Appunti di diritto amministrativo e civile

a cura dell'avv. Raffaello G. Orofino

L’azione giudiziale per l’annullamento del licenziamento illegittimo va proposta nel termine quinquennale di prescrizione di cui all’art. 1442 c.c.

Cassazione civile, Sez. III, 2 novembre 2010, n. 22274

Rapporto di lavoro subordinato – Licenziamento – Impugnazione – Azione giudiziale di annullamento del licenziamento illegittimo – Termine quinquennale di prescrizione – Decorrenza.

Una volta osservato il termine di 60 giorni previsto – a pena di decadenza – dall’art. 6, legge n. 604/1966 per l’impugnazione stragiudiziale del licenziamento da parte del lavoratore, la successiva azione giudiziale di annullamento del licenziamento illegittimo può essere proposta nel termine quinquennale di prescrizione di cui all’art. 1442 c.c., decorrente dalla comunicazione del recesso, senza che tale termine possa restare idoneamente interrotto dal compimento di una diversa attività (quale, ad esempio, l’istanza per il tentativo di conciliazione stragiudiziale).

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Il danno non patrimoniale va sempre provato

Tribunale di Bari, Sez. III, 15 ottobre 2010

Danno non patrimoniale – Danno conseguenza – Onere della prova – Mezzi di prova – Nozioni di comune esperienza e presunzioni – Ammissibilità.

Il danno non patrimoniale, anche quando sia determinato dalla lesione di diritti inviolabili della persona, costituisce danno conseguenza (Cass. n. 8827/2003; n. 8828/2003; n. 16004/2003), che deve essere allegato e provato.

Va disattesa, pertanto, la tesi che identifica il danno con l’evento dannoso, parlando di danno evento.
Tale tesi, enunciata dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 184/1986, è stata superata dalla successiva sentenza n. 372/1994, seguita dalla Corte di Cassazione con le sentenze gemelle n. 8827 e n. 8828/2003.
Ugualmente da respingere è la variante costituita dall’affermazione che nel caso di lesione di valori della persona il danno sarebbe in re ipsa, perché la tesi snatura la funzione del risarcimento, che verrebbe concesso non in conseguenza dell’effettivo accertamento di un danno, ma quale pena privata per un comportamento lesivo.

Per quanto concerne i mezzi di prova, per il danno biologico la vigente normativa (d.lgs. n. 209/2005, artt. 138 e 139) richiede l’accertamento medico-legale.
Tuttavia, così come è nei poteri del giudice disattendere, motivatamente, le opinioni del consulente tecnico, del pari il giudice potrà non disporre l’accertamento medico-legale, non solo nel caso in cui l’indagine sulla persona sia impossibile (perché deceduta o per altre cause), ma anche quando lo ritenga, motivatamente, superfluo, e porre a fondamento della sua decisione tutti gli altri elementi utili acquisiti al processo (documenti, testimonianze), nonché avvalersi delle nozioni di comune esperienza e delle presunzioni.

Per gli altri pregiudizi non patrimoniali potrà farsi ricorso alla prova testimoniale, documentale e presuntiva.
Attenendo il pregiudizio (non biologico) ad un bene immateriale, il ricorso alla prova presuntiva è destinato ad assumere particolare rilievo, e potrà costituire anche l’unica fonte per la formazione del convincimento del giudice, non trattandosi di mezzo di prova di rango inferiore agli altri (v., tra le tante, Cass. n. 9834/2002). Il danneggiato dovrà tuttavia allegare tutti gli elementi che, nella concreta fattispecie, siano idonei a fornire la serie concatenata di fatti noti che consentano di risalire al fatto ignoto.

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Il Comune è responsabile dei danni derivanti dalla caduta occorsa ad un motociclista a causa del fondo stradale sdrucciolevole di una via del centro cittadino

Cassazione civile, Sez. III, 15 ottobre 2010, n. 21328

Danno cagionato da cosa in custodia – Bene demaniale – Responsabilità del custode – Criteri di valutazione della esigibilità della custodia.

