il convenuto, per liberarsi, dovrà provare l’esistenza di un fattore estraneo alla sua sfera soggettiva, che presenti i caratteri della imprevedibilità e della assoluta eccezionalità (tali sono, per l’appunto, gli elementi che identificano il caso fortuito), idoneo ad interrompere quel nesso causale.

» vai alla sentenza per esteso

  • Print
  • PDF
  • email
  • RSS
  • Facebook
  • Twitter
  • FriendFeed
  • LinkedIn
  • MySpace
  • Digg
  • del.icio.us
  • Wikio IT
  • Google Bookmarks

La giurisdizione sulla richiesta di risarcimento del danno derivante dalla realizzazione di un’opera pubblica spetta al giudice ordinario

Cassazione civile, Sez. unite, 25 maggio 2010, n. 12792

Responsabilità della pubblica amministrazione - Realizzazione opera pubblica – Danni derivati dall’esecuzione dei lavori – Giurisdizione del giudice ordinario.

Mentre la localizzazione dell’opera pubblica è attività di natura provvedimentale, non lo sono la sua concreta realizzazione e manutenzione, attività queste di natura materiale nello svolgere le quali non i soli soggetti privati cui sia affidata l’esecuzione dell’opera, ma la stessa pubblica amministrazione che se ne faccia esecutrice debbono osservare le regole tecniche ed i canoni di diligenza e prudenza (Cass., Sez. unite, 13 dicembre 2007, n. 26108; Cass., 28 dicembre 2007, n. 27187).

Pertanto, la giurisdizione sulla domanda diretta ad ottenere il risarcimento dei danni derivanti dalla esecuzione di siffatta opera (nel caso di specie: un parcheggio sotterraneo, dalla cui realizzazione – a detta dell’attore – erano derivati danni al fabbricato di sua proprietà) spetta al giudice ordinario non soltanto in confronto della parte privata che ha eseguito i lavori, ma anche della parte pubblica che li ha commissionati.

  • Print
  • PDF
  • email
  • RSS
  • Facebook
  • Twitter
  • FriendFeed
  • LinkedIn
  • MySpace
  • Digg
  • del.icio.us
  • Wikio IT
  • Google Bookmarks

Danno da infiltrazioni e responsabilità del condominio quale custode delle tubazioni comuni

Tribunale di Bari, Sez. III civile, 14 gennaio 2010

Responsabilità extracontrattuale – Danno cagionato da cosa in custodia – Presunzione di responsabilità in capo al custode per i danni provocati dalla cosa in custodia – Applicabilità alla materia condominiale.

La norma di cui all’art. 2051 c.c., secondo la quale «ciascuno è responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito», prevede una responsabilità presunta in capo al custode per i danni provocati dalla cosa che ha in custodia.
Il fondamento della responsabilità prevista dall’art. 2051 c.c. va individuato nel dovere di custodia che grava sul soggetto (proprietario, usufruttuario, enfiteuta, conduttore) che, a qualsiasi titolo, ha un effettivo e non occasionale potere fisico sulla cosa in relazione all’obbligo di vigilare affinché la stessa non arrechi danni a terzi.
In ogni caso, ai fini del riconoscimento della responsabilità del custode non è necessario che la res sia intrinsecamente pericolosa, ma è sufficiente, perché possa essere riscontrato il rapporto di causalità fra la cosa ed il danno, che la cosa abbia una concreta potenzialità dannosa per sua connaturale forza dinamica o anche statica o per effetto di concause umane o naturali.

Pertanto, nel giudizio avente ad oggetto la richiesta di risarcimento del danno provocato da una cosa in custodia, il danneggiato dovrà dimostrare il danno subito, il rapporto di causalità fra la cosa e l’evento lesivo e la relazione (di proprietà o di uso) intercorrente fra il convenuto e la res (cfr. in tal senso, ex plurimis, Cass. n. 25243/2006), mentre graverà sul custode l’onere di fornire la prova liberatoria idonea a superare la presunzione iuris tantum prevista a suo carico, dimostrando che l’evento dannoso si è verificato per l’intervento di un fattore esterno (fatto del terzo o dello stesso danneggiato, caso fortuito, forza maggiore), idoneo ad interrompere il nesso causale.
La più recente giurisprudenza in materia, infatti, tende ad individuare nella fattispecie prevista dall’art. 2051 c.c. una ipotesi di responsabilità oggettiva in virtù della quale è sufficiente che sussista il nesso causale tra la cosa in custodia ed il danno arrecato, non assumendo rilievo la condotta del custode e l’osservanza o meno di un obbligo di vigilanza da parte sua, giacché funzione della norma è quella di imputare oggettivamente la responsabilità al soggetto che, rivestendo la qualità di custode, è in grado di controllare le modalità d’uso e di conservazione della cosa e di prevenire i rischi ad essa inerenti.

