Appunti di diritto amministrativo e civile

a cura dell'avv. Raffaello G. Orofino

Inammissibile il motivo di ricorso per cassazione che si concluda con la formulazione di un quesito di diritto in alcun modo riferibile alla fattispecie o che sia comunque assolutamente generico

Cassazione civile, Sez. III, 13 maggio 2009, n. 11097

Ricorso per cassazione – Forma e contenuto – Genericità dei motivi di ricorso – Inammissibilità.

E’ inammissibile il motivo di ricorso per cassazione che si concluda con la formulazione di un quesito di diritto in alcun modo riferibile alla fattispecie o che sia comunque assolutamente generico, dovendosi assimilare un quesito inconferente alla mancanza di quesito (Cass., 3 ottobre 2008, n. 24578).

Va ricordato che i quesiti di diritto imposti dall’art. 366 bis c.p.c. rispondono alla esigenza di soddisfare l’interesse del ricorrente ad una decisione della lite diversa da quella cui è pervenuta la sentenza impugnata, e al tempo stesso, con più ampia valenza, di enucleare, collaborando alla funzione nomofilattica della Corte di Cassazione, il principio di diritto applicabile alla fattispecie.
In altri termini, il quesito di diritto costituisce il punto di congiunzione tra la risoluzione del caso specifico e l’enunciazione del principio giuridico generale, risultando altrimenti inadeguata, e quindi non ammissibile, l’investitura stessa del giudice di legittimità.

Da quanto precede deriva che ognuno dei quesiti formulati per ciascun motivo di ricorso deve consentire l’individuazione del principio di diritto che è alla base del provvedimento impugnato e, correlativamente, del diverso principio la cui auspicata applicazione ad opera della Corte di Cassazione possa condurre ad una decisione di segno diverso.
Il quesito deve costituire la chiave di lettura delle ragioni esposte e porre la Corte in condizione di rispondere ad esso con l’enunciazione di una regula iuris che sia, come tale, suscettibile di ricevere applicazione in casi ulteriori rispetto a quello sottoposto all’esame del giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata.

Non possono, quindi, proporsi motivi cumulativi e, comunque, che si concludano con un quesito che non permetta di riferirlo in modo chiaro ed univoco ad uno di essi e che non evidenzi l’elemento strutturale della norma che si assume violata, non consistendo in una chiara sintesi logico-giuridica della questione sottoposta, formulata in termini tali per cui dalla risposta – negativa o affermativa – che ad esso si dia, discenda in modo univoco l’accoglimento o il rigetto del gravame.

Ebbene, nel caso di specie, i quesiti formulati, risolvendosi in una serie di affermazioni in diritto totalmente generiche e puramente astratte, non permettono di ricostruire quale sia stata la regula iuris applicata dal giudice di appello, e neppure consentono di individuare quale sia la regula di cui la Suprema Corte dovrebbe fare applicazione al fine di pervenire alla cassazione della sentenza impugnata.
In buona sostanza parte ricorrente, in termini assolutamente apodittici e totalmente prescindendo dai precetti introdotti, quanto al giudizio di cassazione, dal d.lgs. n. 40/2006, si limita a denunciare che l’esito della lite è stato diverso da quello da essa auspicato, per avere i giudici del merito violato, a proprio dire, gli articoli di legge indicati nei molteplici quesiti.
Il ricorso va dunque dichiarato inammissibile, anche in base al granitico principio secondo cui è inammissibile, per violazione dell’art. 366 bis c.p.c., il motivo del ricorso per cassazione nel quale il quesito di diritto si risolva in una generica istanza di decisione sulla esistenza della violazione di legge denunziata nel motivo e in una mera richiesta di accoglimento del motivo o nell’interpello della Corte in ordine alla fondatezza della censura così come illustrata.
La norma di cui all’art. 366 bis c.p.c., infatti, è finalizzata a porre il giudice della legittimità in condizione di comprendere – in base alla sola sua lettura – l’errore di diritto asseritamente compiuto dal giudice e di rispondere al quesito medesimo enunciando una regula iuris (Cassazione, Sez. unite, 2 dicembre 2008, n. 28547).

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