La presunzione di responsabilità per danni da cose in custodia, prevista dall’art. 2051 c.c., trova applicazione per i danni subiti dagli utenti dei beni demaniali, tra i quali le strade, tutte le volte in cui sia possibile, da parte dell’ente proprietario o che abbia la disponibilità e il godimento della res, la custodia intesa come potere di fatto o signoria sul bene medesimo.
La nozione della custodia rappresenta dunque un elemento strutturale dell’illecito, che qualifica il potere dell’ente sul bene che esso amministra nell’interesse pubblico. I criteri di valutazione della c.d. esigibilità della custodia ineriscono alla natura ed alle caratteristiche del bene da custodire e, dunque, riguardano la sua estensione, la sua dimensione, le dotazioni ed i sistemi di assistenza, di sicurezza, di segnalazioni di pericolo, generico e specifico, che sono funzionali alla sicurezza della circolazione ed in particolare dell’utente, persona fisica, che quotidianamente percorre quel tratto stradale.

La responsabilità dell’ente resta esclusa in presenza di caso fortuito, la cui prova grava sull’ente medesimo, per effetto della presunzione iuris tantum, ovvero se l’utente danneggiato abbia tenuto un comportamento colposo tale da interrompere il nesso eziologico tra la causa del danno e il danno stesso, potendosi eventualmente ritenere, ai sensi dell’art. 1227 c.c., comma 1 un concorso di colpa idoneo a diminuire, in proporzione della incidenza causale, la responsabilità della pubblica amministrazione, sempre che tale concorso sia stato dedotto e provato.

Facendo applicazione di tali principi, la Suprema Corte ha ritenuto che nel caso sottoposto al suo esame, riguardante il sinistro occorso ad un motociclista, caduto con la sua moto su una via del centro storico a causa del fondo stradale scivoloso, sussistesse la responsabilità del Comune ai sensi dell’art. 2051 c.c., in quanto il centro cittadino, particolarmente frequentato da pedoni e da veicoli, rientra senz’altro nelle possibilità di controllo e di adeguato esercizio dei poteri di custodia e relativi provvedimenti cautelari, vuoi con la presenza di vigili, vuoi con la apposizione di segnali che evidenzino il pericolo generico di strada antica e sdrucciolevole per la presenza di fossati e dislivelli.

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Ai prossimi congiunti di persona che abbia subito, a causa del fatto illecito costituente reato, lesioni personali, spetta anche il risarcimento del danno non patrimoniale

Cassazione civile, Sez. III, 5 ottobre 2010, n. 20667

Obbligazioni e contratti – Inadempimento – Responsabilità medica – Fatto illecito costituente reato - Risarcimento del danno non patrimoniale – Legittimazione del congiunto ad agire iure proprio - Liquidazione in via equitativa.

Ai prossimi congiunti di persona che abbia subito, a causa del fatto illecito costituente reato, lesioni personali (trattasi, nel caso di specie, di minore che alla nascita ha riportato lesioni personali – con esiti di inabilità permanente – imputabili a colpa dei sanitari che avevano assistito sua madre prima, durante e dopo il parto), spetta anche il risarcimento del danno non patrimoniale, concretamente accertato in relazione ad una particolare situazione affettiva con la vittima, non essendo ostativo il disposto dell’art. 1223 c.c., in quanto anche tale danno trova causa immediata e diretta nel fatto dannoso, con conseguente legittimazione del congiunto ad agire iure proprio contro il responsabile (in termini, cfr. Cass. n. 9556/2002).

La liquidazione di tale danno non può che avvenire in via equitativa, con una valutazione complessiva del danno non patrimoniale, potendosi ricorrere a presunzioni sulla base di elementi obiettivi, forniti dal danneggiato quali le abitudini di vita, la consistenza del nucleo familiare e la compromissione delle esigenze familiari.

» vai alla sentenza per esteso

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Non è manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale della legge finanziaria 2010, nella parte in cui ha imposto il pagamento del contributo unificato nei giudizi di opposizione a sanzione amministrativa

Giudice di pace di Bari, 27 settembre 2010

Sanzioni amministrative – Giudizio di opposizione – Pagamento del contributo unificato sulle spese di giustizia – Non manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell’art. 2, comma 212, lett. b, punto 2, della legge finanziaria 2010.