L’anzidetta disciplina trova applicazione anche nel regime del condominio degli edifici, dove l’ente, in veste di custode dei beni e dei servizi comuni, è obbligato ad adottare tutte le misure necessarie affinché le cose comuni non rechino pregiudizio ad alcuno, rispondendo conseguentemente dei danni da queste cagionati sia a terzi che agli stessi condomini.
Pertanto, poiché – ai sensi dell’art. 1117 c.c. – le tubazioni sono beni di proprietà comune fino al punto di diramazione, assolvendo ad una funzione comune fino all’ingresso nella singola unità immobiliare privata, dove la conduttura è predisposta al servizio esclusivo della porzione di proprietà individuale, il condominio può essere chiamato a rispondere ex art. 2051 c.c. in presenza di infiltrazioni dannose dovute a difetti o ad omessa manutenzione o ristrutturazione delle condutture, gravando sullo stesso, in qualità di custode, l’obbligo di mantenerle e conservarle in maniera tale da evitare la produzione di eventi dannosi.

  • Print
  • PDF
  • email
  • RSS
  • Facebook
  • Twitter
  • FriendFeed
  • LinkedIn
  • MySpace
  • Digg
  • del.icio.us
  • Wikio IT
  • Google Bookmarks

Immissioni moleste di fumo di sigarette e risarcimento del danno esistenziale

Cassazione civile, Sez. III, 31 marzo 2009, n. 7875

Responsabilità extracontrattuale – Immissioni moleste di fumo di sigarette - Danno esistenziale – Risarcibilità.

Va riconosciuto il diritto ad ottenere il risarcimento del danno esistenziale, causato da immissioni moleste di fumo di sigarette, ai componenti di una famiglia i quali, abitando sopra un bar frequentato da molti fumatori, sono stati a lungo costretti a subire gli effetti fastidiosi ed insalubri del fumo passivo, nonché a tenere chiuse le finestre anche in piena estate per tutelare la propria salute.

  • Print
  • PDF
  • email
  • RSS
  • Facebook
  • Twitter
  • FriendFeed
  • LinkedIn
  • MySpace
  • Digg
  • del.icio.us
  • Wikio IT
  • Google Bookmarks

Domanda di condanna della pubblica amministrazione ad un facere e relativa giurisdizione

Cassazione civile, Sez. unite, 13 dicembre 2007, n. 26108

Gestione e manutenzione dei beni pubblici – Inosservanza di regole tecniche o dei comuni canoni di diligenza e prudenza – Richiesta di condanna ad un facere - Giurisdizione del giudice ordinario.

L’inosservanza da parte della pubblica amministrazione, nella gestione e manutenzione dei propri beni, delle regole tecniche o dei comuni canoni di diligenza e prudenza, può essere denunziata dal privato innanzi al giudice ordinario, non solo ove la domanda sia volta a conseguire la condanna della P.A. al risarcimento del danno patrimoniale, ma anche ove sia volta a conseguire la condanna della P.A. ad un facere, giacché la domanda non investe scelte ed atti autoritativi dell’amministrazione, ma attività soggetta al rispetto del principio del neminem laedere (cfr., da ultimo, in differenti ipotesi di danno derivante al privato da opere pubbliche, Cass. 20 ottobre 2006, n. 22251; 28 novembre 2005, n. 25036; 18 ottobre 2005, nn. 20117 e 20123; 14 gennaio 2005, n. 599).
Del resto, è risalente e consolidato il principio secondo cui la discrezionalità della pubblica amministrazione circa i criteri e le modalità di esecuzione di un’opera pubblica in relazione all’apprezzamento ad essa demandato degli interessi e delle esigenze della collettività dei cittadini e degli strumenti atti a soddisfarli, non esime l’amministrazione dall’osservare le specifiche disposizioni di legge e di regolamento e le generali norme di prudenza e diligenza, imposte dal già ricordato precetto del neminem laedere a tutela dell’incolumità dei cittadini e dell’integrità del loro patrimonio, con la conseguenza che, se dalla inosservanza di tali norme derivi un danno al terzo, va a questi riconosciuta azione risarcitoria, anche in forma specifica, davanti al giudice ordinario, vertendosi in tema di fatto illecito lesivo di posizioni di diritto soggettivo (cfr., in tal senso, SS.UU. 6 dicembre 1988, n. 6635, 17 novembre 1984, n. 5834; 28 maggio 1975, n. 2156).

