Appunti di diritto amministrativo e civile

a cura dell'avv. Raffaello G. Orofino

Categoria » II. Processo di cognizione

Il deposito, al momento della costituzione in giudizio dell’appellante, d’una copia dell’atto d’appello in luogo dell’originale contenente la relata dell’avvenuta notifica, non comporta la sanzione d’improcedibilità del gravame, ma costituisce mera irregolarità

Cassazione civile, Sez. II, 17 novembre 2010, n. 23192

Impugnazioni – Appello – Improcedibilità – Costituzione dell’appellante – Deposito d’una copia dell’atto d’appello in luogo dell’originale – Mera irregolarità.

Con sentenza n. 360/2007, la Corte d’appello di Napoli dichiarava improcedibile ex art. 348 c.p.c. l’impugnazione della sentenza di rigetto dell’opposizione proposta da Tizio avverso il decreto ingiuntivo intimatogli da Caio.
In particolare, il giudice a quo ha ritenuto invalida la costituzione dell’appellante effettuata mediante iscrizione della causa a ruolo il 3.4.06 con il deposito della sola copia dell’atto d’appello, notificato il 28.3.06, mentre l’originale era stato successivamente depositato il 7.6.06, oltre il termine stabilito dal combinato disposto degli artt. 165 e 347 c.p.c.

Tizio propone ricorso per la cassazione della sentenza n. 360/2007 della Corte d’appello di Napoli.
Il ricorrente – denunziando la violazione degli artt. 347, 348, 165 e 156 c.p.c. – sostiene che il principio di tassatività delle cause d’improcedibilità, desumibile dal tenore letterale dell’art. 348 c.p.c., imponga di ritenere tale sanzione applicabile solo nel caso di mancata costituzione dell’appellante nei termini, onde il deposito di una copia in luogo dell’originale dell’atto di citazione non darebbe luogo ad una causa d’improcedibilità ma ad una mera irregolarità nella costituzione, ove tempestivamente avvenuta nel rispetto di quanto previsto dal combinato disposto degli artt. 165 e 347 c.p.c., mentre in relazione al deposito della copia dell’atto d’appello in luogo dell’originale soccorrerebbero i principi generali dettati dall’art. 156 c.p.c.

La Corte di Cassazione ha ritenuto fondata tale censura: «come la prevalente giurisprudenza di questa Corte ha recentemente evidenziato, infatti, l’accertamento dell’avvenuto deposito, al momento della costituzione in giudizio dell’appellante, d’una copia (o velina) dell’atto d’appello in luogo dell’originale contenente la relata dell’avvenuta notifica, non comporta la sanzione d’improcedibilità del gravame (Cass. 29.7.09 n. 17666, 24.8.07 n. 17958, 9.12.04 n. 23027)».

In proposito si è evidenziato come il nuovo testo dell’art. 348 c.p.c. abbia apportato significative modifiche alla disciplina dell’improcedibilità dell’appello, in quanto «ha previsto quali ipotesi tassative (sulla tassatività delle ragioni d’improcedibilità dell’appello cfr. Cass. 2.7.03 n. 10404, 3.8.04 n. 14869, 28.1.09 n. 2171) soltanto, al primo comma, la mancata tempestiva costituzione dell’appellante ed, al capoverso, la mancata comparizione dello stesso, una volta costituitosi, alla prima udienza ed in quella successiva; sotto il primo degli indicati profili, tuttavia, come chiaramente desumibile dal tenore letterale della disposizione, la sanzione immediata ed insanabile, anche quindi a prescindere dalla condotta processuale dell’appellato, attiene alla sola mancata tempestiva costituzione dell’appellante che deve aver luogo “in termini”, non anche al mancato rispetto delle “forme” previste per i procedimenti davanti al tribunale, nonostante alle stesse, compreso dunque il deposito dell’originale della citazione, operi rinvio il precedente art. 347 c.p.c.».

D’altra parte, sebbene l’art. 165 c.p.c. imponga all’attore di costituirsi, entro dieci giorni dalla notificazione della citazione, depositando in cancelleria la nota d’iscrizione a ruolo ed il proprio fascicolo contenente l’originale della citazione, la procura ed i documenti offerti in comunicazione, non di meno la Suprema Corte ha già avuto occasione di affermare come la costituzione in giudizio dell’attore avvenuta mediante deposito in cancelleria, oltre che della nota d’iscrizione a ruolo, del proprio fascicolo contenente una copia anziché l’originale dell’atto di citazione, depositato in seguito ed oltre la scadenza del termine prescritto, non determini alcuna nullità della costituzione stessa, ma integri una mera ipotesi d’irregolarità rispetto alle modalità stabilite dalla legge, non conseguendo a tale violazione alcuna lesione dei diritti della controparte e stabilendosi il contraddittorio con la notifica della citazione (Cass. 13.8.04 n. 15777).
L’applicazione al giudizio d’appello dei principi espressi in tale decisione rende evidente la non riconducibilità della fattispecie in esame all’ipotesi di mancata tempestiva costituzione, che sola varrebbe, a norma dell’art. 348 c.p.c. nel testo novellato dalla legge n. 353/1990, a giustificare una pronunzia di improcedibilità.