La prima parte dell’art. 2, comma 212, lett. b, punto 2, della legge 23 dicembre 2009, n. 191 (legge finanziaria 2010), che ha introdotto l’art. 6 bis nel d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 (testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia), dispone che «nei procedimenti di cui all’articolo 23 della legge 24 novembre 1981, n. 689, e successive modificazioni, gli atti del processo sono soggetti soltanto al pagamento del contributo unificato, nonché delle spese forfetizzate secondo l’importo fissato all’articolo 30 del presente testo unico».

A tale “dazio”, tuttavia, non è soggetto il ricorso gerarchico al Prefetto (di cui all’art. 203 del codice della strada), che – questo è il ragionamento del Giudice di pace barese – non può ritenersi sovrapponibile al ricorso giurisdizionale (soggetto al contributo unificato), in quanto:
1) l’opposizione all’Autorità giudiziaria ordinaria è decisa da organo terzo, mentre il reclamo al Prefetto è esaminato da soggetto che è parte dell’amministrazione pubblica anche quando l’atto promana da ente territoriale minore e, persino, quando l’atto impugnato è di fonte diversa, dato che anche in tal caso l’organo prefettizio è parte di strutture latu sensu pubbliche;
2) il procedimento dinanzi al Prefetto, limitato alla possibilità di audizione dell’interessato e alla presentazione di scritti difensivi e documenti, non assicura la completezza dell’accertamento così come avviene in via giudiziaria.

Ciò posto, secondo il Giudice di pace, la gratuità del procedimento può fortemente condizionare il trasgressore ad affidarsi al Prefetto, tanto più nei casi in cui non vi è proporzionalità tra la misura della sanzione pecuniaria ed il costo del ricorso al Giudice, sicché l’incolpato sarebbe indotto a ricorrere alla tutela minore rinunciando a quella giurisdizionale assicurata dall’art. 24 Cost. a tutti i cittadini.

Peraltro, la disposizione criticata si pone in contrasto anche con l’esenzione accordata ai procedimenti penali, pur avendo le sanzioni amministrative lo stesso carattere sanzionatorio di quelle penali e benché, talora, le prime possano produrre conseguenze più gravi delle seconde, come ad esempio nei casi di confisca del mezzo, sequestro, ritiro della carta di circolazione, provvedimenti in ordine alla patente di guida.

Alla luce delle considerazioni che precedono, il Giudice di pace di Bari, dott. Caliandro, ha rimesso gli atti al vaglio della Consulta, affinché valuti la legittimità costituzionale dell’art. 2, comma 212, lett. b, punto 2, della legge 23 dicembre 2009, n. 191 (legge finanziaria 2010), che ha introdotto l’art. 6 bis nel d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, nella parte in cui dispone che «nei procedimenti di cui all’articolo 23 della legge 24 novembre 1981, n. 689, e successive modificazioni, gli atti del processo sono soggetti soltanto al pagamento del contributo unificato, nonché delle spese forfetizzate secondo l’importo fissato all’articolo 30 del presente testo unico», anche con riferimento all’art. 204 bis del codice della strada, in quanto – a suo parere – tale norma non assicura l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge rispetto a tutti gli atti rinvenienti da sanzioni amministrative illegittime (con conseguente violazione dell’art. 3 Cost.), inducendo il trasgressore, specialmente di fronte a “multe” minime, a rinunciare alla tutela dinanzi all’A.G.O. per affidarsi al Prefetto, organo non terzo, e compromette la facoltà dei cittadini di agire in giudizio (art. 24 Cost.) per far valere i loro diritti contro gli atti della P.A. (art. 113 Cost).

