Appunti di diritto amministrativo e civile

a cura dell'avv. Raffaello G. Orofino

Condanna al risarcimento del danno per lite temeraria e relativa quantificazione

Tribunale di Bari, Sez. I civile, 10 maggio 2010

Lite temeraria – Condanna al risarcimento del danno - Liquidazione in via equitativa del danno non patrimoniale – Parametro del danno da violazione del diritto alla ragionevole durata del processo.

La condanna al risarcimento del danno per lite temeraria ex art. 96, comma 1, c.p.c. – ai sensi del quale «se risulta che la parte soccombente ha agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave, il giudice, su istanza dell’altra parte, la condanna, oltre che alle spese, al risarcimento dei danni, che liquida, anche d’ufficio, nella sentenza» - presuppone l’accertamento sia dell’elemento soggettivo, che deve ravvisarsi in tutti quei casi in cui vi sia conoscenza della infondatezza della domanda ovvero difetto della normale diligenza nell’acquisizione di detta conoscenza (come, ad esempio, quando venga contrastato un costante, consolidato e mai smentito indirizzo giurisprudenziale), sia dell’elemento oggettivo, cioè dell’entità del danno sofferto: a tale ultimo fine il riferimento a nozioni di comune esperienza e al principio costituzionalizzato della ragionevole durata del processo, porta a ritenere che ingiustificate condotte processuali oltre a causare danni patrimoniali, producono ex se anche danni non patrimoniali di natura psicologica che vanno liquidati equitativamente sulla base degli elementi in concreto desumibili dagli atti di causa (in tal senso, Cass., Sez. lavoro, 27 novembre 2007, n. 24645).

Il Giudice barese ha ritenuto applicabile tale principio al caso sottoposto al suo giudizio, in cui «si coglie a tutta prima, se non il dolo dell’attrice nell’introdurre la domanda nella piena consapevolezza della sua infondatezza ed a fini solo speculativi, quanto meno la sua colpa grave».
In particolare, l’attrice aveva chiesto che fosse accertata la lesione della sua (asserita) quota di legittima, pretesamente lesa con le disposizioni contenute nel testamento olografo del proprio fratello defunto e, «per l’effetto, dichiarare nullo e improduttivo di ogni e qualsivoglia effetto giuridico il testamento olografo e, conseguentemente, previa determinazione dell’asse ereditario, disporre la reintegrazione della legittima mediante la proporzionale riduzione delle predette disposizioni testamentarie eccedenti la quota di cui il de cuius poteva disporre».
E’ pertanto evidente l’infondatezza della pretesa, posto che l’attrice è semplicemente sorella del de cuius, e quindi non rientra nel novero dei legittimari, atteso che i soggetti ai quali è riservata una quota dell’eredità sono solo quelli tassativamente indicati nell’art. 536 c.c. (vale a dire il coniuge, i figli legittimi, i figli naturali e gli ascendenti legittimi).

Conseguentemente, il Giudice barese ha ritenuto fondata la domanda risarcitoria per responsabilità processuale aggravata ex art. 96 c.p.c. formulata da parte convenuta, posto che «una lettura anche solo sommaria delle norme fondamentali in tema di successione testamentaria avrebbe dovuto consigliare all’attrice maggiore prudenza e, quindi, indurla alla conclusione che ella non poteva seriamente vantare alcun diritto successorio sull’eredità devoluta con testamento pubblico da suo fratello in favore dei convenuti».
Le questioni in esame, infatti, «non sono né controverse né opinabili, ma rappresentano il portato di una conoscenza minima che dovrebbe costituire patrimonio comune di tutti gli operatori del diritto, specie di coloro che intendano far valere pretese in tema di diritto delle successioni».

Il Tribunale di Bari ha infine chiarito che, mentre il danno patrimoniale si identifica con le spese processuali sopportate per la difesa tecnica, il danno non patrimoniale sofferto dai convenuti istanti è in re ipsa: costituisce, infatti, un dato di comune esperienza che condotte processuali avventate producano danni non patrimoniali di natura psicologica e, quindi, una vera e propria lesione all’integrità psico-fisica consistente in una situazione di disagio interiore, posto che il processo è ordinariamente causa di ansia, di stress e di dispendio di tempo ed energie; pertanto, esso è suscettibile di dar luogo al risarcimento dei danni in favore delle parti che lo abbiano irragionevolmente subito.

Posto che la quantificazione del danno non patrimoniale non potrà che essere operata in via equitativa ex artt. 1226 e 2056 c.c., il Giudice barese ha utilizzato quale parametro quello del danno da violazione del diritto alla ragionevole durata del processo (che la Corte europea di Strasburgo liquida in una somma compresa fra € 1.000 ed € 1.500 per ogni anno di ritardo), con conseguente condanna dell’attrice a risarcire a ciascuno dei convenuti la complessiva somma di € 2.500 (pari ad € 1.000 per ogni anno di durata della causa, durata due anni e mezzo), oltre alla condanna al pagamento delle spese processuali in favore delle parti convenute.

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