Non può, dunque, condividersi la diversa soluzione adottata da Cass. 1.7.08 n. 18009 sulla base d’un “distinguo” tra art. 165 c.p.c., in relazione al quale accoglie la riferita giurisprudenza che esclude l’essenzialità in sede di costituzione del deposito dell’originale notificato dell’atto di citazione, ed art. 348 c.p.c., in relazione al quale, per contro, ravvisando la ratio della comminatoria dell’improcedibilità nell’esigenza di certezza dell’instaurazione del giudizio, tale essenzialità afferma in funzione d’un controllo da parte del giudice dell’effettiva proposizione dell’impugnazione.
Una siffatta impostazione della questione, invero, non solo non tiene conto della sopra evidenziata espressa limitazione del dettato normativo che ricollega la procedibilità dell’appello alla sola tempestività della costituzione, di per sé confermativa della volontà d’impugnare, e non alle modalità della costituzione stessa, ma soprattutto sembra fare riferimento ad un’ipotesi d’attività di controllo preventivo inauditae partes da parte del giudice a seguito della sola costituzione – che la normativa non prevede, nel qual caso avrebbe un senso anche un’immediata declaratoria d’improcedibilità – mentre tale controllo ha luogo successivamente in sede di decisione, laddove ben può il giudice prendere visione della copia notificata pur se tardivamente depositata.

Nella qual sede, alla declaratoria d’improcedibilità potrebbe pervenirsi soltanto ove venisse accertata una difformità tra copia depositata ed originale dell’atto d’impugnazione, ma ove non sia in discussione – come nella specie non è – la conformità dei due atti, devesi ravvisare nel deposito della copia in luogo dell’originale una mera irregolarità, non integrando tale deviazione dal modello legale una costituzione priva dei requisiti essenziali al raggiungimento dello scopo dell’atto e non comportando essa di per sé alcuna violazione dei diritti difensivi dell’appellato nei confronti del quale il contraddittorio si costituisce con la notifica della citazione.

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Il danno non patrimoniale va sempre provato

Tribunale di Bari, Sez. III, 15 ottobre 2010

Danno non patrimoniale – Danno conseguenza – Onere della prova – Mezzi di prova – Nozioni di comune esperienza e presunzioni – Ammissibilità.

Il danno non patrimoniale, anche quando sia determinato dalla lesione di diritti inviolabili della persona, costituisce danno conseguenza (Cass. n. 8827/2003; n. 8828/2003; n. 16004/2003), che deve essere allegato e provato.

Va disattesa, pertanto, la tesi che identifica il danno con l’evento dannoso, parlando di danno evento.
Tale tesi, enunciata dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 184/1986, è stata superata dalla successiva sentenza n. 372/1994, seguita dalla Corte di Cassazione con le sentenze gemelle n. 8827 e n. 8828/2003.
Ugualmente da respingere è la variante costituita dall’affermazione che nel caso di lesione di valori della persona il danno sarebbe in re ipsa, perché la tesi snatura la funzione del risarcimento, che verrebbe concesso non in conseguenza dell’effettivo accertamento di un danno, ma quale pena privata per un comportamento lesivo.

Per quanto concerne i mezzi di prova, per il danno biologico la vigente normativa (d.lgs. n. 209/2005, artt. 138 e 139) richiede l’accertamento medico-legale.
Tuttavia, così come è nei poteri del giudice disattendere, motivatamente, le opinioni del consulente tecnico, del pari il giudice potrà non disporre l’accertamento medico-legale, non solo nel caso in cui l’indagine sulla persona sia impossibile (perché deceduta o per altre cause), ma anche quando lo ritenga, motivatamente, superfluo, e porre a fondamento della sua decisione tutti gli altri elementi utili acquisiti al processo (documenti, testimonianze), nonché avvalersi delle nozioni di comune esperienza e delle presunzioni.

Per gli altri pregiudizi non patrimoniali potrà farsi ricorso alla prova testimoniale, documentale e presuntiva.
Attenendo il pregiudizio (non biologico) ad un bene immateriale, il ricorso alla prova presuntiva è destinato ad assumere particolare rilievo, e potrà costituire anche l’unica fonte per la formazione del convincimento del giudice, non trattandosi di mezzo di prova di rango inferiore agli altri (v., tra le tante, Cass. n. 9834/2002). Il danneggiato dovrà tuttavia allegare tutti gli elementi che, nella concreta fattispecie, siano idonei a fornire la serie concatenata di fatti noti che consentano di risalire al fatto ignoto.

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Nel giudizio di opposizione ad ordinanza ingiunzione relativo al pagamento di una sanzione amministrativa è ammessa la contestazione e la prova unicamente delle circostanze di fatto della violazione che non sono attestate nel verbale di accertamento o rispetto alle quali l’atto pubblico non è suscettibile di fede privilegiata per una sua irrisolvibile contraddittorietà oggettiva

Cassazione civile, Sez. II, 10 agosto 2010, n. 18609

Sanzioni amministrative – Giudizio di opposizione ad ordinanza ingiunzione di pagamento – Verbale di accertamento di violazione del codice della strada – Efficacia probatoria privilegiata.

Nel giudizio di opposizione ad ordinanza ingiunzione relativo al pagamento di una sanzione amministrativa è ammessa la contestazione e la prova unicamente delle circostanze di fatto della violazione che non sono attestate nel verbale di accertamento come avvenute alla presenza del pubblico ufficiale o rispetto alle quali l’atto pubblico non è suscettibile di fede privilegiata ex art. 2700 c.c. per una sua irrisolvibile contraddittorietà oggettiva, mentre è riservata al giudizio di querela di falso, nel quale non sussistono limiti di prova e che è diretto anche a verificare la correttezza dell’operato del pubblico ufficiale, la proposizione e l’esame di ogni questione concernente l’alterazione nel verbale, pur se involontaria o dovuta a cause accidentali, della realtà degli accadimenti e dell’effettivo svolgersi dei fatti (in senso conforme, cfr. Cass., SS.UU. n. 17355/2009; Cass., Sez. II, n. 232/2010).