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Comunicazione del Presidente del Consiglio di Stato, relativa ad alcune difficoltà interpretative riguardanti disposizioni del nuovo codice del processo amministrativo

Consiglio di Stato, comunicazione presidenziale prot. n. 0019508, 27 settembre 2010

Il Presidente del Consiglio di Stato

Ai Signori Presidenti delle sezioni giurisdizionali del Consiglio di Stato
Al Signor Presidente del Consiglio di giustizia amministrativa della Regione Sicilia
Ai Signori Presidenti dei Tribunali amministrativi regionali e Loro Sezioni staccate

OGGETTO: Codice del processo amministrativo

Mi sono state segnalate alcune prime difficoltà interpretative riguardanti disposizioni contenute nel Codice del processo amministrativo.
Al riguardo, pur essendo evidente che la relativa soluzione è demandata alla competenza degli organi giudicanti, ritengo comunque utile far conoscere taluni possibili orientamenti ermeneutici.

Una prima questione – evidenziata dalla Società italiana e dalla Associazione veneta degli avvocati amministrativisti – riguarda la disposizione transitoria dettata dall’art. 2 dell’all.to 3 al d.lgs. 2 luglio 2010, n. 104, la quale prevede che per i termini che sono in corso alla data di entrata in vigore del Codice del processo amministrativo continuano a trovare applicazione le norme previgenti.
E’ stato rilevato che il problema potrebbe presentarsi per i termini che si calcolano a ritroso e, in particolare, per quelli relativi al deposito di documenti, memorie e repliche per i quali l’art. 73, comma 1, c.p.a., mutando la previgente disciplina, ha previsto che si possono produrre documenti fino a quaranta giorni liberi prima dell’udienza, memorie fino a trenta giorni liberi e repliche fino a venti giorni liberi.
Al fine di risolvere la questione prospettata occorre tener conto che nel processo amministrativo documenti, memorie e repliche fanno parte di un’unica sequenza procedimentale, con la conseguenza che i relativi depositi devono essere soggetti ad una disciplina unitaria. Corollario obbligato di tale premessa è che per individuare quali sono i “termini in corso” è necessario fare riferimento al primo elemento di tale segmento.
In merito, la soluzione più plausibile sembra quella di applicare la nuova disciplina introdotta dal Codice del processo amministrativo con riferimento al deposito dei documenti relativi a ricorsi la cui udienza di merito è stata fissata ad una data tale che l’intervallo temporale tra la data di avviso e la data di udienza ricomprenda l’intero termine di quaranta giorni, previsto dal Codice per il deposito, rispettivamente, delle memorie e delle repliche. Tale intervallo temporale altro non è che quello di sessanta giorni previsto dall’art. 71, comma 5, del Codice, da calcolare a decorrere dalla data di entrata in vigore del Codice. Dunque, per le udienze celebrate dopo il 16 settembre 2010, ma prima dello scadere dei sessanta giorni decorrenti dalla predetta data, continua a trovare applicazione la pregressa disciplina e, quindi, i termini di venti e dieci giorni per il deposito, rispettivamente, dei documenti e delle memorie e con esclusione della possibilità di presentare le repliche, non previste nella pregressa disciplina.
Detta conclusione si estende a tutti i riti speciali con termini dimezzati, computando naturalmente trenta giorni, in luogo dei sessanta, con decorrenza dal 16 settembre 2010.
Non sembra, peraltro, che l’applicazione di questa regola trovi ostacolo nella circostanza che, in relazione alle udienze fissate con decreto anteriore alla data di entrata in vigore del Codice, potrebbero essere stati trasmessi dalle Segreterie avvisi di fissazione contenenti l’indicazione dei termini previsti dall’art. 23, comma 4, l. 6 dicembre 1971, n. 1034.
Deve infatti ritenersi che l’unica deroga all’entrata in vigore, il 16 settembre 2010, delle nuove disposizioni introdotte dal c.p.a. è dettata dall’art. 2 dell’all.to 3 al d.lgs. n. 104 del 2010 (salvo, naturalmente, quanto previsto per il giudizio di appello dal successivo art. 3) e non è consentito all’interprete di aggiungere ad essa l’ipotesi di una comunicazione di Segreteria che, in quanto inviata prima del 16 settembre 2010, riporti prestampato l’indicazione dei termini relativi alla pregressa disciplina.
Aggiungasi che ove detta (erronea) indicazione ingenerasse equivoci per i difensori delle parti, il Collegio ben potrà valutare l’applicazione dell’istituto dell’errore scusabile ex art. 37 c.p.a..