Deve dunque riconoscersi l’esperibilità innanzi al giudice ordinario di tutte le azioni risarcitorie, per equivalente o in forma specifica, nelle quali si denunzino comportamenti della P.A. configurabili come illeciti ex art. 2043 c.c. ed a fronte dei quali, per non avere la stessa P.A. osservato condotte doverose, la posizione soggettiva del privato non può che definirsi di diritto soggettivo ed, al contempo, non è ravvisabile il momento autoritativo nell’azione od omissione addebitata alla P.A. convenuta.
Quest’ultima, infatti, allorquando non si ponga nei confronti del privato come autorità preposta alla tutela di determinati interessi collettivi, è soggetta, come ogni persona fisica o giuridica, alla giurisdizione del giudice ordinario e, parimenti, è vincolata al rispetto della regola generale del neminem laedere, onde detta giurisdizione va affermata ogniqualvolta il comportamento della P.A. non risulti espressione dell’esercizio di un potere autoritativo, o ancora quando l’atto o il provvedimento del quale costituisca esecuzione la condotta imputata all’amministrazione non formi oggetto del giudizio, facendovisi valere unicamente l’illiceità della condotta medesima che abbia inciso o sia suscettibile d’incidere sull’incolumità o sui diritti patrimoniali del privato (nel caso di specie, non essendo stati evocati in giudizio da alcuna delle parti atti o provvedimenti dell’amministrazione, ma essendosi incentrata la controversia unicamente sulla condotta omissiva dell’ente pubblico, della quale si è contestata la liceità, è stata dichiarata la giurisdizione del giudice ordinario).

  • Print
  • PDF
  • email
  • RSS
  • Facebook
  • Twitter
  • FriendFeed
  • LinkedIn
  • MySpace
  • Digg
  • del.icio.us
  • Wikio IT
  • Google Bookmarks

Il danno cagionato dalla fauna selvatica non è risarcibile in base alla presunzione stabilita nell’art. 2052 c.c., ma solamente alla stregua dei principi generali della responsabilità extracontrattuale di cui all’art. 2043 c.c., anche in tema di onere della prova

Cassazione civile, Sez. III, 14 febbraio 2000, n. 1638

Obbligazioni – Responsabilità extracontrattuale – Animali selvatici.

È certamente vero che, rientrando la fauna selvatica – a seguito dell’introduzione dell’art. 1, l. n. 968/1977 (poi ribadito con l’art. 1, l. n. 157/1992) -, nella categoria dei beni patrimoniali indisponibili dello Stato (art. 826, comma 2 c.c.), e non potendo quindi più parlarsi, a proposito di essa, di res nullius, è venuta meno una delle ragioni (l’inesistenza di un proprietario) per cui si è sempre negata l’applicabilità dell’art. 2052 c.c. ai danni provocati da tal genere di animali, anche se vaganti in una riserva di caccia.

È altrettanto vero, tuttavia, che il fondamento primo della responsabilità presunta di cui all’art. 2052 c.c. risiede non tanto nella proprietà (ed infatti in essa incorre anche il semplice utente) quanto nel potere-dovere di custodia, ossia nella concreta possibilità di vigilanza e controllo del comportamento degli animali, per definizione non configurabile nei confronti della selvaggina, la quale tale non sarebbe se non potesse vivere, spostarsi e riprodursi liberamente nel proprio ambiente naturale; di talché può ben dirsi che questo stato di libertà sia concettualmente incompatibile con un qualsiasi obbligo di custodia incombente alla pubblica amministrazione.
La selvaggina, proprio perché vive, come recita l’art. 2 della l. n. 157/1992, «in stato di naturale libertà nel territorio nazionale», non è insomma suscettiva di alcuna forma di soggezione di fatto, né ad integrare un simile rapporto valgono le varie attività di protezione, di incremento e salvaguardia delle specie in via di estinzione e di controllo della caccia, con le quali lo Stato adempie le funzioni di tutela già svolte anche prima dell’assunzione legislativa della proprietà della fauna selvatica.
Peraltro, per giustificare un dovere di custodia, non potrebbe invocarsi, in capo allo Stato o a un qualsiasi altro soggetto pubblico, accanto alla formale proprietà, neppure un più concreto rapporto di “utenza” dell’animale (intesa, nel suo significato tradizionale, come il diritto di trarre da esso i commoda che può fornire mediante ciò che produce oppure con le sue energie di lavoro), giacché la disciplina in esame non ha inteso assicurarne al soggetto pubblico l’uso e il godimento, ma solo predisporre, col riconoscimento della proprietà pubblica, un ulteriore strumento di tutela in vista dello scopo primario della conservazione della selvaggina, con cui non deve contrastare l’esercizio della caccia.

Se ne deve concludere che «il danno cagionato dalla fauna selvatica non è risarcibile in base alla presunzione stabilita nell’art. 2052 c.c., inapplicabile per la natura stessa degli animali selvatici, ma solamente alla stregua dei principi generali della responsabilità extracontrattuale di cui all’art. 2043 c.c., anche in tema di onere della prova (Cass. 15 marzo 1996, n. 2192, con la precisazione che l’eventuale responsabilità aquiliana dev’essere imputata alle Regioni, alle quali è stata trasmessa la potestà di disciplinare la specifica materia; Cass. 12 agosto 1991, n. 8788)».

  • Print
  • PDF
  • email
  • RSS
  • Facebook
  • Twitter
  • FriendFeed
  • LinkedIn
  • MySpace
  • Digg
  • del.icio.us
  • Wikio IT
  • Google Bookmarks