Nel caso di specie, parte opponente ha proposto opposizione per l’annullamento di un verbale di contestazione relativo a uso di apparecchio telefonico cellulare senza uso di vivavoce o di auricolare, contestando di aver fatto uso del telefono, mentre invece avrebbe dovuto impugnare le attestazioni dell’agente accertatore, contenute nel verbale, mediante querela di falso, e nell’ambito di tale speciale procedimento confutare la attestazione verbalizzata dal pubblico ufficiale. In mancanza, il verbale costituisce sufficiente prova della violazione, ed impone il rigetto dell’opposizione.

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Nelle cause scindibili, in cui è esclusa la necessità del litisconsorzio, il termine per impugnare non è unitario, ma decorre dalla data delle singole notificazioni della sentenza a ciascuna delle parti

Cassazione civile, Sez. III, 4 febbraio 2010, n. 2557

Impugnazioni civili – Decorrenza del termine di impugnazione – Processo con pluralità di parti – Principio della unitarietà del termine per l’impugnazione – Inapplicabilità in ipotesi di cause scindibili o tra loro indipendenti.

Nel processo con pluralità di parti, il principio per il quale, stante l’unitarietà del termine di impugnazione, la notifica della sentenza eseguita ad istanza di una sola delle parti segna, nei confronti della stessa e della parte destinataria della notificazione, l’inizio della decorrenza del termine breve per la proposizione dell’impugnazione contro tutte le altre parti, trova applicazione soltanto in ipotesi di cause inscindibili o tra loro comunque dipendenti, ovvero nel caso in cui la controversia concerna un unico rapporto sostanziale o processuale.

Al contrario, quando si versi nella distinta ipotesi di plurime cause che avrebbero potuto essere affrontate separatamente e, solo per motivi contingenti, sono state trattate in un unico processo (c.d. cause scindibili o tra loro indipendenti, nelle quali è esclusa la necessità del litisconsorzio), il termine per impugnare non è unitario, ma decorre dalla data delle singole notificazioni della sentenza a ciascuno dei titolari dei diversi rapporti definiti con l’unica sentenza, mentre per le parti per le quali non vi sia stata notificazione si applica il termine annuale [ora semestrale, n.d.r.] previsto dall’art. 327 c.p.c. (cfr. Cass. n. 5915/1999; Cass. n. 6514/1996).

In altri termini, il provvedimento discrezionale di riunione di più cause lascia immutata l’autonomia dei singoli giudizi e non pregiudica la sorte delle singole azioni, tanto che la sentenza che decide simultaneamente le cause riunite, pur essendo formalmente unica, si risolve in altrettante pronunce quante sono le cause (cfr. Cass. n. 15954/2006; Cass. n. 11149/2006; Cass. n. 19937/2004).

Nel caso di specie, la sentenza di primo grado aveva definito due giudizi totalmente autonomi, ancorché riuniti per motivi di opportunità.
Mentre nel primo, avente ad oggetto una domanda di simulazione di un contratto di locazione, ricorreva una ipotesi di causa inscindibile (in quanto la domanda di simulazione non poteva che essere pronunziata nei confronti di tutte le parti che avevano convenuto la simulazione), nel secondo, nel quale si discuteva del pagamento dei canoni di locazione e nel quale la conduttrice aveva proposto domanda di manleva, sulla base di un autonomo rapporto che la legava ad un terzo (impegno assunto da quest’ultimo di assumersi tutti gli oneri derivanti del contratto di locazione tra la conduttrice e la locatrice) si era in presenza di un rapporto di garanzia impropria e, quindi, certamente scindibile (cfr. Cass. n. 19286/2009).
Come noto, infatti, nel caso di chiamata in causa per garanzia impropria – che si verifica allorché colui che sia stato convenuto in giudizio dall’attore intende essere rilevato dal garante di quanto sia eventualmente condannato a pagare – l’azione principale e quella di garanzia sono fondate su due titoli diversi, con la conseguenza che le due cause sono distinte e scindibili.
Qualora, pertanto, manchi da parte del convenuto rimasto soccombente l’impugnazione della pronuncia sulla causa principale, il giudicato che si forma sulla stessa non estende i suoi effetti al chiamato in garanzia impropria in ordine al rapporto con il chiamante, ed il chiamato può impugnare la statuizione sul rapporto principale solo nell’ambito del rapporto di garanzia e per i riflessi che la decisione può avere su di esso (cfr. Cass. n. 1077/2003).

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Nel procedimento davanti al giudice di pace, dopo la prima udienza non è più possibile proporre nuove domande o eccezioni o allegare a fondamento di esse nuovi fatti costitutivi, modificativi o estintivi

Cassazione civile, Sez. III, 4 gennaio 2010, n. 18

Procedimento davanti al giudice di pace – Termine per la proposizione di nuove eccezioni e per le relative allegazioni – Prima udienza.

Nel procedimento davanti al giudice di pace non è configurabile una distinzione tra prima udienza di comparizione e prima udienza di trattazione. Pertanto, dopo la prima udienza non è più possibile proporre nuove domande o eccezioni o allegare a fondamento di esse nuovi fatti costitutivi, modificativi o estintivi.