Una seconda questione riguarda la portata del comma 2 dell’art. 5 dell’all.to 2 al d.lgs. n. 104 del 2010.
In merito, ritengo, in primo luogo, che il riferimento al termine “atti”, in contrapposizione a quello di “atti” e “documenti” utilizzato nei commi 1 e 4 della stessa norma, renda evidente che il richiesto deposito in numero di copie corrispondente ai componenti del collegio e alle altre parti costituite non si estenda anche ai documenti, ma attenga solo al ricorso (principale e incidentale), ai motivi aggiunti e a tutti gli altri scritti difensivi.
Sembra altresì che la produzione di un numero di copie inferiore a quelle prescritte dalla citata norma non possa essere intesa a pena di inammissibilità o irricevibilità dello scritto, ma dovrà essere di volta in volta valutata dal Collegio giudicante nella sua saggezza, come possibile motivo di rinvio della trattazione della causa. Deve infatti essere in ogni caso garantita a tutte le parti la possibilità di espletare il contraddittorio sugli scritti in questione.
Essendo la valutazione delle conseguenze da riconnettere all’omessa osservanza di quanto prescritto dal comma 2 del citato art. 5 rimessa, come ho detto, al Collegio giudicante, le Segreterie dovranno in ogni caso accettare il deposito degli atti, seppure effettuato in numero inferiore a quello prescritto, salvo far risultare tale circostanza nel fascicolo di causa.

Nel ribadire che gli elementi interpretativi contenuti nella presente nota lasciano ovviamente ferma la totale autonomia dei collegi giudicanti, colgo l’occasione per porgere i più cordiali saluti.

Pasquale de Lise

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Controversie attinenti ad un rapporto di lavoro autonomo con una pubblica amministrazione e relativa giurisdizione, ordinaria o amministrativa

Cassazione civile, Sez. unite, 15 settembre 2010, n. 19550

Rapporto di lavoro autonomo con una pubblica amministrazione – Controversie attinenti a tale rapporto di lavoro – Giurisdizione amministrativa e giurisdizione ordinaria – Configurabilità.

Ove il rapporto di lavoro con una pubblica amministrazione sia qualificabile come rapporto di lavoro autonomo, la regola generale è che le relative controversie rientrano nella giurisdizione dell’autorità giudiziaria ordinaria, ma va fatta eccezione per quelle che riguardano l’impugnazione del provvedimento di assegnazione dell’incarico (o di conferma dello stesso), ove tale provvedimento, avente la natura dell’atto di nomina, implichi una valutazione comparativa dell’idoneità del lavoratore autonomo a svolgere l’incarico in riferimento ad altri aspiranti all’incarico, i quali sono tutti titolari di una posizione di interesse legittimo, tutelabile dinanzi al giudice amministrativo (cfr. Cass., Sez. unite, 11 febbraio 2003, n. 2065).

In senso conforme Cass., Sez. unite, 22 novembre 1996, n. 10324 che, in tema di rapporto fra Unità Sanitaria Locale (U.S.L.) e medico in regime di convenzionamento ex art. 48, legge 23 dicembre 1978, n. 833, ha affermato che, mentre le controversie attinenti alla fase che precede la stipula della convenzione rientrano nella giurisdizione di legittimità del giudice amministrativo, riferendosi all’esercizio di un potere discrezionale della pubblica amministrazione – potere che deve essere esercitato nel rispetto della normativa che disciplina tale attività amministrativa, che si sostanzia nella valutazione dei titoli e delle eventuali incompatibilità dei candidati e che culmina nella formazione della graduatoria – rispetto al quale gli aspiranti vengono a trovarsi in una posizione di interesse legittimo, le controversie attinenti, una volta stipulata la convenzione, allo svolgimento (o alla risoluzione) del rapporto (di lavoro autonomo) rientrano nella giurisdizione del giudice ordinario, atteso che il rapporto stesso, da ricondurre nell’ambito della categoria della parasubordinazione, attribuisce al medico veri e propri diritti soggettivi.

