Appunti di diritto amministrativo e civile

a cura dell'avv. Raffaello G. Orofino

In tema di equa riparazione per violazione del termine ragionevole di durata del processo, va escluso il carattere unitario del giudizio di cognizione davanti al giudice ordinario e di quello di esecuzione, così come del giudizio di cognizione davanti al giudice amministrativo e di quello di ottemperanza

Cassazione civile,  Sez. unite, 24 dicembre 2009, n. 27365

Violazione del termine di ragionevole durata del processo – Equa riparazione – Legge n. 89/2001 – Processo di cognizione e di esecuzione forzata o di ottemperanza – Autonomia funzionale e strutturale – Sussistenza – Conseguenze.

In tema di equa riparazione per violazione del termine ragionevole di durata del processo, questo va identificato, in base all’art. 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, in considerazione delle situazioni soggettive controverse e azionate su cui il giudice adito deve decidere, le quali, per la citata norma sovranazionale, sono “diritti e obblighi”, ai quali, per gli artt. 24, 111 e 113 Cost., devono aggiungersi gli interessi legittimi di cui sia chiesta tutela ai giudici amministrativi.

In rapporto al criterio di distinzione della Convenzione sopra richiamato, il processo di cognizione e quello di esecuzione regolati dal codice di procedura civile come quello cognitivo del giudice amministrativo e il processo di ottemperanza, teso a far conformare la P.A. a quanto deciso in sede cognitoria, devono considerarsi tra loro autonomi, in rapporto alla diversità delle situazioni soggettive azionate in ciascuno di essi (nei primi, cognitori, diritti e interessi legittimi; nei secondi, esclusivamente diritti all’adempimento).

Dalla differenza funzionale richiamata deriva la diversità della struttura di ognuno di detti procedimenti, nascendo il processo di cognizione da una domanda di accertamento di un diritto, obbligo o interesse legittimo controverso, e il secondo dalla valutazione positiva di tali situazioni contenuta in una pronuncia esecutiva, la cui inadempienza del convenuto o resistente soccombente comporta che la stessa costituisca titolo esecutivo che, notificato con il precetto, introduce i procedimenti (alcuni anche cognitori) tesi a soddisfare quanto accertato dal giudice della cognizione, potendosi, qualora soccombente sia una pubblica amministrazione, agire anche in ottemperanza, perché la predetta si conformi al giudicato, ponendo in essere atti sostitutivi di quelli annullati perché illegittimi, a seguito di notifica della messa in mora a provvedere nei sensi della decisione emessa in sede cognitoria non osservata.

Consegue alla detta autonomia dei diversi giudizi che le loro durate non possono sommarsi per rilevarne una complessiva dei due processi, di cognizione da un canto e di esecuzione o di ottemperanza dall’altro, e che solo dal momento delle decisioni definitive in ciascuno dei processi, sarà possibile, per ognuno di essi, domandare, nei termini della legge n. 89 del 2001, art. 4, l’equa riparazione per violazione dell’art. 6 della Convenzione.

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