Pertanto, ai sensi dell’art. 320 c.p.c., comma 3, dopo tale udienza è preclusa alla parte la possibilità di proporre, per la prima volta, l’eccezione di prescrizione presuntiva (v. anche Cass. 29.1.2003 n. 1287).

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L’atto di impugnazione della sentenza, nel caso di morte della parte vittoriosa, deve essere rivolto e notificato agli eredi, indipendentemente dal momento in cui il decesso è avvenuto e dalla eventuale ignoranza dell’evento, anche se incolpevole, da parte del soccombente

Cassazione civile, Sez. unite, 16 dicembre 2009, n. 26279

Impugnazioni – Morte della parte vittoriosa – Notifica agli eredi – Necessità.

Sul tema delle impugnazioni proposte dopo la morte di una parte sono emersi nella giurisprudenza di legittimità contrasti, divergenze e oscillazioni, che non hanno trovato una stabile e definitiva composizione neppure in seguito ai vari interventi delle sezioni unite, che più volte sono state chiamate a pronunciarsi sulla questione.

Le prime decisioni delle sezioni unite sono state adottate con le sentenze n. 1228, 1229 e 1230 del 21 febbraio 1984, con le quali si è ritenuto che la materia è disciplinata da norme non rispondenti a un criterio unitario e diverse secondo il momento in cui l’evento si verifica.
Se questo è precedente alla chiusura della discussione e non è stato dichiarato o notificato, l’altra parte, anche se ne ha avuto altrimenti notizia, può rivolgere l’atto di impugnazione al defunto e notificarlo presso il suo procuratore, poiché la posizione di colui che è venuto a mancare resta stabilizzata come quella di persona ancora vivente per tutto l’ulteriore corso del giudizio anche nei gradi successivi, nei quali il mandato conserva ultrattivamente efficacia, per il disposto dell’art. 300 c.p.c.; lo stesso procuratore è, dunque, altresì abilitato sia a ricevere la notificazione della sentenza sia a impugnarla, in nome del defunto, se il mandato non era limitato a quel grado.
Quando invece la morte è posteriore alla chiusura della discussione, la notificazione della sentenza, a norma dell’art. 286 c.p.c., può essere rivolta indifferentemente alla parte deceduta presso il suo procuratore, oppure agli eredi.
Infine, se l’evento si avvera nella pendenza del termine per l’impugnazione, influisce sulla sua decorrenza, secondo le previsioni dell’art. 328 c.p.c.: nel caso in cui la notificazione della sentenza sia già avvenuta, deve essere rinnovata agli eredi e solo da allora prende inizio il termine “breve” stabilito dall’art. 325 c.p.c.; altrimenti, si applica quello “lungo” di cui all’art. 327 c.p.c., che tuttavia è prorogato di sei mesi, ove la morte o la perdita della capacità di stare in giudizio sia avvenuta più di sei mesi dopo la pubblicazione della sentenza.

Investite ancora della questione, le sezioni unite l’hanno affrontata con la sentenza n. 11394 del 19 dicembre 1996.
Con riferimento a una fattispecie di morte successiva alla pubblicazione della sentenza di primo grado, ma in base ad argomenti estensibili anche all’ipotesi di decesso anteriore, si è ritenuto che l’atto di appello, a norma dell’art. 328 c.p.c., deve essere notificato in ogni caso agli eredi, essendo irrilevante l’eventuale ignoranza dell’evento da parte dell’impugnante, il quale neppure può essere ammesso alla rinnovazione della notificazione prevista dall’art. 291 c.p.c., sicché l’unica sanatoria consentita è quella che deriva dalla costituzione in giudizio dei successori del defunto, purché effettuata prima della scadenza del termine di un anno dal deposito della sentenza in cancelleria.

Della problematica di cui si tratta le sezioni unite si sono di nuovo occupate con la sentenza n. 15783 del 28 luglio 2005, per dirimere il contrasto di giurisprudenza che si era manifestato a proposito della particolare ipotesi del raggiungimento della maggiore età del soggetto che in precedenza era stato in giudizio rappresentato dagli esercenti la potestà dei genitori.
Allargando lo sguardo alla generale prospettiva dell’incidenza di tutti gli eventi menzionati dall’art. 300 c.p.c., si è deciso che il momento in cui sono sopravvenuti è ininfluente, poichè l’art. 328 c.p.c. impone di notificare comunque l’atto di impugnazione alla parte effettiva del rapporto processuale (nel caso: al maggiorenne), anche se la morte, la perdita della capacità di stare in giudizio o la cessazione della rappresentanza, non dichiarate o notificate dal procuratore, che unicamente è abilitato a farlo, sono avvenute prima della pubblicazione della sentenza, né vi è luogo all’applicazione dell’art. 291 c.p.c.. Tuttavia, se l’evento è stato senza colpa ignorato dall’impugnante, la notificazione rivolta al defunto o all’incapace ed effettuata presso il suo procuratore deve essere reputata valida.

Dai principi di volta in volta enunciati con le sentenze citate, peraltro sotto vari profili discordanti, si sono poi frequentemente discostate le sezioni semplici, le quali talvolta hanno anche adottato soluzioni intermedie, come quella secondo cui la nullità della notificazione al defunto può essere sanata con effetto retroattivo mediante la sua rinnovazione agli eredi, disposta a norma dell’art. 291 c.p.c.. In tal senso si sono orientate anche le sezioni unite, con l’ordinanza n. 19343 del 15 luglio 2008, con riguardo al ricorso per cassazione.