Pertanto, ove il rapporto di lavoro con una pubblica amministrazione sia qualificabile come rapporto di lavoro autonomo, le controversie attinenti alla fase che precede la stipula della convenzione, ove si riferiscano all’esercizio di un potere discrezionale della pubblica amministrazione – potere che deve essere esercitato nel rispetto della normativa che disciplina tale attività amministrativa, che si sostanzia nella valutazione dei titoli e delle eventuali incompatibilità dei candidati e che culmina nella formazione della graduatoria – rispetto al quale gli aspiranti vengono a trovarsi in una posizione di interesse legittimo, rientrano nella giurisdizione di legittimità del giudice amministrativo.

Viceversa, una volta stipulata la convenzione, le controversie attinenti allo svolgimento (o alla risoluzione) del rapporto (di lavoro autonomo) rientrano nella giurisdizione del giudice ordinario, atteso che il rapporto stesso, da ricondurre nell’ambito della categoria della parasubordinazione, attribuisce al medico veri e propri diritti soggettivi.

Nel caso posto all’attenzione della Suprema Corte, vertendosi nella fase della procedura concorsuale, sono identificabili posizioni di interesse legittimo dei concorrenti a che la pubblica amministrazione, che ha bandito il concorso, lo espleti nel rispetto dei criteri del bando, per cui sussiste la giurisdizione del giudice amministrativo.

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Nel giudizio di opposizione a ordinanza ingiunzione relativo al pagamento di una sanzione amministrativa è ammessa la contestazione e la prova unicamente delle circostanze di fatto che non sono attestate nel verbale di accertamento come avvenute alla presenza del pubblico ufficiale o rispetto alle quali l’atto non è suscettibile di fede privilegiata per una sua irrisolvibile contraddittorietà oggettiva

Cassazione civile, Sez. II, 11 settembre 2010, n. 19416

Sanzioni amministrative – Giudizio di opposizione ad ordinanza ingiunzione di pagamento – Verbale di accertamento di violazione del codice della strada – Efficacia probatoria privilegiata – Querela di falso.

Come già chiarito dalle Sezioni unite della Corte di Cassazione (sent. n. 17355/2009), «nel giudizio di opposizione ad ordinanza ingiunzione relativo al pagamento di una sanzione amministrativa è ammessa la contestazione e la prova unicamente delle circostanze di fatto della violazione che non sono attestate nel verbale di accertamento come avvenute alla presenza del pubblico ufficiale o rispetto alle quali l’atto non è suscettibile di fede privilegiata per una sua irrisolvibile contraddittorietà oggettiva, mentre è riservata al giudizio di querela di falso, nel quale non sussistono limiti di prova e che è diretto anche a verificare la correttezza dell’operato del pubblico ufficiale, la proposizione e l’esame di ogni questione concernente l’alterazione nel verbale, pur se involontaria o dovuta a cause accidentali, della realtà degli accadimenti e dell’effettivo svolgersi dei fatti» (in termini cfr. Cass., Sez. II, n. 232/2010).

Tale pronuncia, superando il precedente e già prevalente indirizzo che ammetteva la contestabilità delle risultanze del verbale, ove aventi ad oggetto accadimenti repentini, rilievi a distanza di oggetti o persone in movimento e fenomeni dinamici in genere, ha sancito la fede privilegiata ex art. 2700 c.c., in ordine a tutto quanto il pubblico ufficiale affermi avvenuto in sua presenza, con la conseguenza che anche nelle ipotesi in cui, come nella specie, si deducano sviste o altri involontari errori od omissioni percettivi da parte del verbalizzante, è necessario proporre querela di falso.

Legittimamente, dunque, il Giudice di pace non ha ammesso la prova testimoniale, in quanto detta prova poteva essere utilmente richiesta solo nel giudizio incidentale per querela di falso.

