Appunti di diritto amministrativo e civile

a cura dell'avv. Raffaello G. Orofino

Il danno erariale non ricorre quale effetto automatico della violazione delle norme sulla mancata autorizzazione di attività lavorativa extraistituzionale da parte del dipendente pubblico, ma deve comunque essere dimostrato attraverso la prova di una minore resa del servizio

Corte dei Conti, Sez. I giurisdizionale centrale, 16 settembre 2009, n. 554

Pubblico impiego – Divieto di svolgere attività lavorativa extraistituzionale senza la previa autorizzazione - Violazione – Danno erariale – Non automaticità – Necessità della prova di una riscontrata minore resa del servizio.

I fatti: con atto di citazione depositato in data 26 settembre 2005, il Procuratore regionale per il Lazio conveniva in giudizio C., dipendente pubblico con rapporto di lavoro a tempo pieno, poiché aveva svolto dal 1997 al 2003, senza la prescritta autorizzazione, l’attività di amministratore di condomini al di fuori dell’ipotesi prevista dalla lett. b), punto 5, della circolare n. 6/97 della Presidenza del Consiglio dei Ministri, percependo compensi per euro 95.491.

Con nota del 2 aprile 2003 la Direzione regionale delle Imposte indirette per il Lazio e l’Umbria aveva inutilmente diffidato il C., che per precedenti analoghe violazioni aveva già ottenuto la sanzione disciplinare della sospensione dal servizio per 7 giorni, a versare il suindicato importo al bilancio.

In considerazione di tali esiti dell’indagine disposta dal Servizio ispettivo della Direzione regionale dell’Agenzia delle Entrate, la Procura regionale chiedeva la condanna del C. al risarcimento del danno erariale, per violazione del principio sancito dall’art. 1, comma 60, della legge n. 662/1996, secondo il quale a tutti i dipendenti pubblici è fatto divieto di svolgere attività extraistituzionale senza la previa autorizzazione.
Il danno veniva quantificato in euro 95.491, pari alla somma percepita indebitamente dal C. o, in via subordinata, quanto meno in quella minor somma scaturente dalla differenza fra quanto percepito mensilmente e quanto effettivamente spettante come retribuzione part-time.

La Corte dei Conti di primo grado ha assolto il C., per la mancanza di idonea prova che da tale attività fosse derivato un danno all’Erario, dalla Procura indicato genericamente come «sottrazione di energie lavorative ed intellettuali alla pubblica amministrazione a fini privati», né tale danno potrebbe desumersi dal mancato versamento all’Erario dei compensi percepiti, accertato e perseguito in sede disciplinare, in quanto tale obbligo, secondo i primi giudici, discende direttamente dalla legge e prescinde comunque dalla produzione di un danno all’Amministrazione connesso ad un comportamento gravemente colposo.

Avverso la citata sentenza ha proposto appello il Procuratore regionale, chiedendo la riforma della decisione in quanto carente ed erronea nella motivazione.
Dopo aver ricordato che l’appellato, in rapporto di servizio a tempo pieno, ha svolto attività di amministratore di condominio di un complesso abitativo composto da 408 appartamenti, l’organo requirente ha ribadito che il C., svolgendo attività extraistituzionale senza la prescritta autorizzazione, ha agito in violazione delle norme che regolamentano le incompatibilità dei pubblici dipendenti; in conseguenza di ciò, sarebbe pacifica la spettanza ex lege all’Erario dei compensi illecitamente percepiti, con una valutazione operata ex ante dal legislatore. Nel caso specifico, quindi, la Sezione territoriale avrebbe richiesto una probatio diabolica della negativa incidenza sulla prestazione lavorativa pubblica, desumibile invece – secondo il regime delle presunzioni – sulla base dei dati dell’esperienza comune; in secondo luogo, tale prova si rivelerebbe del tutto superflua ai fini del decidere, stante quanto inderogabilmente stabilito con norma speciale in tema di incameramento delle retribuzioni indebitamente percepite.
Il Procuratore appellante ha sottolineato la sussistenza di un danno erariale nella fattispecie all’esame, poiché il signor C., svolgendo l’attività di amministrazione di condominio, avrebbe sottratto illecitamente energie lavorative e intellettuali alla pubblica amministrazione, distraendole a fini privati.
Ha sottolineato ancora il requirente che in tale ipotesi la sussistenza del danno erariale discenderebbe dalla mancata prestazione di attività lavorativa del dipendente pubblico, per l’alterato equilibrio del sinallagma che si pone, alla base del rapporto di servizio con l’Amministrazione, nel caso in cui il dipendente, abusando del suo ufficio ed in violazione dei doveri di imparzialità ed esclusività, abbia svolto attività lavorativa privata.

Sennonché, anche la Sezione centrale della Corte dei Conti ha ritenuto tali argomentazioni non meritevoli di accoglimento, posto che il C. non ha mai celato alla propria amministrazione di appartenenza lo svolgimento dell’attività di amministratore condominiale e, soprattutto, che tale situazione non ha mai in alcun modo limitato o condizionato i propri compiti istituzionali, l’espletamento del lavoro d’ufficio ed il rispetto rigoroso dell’orario di lavoro.
In altri termini, il danno erariale, dalla Procura appellante ritenuto conseguenza automatica dell’esercizio di attività extraistituzionale e sostanziantesi nella illecita sottrazione di energie lavorative ed intellettuali alla P.A., deve essere comunque dimostrato attraverso la prova di una riscontrata minore resa del servizio, con abbassamento anche qualitativo delle prestazioni lavorative, come potrebbe, ad esempio, attestare una accertata situazione di disordine amministrativo o contabile riconducibile al funzionario, evenienza che nella vicenda in esame non è stata riscontrata: non risulta infatti che l’indagine amministrativa avviata nel 1998 abbia imputato al C. alcun disservizio o disordine amministrativo generatore di effetti negativi nella gestione del predetto pubblico servizio. Né eventuali ripercussioni negative sul lavoro, per effetto dello svolgimento dell’attività di amministratore di condominio, risultano essere emerse con il procedimento disciplinare, con cui al C. è stata unicamente imputata la mancata autorizzazione allo svolgimento dell’attività privata.

Peraltro la vicenda si caratterizza per l’assoluta singolarità del caso, in quanto il C. ha iniziato la propria attività di amministratore limitandola al condominio presso cui vi era la propria abitazione e solo in seguito, per motivazioni di carattere eccezionale legate a riscontrati ammanchi di cassa, egli è stato costretto, per assicurare la corretta gestione dei servizi comuni, ad estendere l’attività all’intero comprensorio nel quale era ubicato anche il proprio condominio.

Sulla base di tali presupposti, e stante l’assoluta peculiarità della fattispecie, la Corte dei Conti centrale ha ritenuto di condividere le argomentazioni dei primi giudici in merito alla mancata dimostrazione del danno erariale concreto ed attuale arrecato all’Amministrazione di appartenenza e ricollegabile all’esercizio dell’attività di amministratore di condominio del C., non ritenendo di poter affermare la sussistenza di danno erariale quale effetto automatico della violazione delle norme sulla mancata autorizzazione di attività extraistituzionali.

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