Appunti di diritto amministrativo e civile

a cura dell'avv. Raffaello G. Orofino

Nelle cause scindibili, in cui è esclusa la necessità del litisconsorzio, il termine per impugnare non è unitario, ma decorre dalla data delle singole notificazioni della sentenza a ciascuna delle parti

Cassazione civile, Sez. III, 4 febbraio 2010, n. 2557

Impugnazioni civili – Decorrenza del termine di impugnazione – Processo con pluralità di parti – Principio della unitarietà del termine per l’impugnazione – Inapplicabilità in ipotesi di cause scindibili o tra loro indipendenti.

Nel processo con pluralità di parti, il principio per il quale, stante l’unitarietà del termine di impugnazione, la notifica della sentenza eseguita ad istanza di una sola delle parti segna, nei confronti della stessa e della parte destinataria della notificazione, l’inizio della decorrenza del termine breve per la proposizione dell’impugnazione contro tutte le altre parti, trova applicazione soltanto in ipotesi di cause inscindibili o tra loro comunque dipendenti, ovvero nel caso in cui la controversia concerna un unico rapporto sostanziale o processuale.

Al contrario, quando si versi nella distinta ipotesi di plurime cause che avrebbero potuto essere affrontate separatamente e, solo per motivi contingenti, sono state trattate in un unico processo (c.d. cause scindibili o tra loro indipendenti, nelle quali è esclusa la necessità del litisconsorzio), il termine per impugnare non è unitario, ma decorre dalla data delle singole notificazioni della sentenza a ciascuno dei titolari dei diversi rapporti definiti con l’unica sentenza, mentre per le parti per le quali non vi sia stata notificazione si applica il termine annuale [ora semestrale, n.d.r.] previsto dall’art. 327 c.p.c. (cfr. Cass. n. 5915/1999; Cass. n. 6514/1996).

In altri termini, il provvedimento discrezionale di riunione di più cause lascia immutata l’autonomia dei singoli giudizi e non pregiudica la sorte delle singole azioni, tanto che la sentenza che decide simultaneamente le cause riunite, pur essendo formalmente unica, si risolve in altrettante pronunce quante sono le cause (cfr. Cass. n. 15954/2006; Cass. n. 11149/2006; Cass. n. 19937/2004).

Nel caso di specie, la sentenza di primo grado aveva definito due giudizi totalmente autonomi, ancorché riuniti per motivi di opportunità.
Mentre nel primo, avente ad oggetto una domanda di simulazione di un contratto di locazione, ricorreva una ipotesi di causa inscindibile (in quanto la domanda di simulazione non poteva che essere pronunziata nei confronti di tutte le parti che avevano convenuto la simulazione), nel secondo, nel quale si discuteva del pagamento dei canoni di locazione e nel quale la conduttrice aveva proposto domanda di manleva, sulla base di un autonomo rapporto che la legava ad un terzo (impegno assunto da quest’ultimo di assumersi tutti gli oneri derivanti del contratto di locazione tra la conduttrice e la locatrice) si era in presenza di un rapporto di garanzia impropria e, quindi, certamente scindibile (cfr. Cass. n. 19286/2009).
Come noto, infatti, nel caso di chiamata in causa per garanzia impropria – che si verifica allorché colui che sia stato convenuto in giudizio dall’attore intende essere rilevato dal garante di quanto sia eventualmente condannato a pagare – l’azione principale e quella di garanzia sono fondate su due titoli diversi, con la conseguenza che le due cause sono distinte e scindibili.
Qualora, pertanto, manchi da parte del convenuto rimasto soccombente l’impugnazione della pronuncia sulla causa principale, il giudicato che si forma sulla stessa non estende i suoi effetti al chiamato in garanzia impropria in ordine al rapporto con il chiamante, ed il chiamato può impugnare la statuizione sul rapporto principale solo nell’ambito del rapporto di garanzia e per i riflessi che la decisione può avere su di esso (cfr. Cass. n. 1077/2003).

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La rappresentanza in giudizio per gli atti relativi alla amministrazione dei beni della comunione legale spetta ad entrambi i coniugi singolarmente

Cassazione civile, Sez. II, 27 febbraio 2009, n. 4856

Comunione legale tra coniugi – Amministrazione dei beni della comunione – Azioni reali o con effetti reali a difesa dei beni comuni – Legittimazione del singolo coniuge.

La rappresentanza in giudizio per gli atti relativi alla amministrazione dei beni facenti parte della comunione legale spetta, a norma dell’art. 180 cod. civ., ad entrambi i coniugi, per cui ciascuno di essi è legittimato ad esperire qualsiasi azione di carattere reale o con effetti reali diretta alla tutela della proprietà e del godimento della cosa comune, senza che sia necessaria la partecipazione al giudizio dell’altro coniuge, non vertendosi in una ipotesi di litisconsorzio necessario (cfr. Cass. n. 75/2006; Cass. n. 2106/2000; Cass. n. 4354/1999).
In particolare, si è chiarito che «l’azione di rivendicazione, non inerendo ad un rapporto giuridico plurisoggettivo unico ed inscindibile e non tendendo ad una pronuncia con effetti costitutivi, non introduce un’ipotesi di litisconsorzio necessario, con la conseguenza che essa può essere esercitata da uno solo o da taluni dei comproprietari» (Cass. n. 6637/2002), e che «nelle controversie che abbiano ad oggetto la validità o efficacia del titolo di acquisto di un bene compiuto individualmente da un coniuge in regime di comunione legale, l’altro coniuge, rimasto estraneo alla formazione dell’atto e non intestatario del bene, non è litisconsorte necessario, giacchè l’inclusione del bene nella comunione costituisce un effetto ope legis dell’acquisto compiuto» (Cass. n. 24031/2004; Cass. n. 13941/1999).

Peraltro, a fronte di tale orientamento, ve n’è un altro, nella giurisprudenza della Suprema Corte, che sostiene invece la necessità della integrazione del contraddittorio nei confronti del coniuge in comunione legale che non sia parte di un rapporto processuale (Cass. n. 7271/2008; Cass. n. 12313/2004; Cass., S.U., n. 17952/2007, in tema di preliminare).

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