Appunti di diritto amministrativo e civile

a cura dell'avv. Raffaello G. Orofino

Il criterio ispiratore della normativa dettata in tema di distanze legali tra costruzioni è quello di evitare che l’edificazione di fabbricati a distanza esigua l’uno dall’altro possa determinare la costituzione d’intercapedini dannose, ragion per cui possono essere consentite quelle opere che, pur delimitando degli spazi, consentano la circolazione dell’aria e non limitino la luminosità, quali porticati o logge o balconi o scale esterne in aggetto

Cassazione civile , Sez. II, 12 gennaio 2005, n. 400

Proprietà – Distanze legali – Distanze nelle costruzioni – Porticati, logge, balconi e scale esterne in aggetto.

La nozione di costruzione, ai fini dell’applicazione della normativa codicistica e regolamentare in materia di distanze tra edifici, non si esaurisce in quella di edifico ma comprende qualsiasi opera stabilmente infissa al suolo che per solidità, struttura e sporgenza dal terreno possa creare intercapedini dannose (v. fra tante Cass. 22.5.1998, n. 5116).

Pertanto, è stato ritenuto che rientra nel concetto di nuova costruzione qualsiasi modifica della volumetria di un fabbricato preesistente che comporti l’aumento della sagoma d’ingombro, in guisa da incidere direttamente sulla situazione di distanza tra edifici, indipendentemente dalla sua utilizzabilità ai fini abitativi (Cass. 24.6.1996, n. 5828).

Si è poi affermato che la sopraelevazione costituisce, a tutti gli effetti giuridici, nuova costruzione e ad essa si applica la disciplina sulle distanze legali tra edifici (cfr. ex plurimis Cass. 11.9.1997, n. 5246; Cass. 15.6.1996, n. 5517); così come, in applicazione del suddetto principio, è stata considerata nuova costruzione anche il solo rifacimento di un tetto quando comporti l’aumento delle superfici esterne e dei volumi interni (Cass. 6.12.1995, n. 12582), dovendosi, peraltro, nel caso di opera formata da più parti fra loro strutturalmente collegate in maniera stabile e tale da formare un unicum inscindibile sul piano economico-funzionale, avere riguardo all’opera nel suo insieme e non alle singole parti (Cass. 12.2.1998, n. 1509).

Con specifico riferimento alla sopraelevazione è stato detto che il criterio della prevenzione non esclude che il preveniente, al pari del prevenuto, sia obbligato al rispetto della sopravvenuta disciplina regolamentare integrativa di quella dettata dal codice civile e debba, pertanto, effettuare la sopraelevazione del proprio fabbricato rispettando la diversa distanza legale stabilita da tale disciplina, con la conseguente esclusione del diritto a sopraelevare in allineamento con l’originaria costruzione ove afferente ad una distanza non più consentita (Cass. 30.10.1998, n. 10864; Cass. 22.10.1998, n. 10482; Cass. 18.3.1998, n. 2887).

Nell’ipotesi, poi, di costruzione sul confine, è stato affermato che colui che edifica per primo sul confine è obbligato, nel sopraelevare l’edifico, a costruire in corrispondenza della stessa linea di confine su cui ha innalzato il piano inferiore, oppure a distanza non inferiore a quella legale, onde non costringere il prevenuto ad elevare a sua volta un immobile con i muri perimetrali a linea spezzata.

Ribaditi tali principi generali, la Suprema Corte ha altresì precisato che la disciplina di cui all’art. 873 c.c. e al D.M. 2 aprile 1968, n. 1444 che, in applicazione dell’art. 41 quinquies, ultimo comma, della legge urbanistica 17.8.42, n. 1150, come modificato dall’art. 17 della c.d. legge ponte 6.8.67, n. 765, detta i limiti di densità, altezza, distanza tra i fabbricati, ha quale principio informatore non la regolamentazione dei rapporti interprivati in relazione alle distanze tra proprietà finitime, ma la salvaguardia d’interessi generali, connessi all’igiene, alla sicurezza, al decoro degli abitati, da realizzarsi attraverso la determinazione delle proporzioni tra spazi liberi e volumi edificati mediante, tra l’altro, la predeterminazione delle distanze minime tra fabbricati nell’ambito di zone territoriali omogenee.
Criterio fondamentale applicato dalla normativa de qua è quello d’evitare che l’edificazione di fabbricati a distanza esigua l’uno dall’altro possa determinare la costituzione d’intercapedini dannose, ossia di spazi tra fabbricati la cui ampiezza non sia sufficiente ad assicurare quella condizione d’aerazione, luminosità ed igiene che è considerata minima indispensabile alle esigenze di vita degli abitanti.
In tale ottica vanno, dunque, interpretate le norme dei regolamenti comunali in materia, onde la ratio delle stesse va sempre ravvisata nel senso della loro predisposizione al fine d’evitare la formazione d’intercapedini dannose.
Da ciò consegue che possono essere considerate consentite dalle dette norme opere che, pur delimitando degli spazi, tuttavia, a determinate condizioni, consentano la circolazione dell’aria e non limitino la luminosità, quali porticati o logge o balconi o scale esterne in aggetto, e non consentite, per contro, le medesime opere ove gli spazi dalle stesse delimitati vengano trasformati in volumi chiusi mediante tamponatura con qualsiasi genere di materiali.

  • Print
  • PDF
  • email
  • RSS
  • Facebook
  • Twitter
  • FriendFeed
  • LinkedIn
  • MySpace
  • Digg
  • del.icio.us
  • Wikio IT
  • Google Bookmarks

Nessun commento »

Il tuo commento