Ciò premesso, le sezioni unite, con la sentenza n. 26279 del 16 dicembre 2009, hanno ritenuto che debba essere seguito l’indirizzo segnato dalla sentenza n. 11394/1996, sulla scorta delle seguenti considerazioni.
In primo luogo, va preso atto che la disciplina dell’impugnazione della sentenza, nel caso di morte (o di perdita o acquisto della capacità di stare in giudizio) della parte, non è direttamente contenuta in alcuna delle norme nelle quali di volta in volta è stata ravvisata, con i precedenti prima richiamati.
L’art. 300 c.p.c. attribuisce esclusivamente al procuratore della parte stessa la facoltà discrezionale di dichiarare in udienza o di notificare alle altre l’evento, fino alla chiusura della discussione (il nuovo testo dell’art. 275 c.p.c. e l’art. 281 quinquies c.p.c. prevedono la possibilità che essa non abbia luogo, sicché quel limite temporale deve intendersi in tal caso sostituito dalla scadenza del termine per il deposito delle memorie di replica), e dispone che in mancanza l’evento stesso “non produce effetto”, mentre altrimenti da quel momento “il processo è interrotto”. L’”effetto” che non viene prodotto è dunque quello della interruzione, con la conseguenza che il processo, salva la possibilità di costituzione volontaria di coloro cui spetta proseguirlo o di loro citazione in riassunzione, continua a svolgersi tra le parti originarie, come se fosse ancora in vita il defunto, il quale continua a essere rappresentato in giudizio dal suo procuratore e nei confronti del quale la sentenza viene pronunciata. Ma nessuna previsione della norma consente di estendere la “stabilizzazione” della posizione della parte e la “ultrattività” del mandato oltre il grado di giudizio nel quale l’evento si è verificato, né in particolare di ritenerle operanti in relazione alle impugnazioni, che nel codice di procedura civile hanno la loro regolamentazione in un diverso titolo del libro dedicato al processo di cognizione.
L’art. 286 c.p.c. attiene alla notificazione non dell’atto di impugnazione, ma della sentenza: attività prodromica all’instaurazione dell’ulteriore grado del giudizio, ma ad esso ancora esterna. Per tale notificazione dispone che “si può fare”, se la morte della parte è avvenuta dopo la chiusura della discussione, anche con le modalità stabilite dall’art. 303 c.p.c., ossia collettivamente e impersonalmente agli eredi, nell’ultimo domicilio del defunto. Peraltro, come possibilità alternativa a quella consentita, deve intendersi la notificazione non già alla parte deceduta, bensì sempre agli eredi, ma singolarmente e personalmente.
Dalla norma non si può dunque desumere alcun argomento, a suffragio della tesi di una “ultrattività” del mandato, che abbia efficacia temporale illimitata, anche nei gradi di giudizio successivi.
Riguardano invece le impugnazioni, con riferimento al caso di morte della parte, l’art. 328 c.p.c. e l’art. 330, comma 2, c.p.c.. Il primo detta una particolare regolamentazione dei termini per la proposizione dell’impugnazione, ma nulla dice a proposito di chi debba esserne il destinatario. Il secondo stabilisce che l’atto, se il decesso è posteriore alla notificazione della sentenza, “può” essere notificato collettivamente e impersonalmente agli eredi (anche qui evidentemente ponendo l’alternativa implicita anche nell’art. 286 c.p.c.), nel nuovo domicilio eventualmente eletto, o altrimenti in quello indicato per il giudizio o presso il procuratore costituito, il cui ruolo è dunque limitato a quello eventuale di semplice domiciliatario dei successori del defunto.
Quest’ultima norma non solo non esclude, ma anzi presuppone che l’atto di impugnazione debba essere in ogni caso indirizzato agli eredi e a loro notificato, indipendentemente dal momento nel quale il decesso della parte è avvenuto: non è ravvisabile alcuna plausibile ragione, per la quale la notificazione della sentenza debba segnare un discrimine temporale per l’applicazione di due discipline diverse.

Che l’impugnazione debba essere proposta nei confronti degli eredi, in effetti, discende dal basilare principio già enunciato dall’art. 101 c.p.c. e ora solennemente ribadito dal nuovo testo dell’art. 111 Cost., secondo cui «ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti»: principio la cui essenzialità è stata costantemente affermata dalla Corte costituzionale e da ultimo ribadita con la sentenza n. 276 del 29 ottobre 2009.
Esso implica e contiene anche quello di “giusta parte“, quale non può evidentemente essere considerata la persona non più in vita, nel cui universum ius sono subentrati i successori.
L’eccezionale deroga introdotta dall’art. 300 c.p.c., che consente la prosecuzione del giudizio nei confronti della parte deceduta, se il suo procuratore non dichiara o notifica l’evento, non può quindi essere ritenuta operante indefinitamente, anche nell’eventuale grado successivo del giudizio, in cui si dà luogo a un nuovo rapporto processuale ulteriore e distinto, anche se collegato a quello ormai esaurito con la pronuncia della sentenza.

Il difetto assoluto della qualità di “giusta parte” nel defunto comporta altresì che all’invalidità derivante dall’instaurazione nei suoi confronti del giudizio di impugnazione non può essere posto rimedio mediante lo strumento della rinnovazione, apprestato dall’art. 291 c.p.c.. Non si verte, infatti, nell’ipotesi, cui la norma si riferisce, di «un vizio che importi nullità nella notificazione della citazione», ma di un errore incidente sulla vocatio in ius, in quanto rivolta verso un soggetto diverso da quello che avrebbe dovuto esserne il destinatario.