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Sottoscrizione in bianco di un documento e successivo riempimento contra pacta o absque pactis

Cassazione civile, Sez. III, 1 settembre 2010, n. 18989

Prova civile – Prova documentale – Scrittura privata – Sottoscrizione di un documento in bianco – Disconoscimento di scrittura privata – Eccezione di abusivo riempimento di foglio firmato in bianco ed eccezione di riempimento non autorizzato.

Nel caso di sottoscrizione di documento in bianco, colui che contesta il contenuto della scrittura non è tenuto a proporre querela di falso se non assume che il riempimento sia avvenuto absque pactis, cioè in maniera non autorizzata dal sottoscrittore con preventivo patto di riempimento (Cass. 18059/2007), poiché in tal caso il documento esce completamente e definitivamente dalla sfera di controllo del sottoscrittore, sicché l’interpolazione del testo investe il modo di essere oggettivo dell’atto, tanto da realizzare una vera e propria falsità materiale, che esclude la provenienza del documento dal sottoscrittore.

Invece, colui che, riconoscendo di aver sottoscritto il documento, si duole del suo riempimento in modo difforme da quello pattuito, ha l’onere di provare la sua eccezione di abusivo riempimento contra pacta e quindi di inadempimento del mandato ad scribendum ovvero di non corrispondenza tra il dichiarato e ciò che si intendeva fosse dichiarato (Cass. 2524/2006, Cass. 6167/2009) perché, non potendo esser esclusa la provenienza del documento dal suo sottoscrittore, attraverso il patto di riempimento questi fa preventivamente proprio il risultato espressivo prodotto dalla formula che sarà adottata dal riempitore (Cass. 5245/2006).

Nel caso di specie, pacifico che al momento della sottoscrizione il documento era in bianco, avrebbe dovuto essere onere di chi ne ha contestato il contenuto provare che il suo riempimento è avvenuto contra pacta, ovvero proporre querela di falso se compilato absque pactis.

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Nel giudizio di opposizione ad ordinanza ingiunzione relativo al pagamento di una sanzione amministrativa è ammessa la contestazione e la prova unicamente delle circostanze di fatto della violazione che non sono attestate nel verbale di accertamento o rispetto alle quali l’atto pubblico non è suscettibile di fede privilegiata per una sua irrisolvibile contraddittorietà oggettiva

Cassazione civile, Sez. II, 10 agosto 2010, n. 18609

Sanzioni amministrative – Giudizio di opposizione ad ordinanza ingiunzione di pagamento – Verbale di accertamento di violazione del codice della strada – Efficacia probatoria privilegiata.

Nel giudizio di opposizione ad ordinanza ingiunzione relativo al pagamento di una sanzione amministrativa è ammessa la contestazione e la prova unicamente delle circostanze di fatto della violazione che non sono attestate nel verbale di accertamento come avvenute alla presenza del pubblico ufficiale o rispetto alle quali l’atto pubblico non è suscettibile di fede privilegiata ex art. 2700 c.c. per una sua irrisolvibile contraddittorietà oggettiva, mentre è riservata al giudizio di querela di falso, nel quale non sussistono limiti di prova e che è diretto anche a verificare la correttezza dell’operato del pubblico ufficiale, la proposizione e l’esame di ogni questione concernente l’alterazione nel verbale, pur se involontaria o dovuta a cause accidentali, della realtà degli accadimenti e dell’effettivo svolgersi dei fatti (in senso conforme, cfr. Cass., SS.UU. n. 17355/2009; Cass., Sez. II, n. 232/2010).

Nel caso di specie, parte opponente ha proposto opposizione per l’annullamento di un verbale di contestazione relativo a uso di apparecchio telefonico cellulare senza uso di vivavoce o di auricolare, contestando di aver fatto uso del telefono, mentre invece avrebbe dovuto impugnare le attestazioni dell’agente accertatore, contenute nel verbale, mediante querela di falso, e nell’ambito di tale speciale procedimento confutare la attestazione verbalizzata dal pubblico ufficiale. In mancanza, il verbale costituisce sufficiente prova della violazione, ed impone il rigetto dell’opposizione.

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