A queste stesse conclusioni erano pervenute le citate sentenze n. 11394/1996 e n. 15783/2005.
Con la sentenza n. 15783/2005, tuttavia, si è opinato doversi introdurre un’eccezione alla regola della necessità di impugnare la sentenza nei confronti degli eredi del defunto, se il decesso è stato ignorato senza sua colpa dall’altra parte (ipotesi che in quel giudizio si è esclusa, stante la facile conoscibilità, con l’uso dell’ordinaria diligenza, dell’evento – il raggiungimento della maggiore età – di cui allora si trattava). In tal caso una “interpretazione costituzionalmente orientata” imporrebbe di considerare senz’altro valido l’atto introduttivo del nuovo grado di giudizio, anche se indirizzato al defunto e notificato al suo procuratore, poiché altrimenti il diritto di azione dell’impugnante resterebbe ingiustificatamente sacrificato.
La tesi non è condivisibile. Le norme in tema di impugnazione fanno tutte dipendere la validità dei relativi atti da presupposti prettamente oggettivi, sicché non lasciano spazio alcuno per attribuire rilievo a condizioni interne di “buona fede”.
Ma va soprattutto osservato che l’interpretazione proposta, per tutelare una delle parti, correlativamente pregiudicherebbe l’altra: a rimanere compromesso sarebbe il diritto di difesa degli eredi, esposti al concreto rischio di dover subire gli effetti di una sentenza pronunciata all’esito di un processo del quale non avevano avuto notizia, perché promosso nei confronti del loro dante causa.

Con la sentenza n. 11394/1996 era stata invece esclusa l’idoneità dell’ignoranza dell’evento, anche se incolpevole, ad evitare l’inammissibilità dell’impugnazione proposta nei confronti del defunto, non sanabile se non in seguito alla spontanea costituzione in giudizio degli eredi anteriormente alla scadenza del termine di un anno dalla pubblicazione della sentenza. Si era tuttavia ipotizzato che potessero derivarne dubbi di legittimità costituzionale (ritenuti peraltro irrilevanti in quel giudizio, risultando che l’impugnante era a conoscenza del decesso dell’altra parte).
La questione è stata già sottoposta alla Corte costituzionale, che con l’ordinanza n. 27 del 4 febbraio 2000 l’ha dichiarata manifestamente inammissibile, osservando che «appare evidente come non sia possibile nella specie operare la reductio ad legitimitatem delle norme impugnate in termini univoci e costituzionalmente obbligati, essendo astrattamente configurabili più itinera – la cui scelta spetta al legislatore -, tutti ugualmente idonei a porre rimedio alla dedotta incostituzionalità»; ha inoltre rilevato che «è compito precipuo del giudice rimettente adottare un’interpretazione della norma che sia conforme a Costituzione» e che nella giurisprudenza «si rinvengono numerosi precedenti nei quali si è ritenuta pienamente valida l’impugnazione proposta nei confronti della parte non più esistente, allorché la controparte abbia senza colpa ignorato l’evento, ovvero nei quali si è fatto ricorso all’art. 291 cod. proc. civ.».
La praticabilità di queste due strade va però esclusa, come prima si è rilevato.
Ma comunque, con riguardo all’ipotesi del decesso della parte, la questione appare manifestamente infondata. La morte è evento ineluttabile, sicché l’eventualità che si verifichi, nel corso del processo (senza essere dichiarato o notificato dal procuratore) o dopo la pubblicazione della sentenza, non è affatto remota. E per queste ipotesi l’art. 328 c.p.c. contiene regole che danno luogo a un’adeguata tutela del diritto di impugnazione della parte non colpita dall’evento:
- a norma del comma 1, la notificazione della sentenza, effettuata dalla parte vittoriosa quando era ancora in vita, diviene inefficace, se la morte sopravviene durante la pendenza del termine “breve” di impugnazione, il quale non inizia a decorrere di nuovo se non da quando il soccombente ha avuto notizia del decesso dell’altra parte mediante la prescritta rinnovazione della notificazione della sentenza ad opera degli eredi, ai quali poi l’atto di impugnazione può essere notificato collettivamente e impersonalmente, per il disposto dell’art. 330 c.p.c.;
- a norma del comma 3, se la notificazione della sentenza o la sua rinnovazione non sono avvenute, il termine “lungo” è prorogato di sei mesi, se la morte si è verificata dopo sei mesi dalla pubblicazione della sentenza.
Il soccombente, al quale il decesso non è stato comunicato mediante la notificazione della sentenza e lo ignora senza colpa, dispone dunque di almeno un anno, per poter verificare se eventualmente la parte vittoriosa non sia più in vita: accertamento agevolmente effettuabile mediante la consultazione dei registri di stato civile, dato che la morte di ognuno viene annotata a margine del suo atto di nascita, come dispone l’art. 81 del d.P.R. n. 396 del 3 novembre 2000.
L’ampiezza del suddetto lasso di tempo è tale da non rendere eccessivamente difficoltoso – tanto da menomare sensibilmente il diritto di azione dell’impugnante – l’adempimento del compito che il principio del contraddittorio gli impone, secondo l’insegnamento, già richiamato nelle sentenze n. 11394/1996 e n. 15783/2005, di uno dei fondatori della moderna scienza italiana del diritto processuale civile: le parti, quando è definito un grado e deve aprirsene un altro, «tornano nella situazione in cui si trova l’attore prima di proporre la domanda, cioè di dover conoscere la condizione di colui col quale intende contrarre il rapporto processuale».

Il giudizio nel quale è stata pronunciata la sentenza impugnata con il ricorso in esame è iniziato il 1 dicembre 1987. Non possono quindi venire in considerazione né il nuovo testo dell’art. 164 c.p.c., come modificato dall’art. 9 della legge n. 353 del 26 novembre 1990 (che consente di sanare con effetto retroattivo le nullità della citazione, mediante la sua rinnovazione), né l’art. 153 c.p.c., comma 2 inserito dall’art. 46 della legge n. 69 del 18 giugno 2009 (che ammette la rimessione in termini della parte incorsa in decadenze per causa ad essa non imputabile). Esula dai limiti di questo giudizio verificare se le due norme, come per la prima è stato ipotizzato con le sentenze n. 11394/1996 e 15783/2005, si attaglino, nei processi in cui sono applicabili, al caso di impugnazione proposta nei confronti di una parte defunta.

Il principio da enunciare è dunque il seguente: «L’atto di impugnazione della sentenza, nel caso di morte della parte vittoriosa, deve essere rivolto e notificato agli eredi, indipendentemente sia dal momento in cui il decesso è avvenuto, sia dalla eventuale ignoranza dell’evento, anche se incolpevole, da parte del soccombente; ove l’impugnazione sia proposta invece nei confronti del defunto, non vi è luogo all’applicazione dell’art. 291 c.p.c.».

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La nullità della consulenza tecnica d’ufficio per vizi procedurali inerenti alle operazioni peritali è sanata se non eccepita nella prima istanza o difesa successiva al suo deposito

Tribunale di Salerno, 1 dicembre 2009, n. 2532

Consulenza tecnica d’ufficio – Vizi procedurali inerenti alle operazioni peritali – Nullità relativa – Necessità che venga dedotta in occasione della prima difesa successiva al deposito della relazione del c.t.u. – Sanatoria della nullità.

La nullità della consulenza tecnica d’ufficio per vizi procedurali inerenti alle operazioni peritali, avendo carattere relativo, resta sanata se non eccepita nella prima istanza o difesa successiva al deposito, per tale intendendosi addirittura «anche l’udienza di mero rinvio, non rilevando che il giudice, nell’udienza successiva al deposito, abbia rinviato la causa per consentire l’esame della relazione, poiché la denuncia di detto inadempimento formale non richiede la conoscenza del contenuto della relazione» (Cass., Sez. II, 25 ottobre 2006, n. 22843; Cass., 23 dicembre 1999, n. 14483; Cass., 28 novembre 2001, n. 15133).

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Va rigettata l’istanza formulata ai sensi dell’art. 186 bis c.p.c. laddove la pretesa creditoria sia oggetto di specifica contestazione da parte del debitore, pur non sorretta da alcuna prova

Tribunale di Varese, Sez. I, ord. 1 ottobre 2009

Istanza per il pagamento di somme non contestate – Presupposto della non contestazione – Specificità della contestazione – Sussistenza.

Tizio evocava in giudizio la Alfa srl, assumendo che questa avesse acquistato da lui beni per un ammontare pari ad euro 77.700,00, come da fatture depositate in atti e dichiarate dall’attore come non onorate.
La Alfa srl si costituiva in giudizio, eccependo l’infondatezza della domanda, atteso che i beni  in discorso risultavano regolarmente e congruamente pagati dalla società acquirente, coma da documentazione che allegava.
Sopravveniva, in corso di causa, istanza ex art. 186 bis c.p.c. da parte dell’attore, con cui quest’ultimo richiedeva emissione di ingiunzione di pagamento di somme non contestate assumendo che la convenuta, pur asserendo di avere pagato tutto quanto dovuto, non documentava integralmente l’avvenuto pagamento, lasciando quindi incontestata una minor somma.
In particolare, secondo l’attore, la convenuta aveva prodotto n. 15 assegni i cui importi, sommati, conducevano alla somma complessiva di 63.800,00 (non anche a quella richiesta in citazione pari ad Euro 77.700,00).

Ciò premesso in fatto, il Giudice varesino ha ricordato che il procedimento anticipatorio di condanna, richiesto dall’istante, ripercorre la linea procedimentale inaugurata dall’art. 423, comma I, c.p.c. per il rito del lavoro e trae linfa dalla sussistenza di una pretesa che sia rimasta insoddisfatta fuori dal processo e non contestata nel processo (dalle parti costituite).
Non vi è consenso di opinioni, in dottrina, quanto alla individuazione dei comportamenti che, in concreto, possano integrare il presupposto della “non contestazione”; certo è che, essendo l’istituto della non contestazione oggi generalizzato nel nuovo art. 115 c.p.c. a seguito della legge n. 69 del 2009, deve accedersi, perché confermata dal legislatore, a quella impostazione dottrinaria che, sin da data risalente, richiedeva una contestazione “specifica”, sostenendo che una contestazione “generica” equivalesse a contegno inidoneo ad inibire la facoltà del Giudice di provvedere ai sensi dell’art. 186 bis c.p.c.
E allora, la pronuncia invocata dall’istante richiede di verificare se il convenuto abbia contestato l’altrui pretesa (avente ad oggetto obbligazioni pecuniarie) e se tanto abbia fatto mediante ricorso a contestazioni che si lasciano apprezzare per specificità.

Orbene, ha reputato il Giudice varesino che nel caso sottoposto al suo esame le somme fossero state contestate, con assolvimento dell’onere imposto dall’art. 186 bis c.p.c.
La Alfa srl, infatti, costituendosi nel procedimento, ha introdotto in giudizio una eccezione di intervenuto pagamento del debito ed ha, cioè, allegato un fatto estintivo dell’altrui diritto, deducendo la solutio (quale fatto estintivo tipico dell’obbligazione pecuniaria).
Vi è, poi, che la convenuta ha anche eccepito il pagamento nella misura “congrua”, con ciò non potendosi ritenere, allo stato, esente da contestazione anche il quantum debeatur.
Ed invero, parte attrice incorre nell’equivoco di far confluire l’onere di non contestazione sul terreno probatorio: è vero che l’assenza di contestazione equivale a relevatio ab onere probandi, ma è anche vero che “contestare” non vuol dire “provare”, altrimenti attraverso tale istituto vi sarebbe una surrettizia forma di inversione dell’onere della prova.
Altrimenti detto: se il convenuto contesta il credito pari a 77.000,00 sostenendo di avere adempiuto, ma produce atti che certificano, documentalmente, un adempimento per soli euro 63.800,00, qui non si fa questione di onere della contestazione ma si fa questione di onere della prova. Ed, infatti, l’onere di provare i fatti estintivi dell’altrui diritto gravita nella sfera dell’eccipiente, non anche in quella di colui qui agit. Ed allora, il fatto sarà contestato ma non ancora provato.
Alla luce delle considerazioni che precedono, il Giudice ha respinto l’istanza.

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Inammissibile il motivo di ricorso per cassazione che si concluda con la formulazione di un quesito di diritto in alcun modo riferibile alla fattispecie o che sia comunque assolutamente generico

Cassazione civile, Sez. III, 13 maggio 2009, n. 11097

Ricorso per cassazione – Forma e contenuto – Genericità dei motivi di ricorso – Inammissibilità.

E’ inammissibile il motivo di ricorso per cassazione che si concluda con la formulazione di un quesito di diritto in alcun modo riferibile alla fattispecie o che sia comunque assolutamente generico, dovendosi assimilare un quesito inconferente alla mancanza di quesito (Cass., 3 ottobre 2008, n. 24578).

Va ricordato che i quesiti di diritto imposti dall’art. 366 bis c.p.c. rispondono alla esigenza di soddisfare l’interesse del ricorrente ad una decisione della lite diversa da quella cui è pervenuta la sentenza impugnata, e al tempo stesso, con più ampia valenza, di enucleare, collaborando alla funzione nomofilattica della Corte di Cassazione, il principio di diritto applicabile alla fattispecie.
In altri termini, il quesito di diritto costituisce il punto di congiunzione tra la risoluzione del caso specifico e l’enunciazione del principio giuridico generale, risultando altrimenti inadeguata, e quindi non ammissibile, l’investitura stessa del giudice di legittimità.

Da quanto precede deriva che ognuno dei quesiti formulati per ciascun motivo di ricorso deve consentire l’individuazione del principio di diritto che è alla base del provvedimento impugnato e, correlativamente, del diverso principio la cui auspicata applicazione ad opera della Corte di Cassazione possa condurre ad una decisione di segno diverso.
Il quesito deve costituire la chiave di lettura delle ragioni esposte e porre la Corte in condizione di rispondere ad esso con l’enunciazione di una regula iuris che sia, come tale, suscettibile di ricevere applicazione in casi ulteriori rispetto a quello sottoposto all’esame del giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata.

Non possono, quindi, proporsi motivi cumulativi e, comunque, che si concludano con un quesito che non permetta di riferirlo in modo chiaro ed univoco ad uno di essi e che non evidenzi l’elemento strutturale della norma che si assume violata, non consistendo in una chiara sintesi logico-giuridica della questione sottoposta, formulata in termini tali per cui dalla risposta – negativa o affermativa – che ad esso si dia, discenda in modo univoco l’accoglimento o il rigetto del gravame.

Ebbene, nel caso di specie, i quesiti formulati, risolvendosi in una serie di affermazioni in diritto totalmente generiche e puramente astratte, non permettono di ricostruire quale sia stata la regula iuris applicata dal giudice di appello, e neppure consentono di individuare quale sia la regula di cui la Suprema Corte dovrebbe fare applicazione al fine di pervenire alla cassazione della sentenza impugnata.
In buona sostanza parte ricorrente, in termini assolutamente apodittici e totalmente prescindendo dai precetti introdotti, quanto al giudizio di cassazione, dal d.lgs. n. 40/2006, si limita a denunciare che l’esito della lite è stato diverso da quello da essa auspicato, per avere i giudici del merito violato, a proprio dire, gli articoli di legge indicati nei molteplici quesiti.
Il ricorso va dunque dichiarato inammissibile, anche in base al granitico principio secondo cui è inammissibile, per violazione dell’art. 366 bis c.p.c., il motivo del ricorso per cassazione nel quale il quesito di diritto si risolva in una generica istanza di decisione sulla esistenza della violazione di legge denunziata nel motivo e in una mera richiesta di accoglimento del motivo o nell’interpello della Corte in ordine alla fondatezza della censura così come illustrata.
La norma di cui all’art. 366 bis c.p.c., infatti, è finalizzata a porre il giudice della legittimità in condizione di comprendere – in base alla sola sua lettura – l’errore di diritto asseritamente compiuto dal giudice e di rispondere al quesito medesimo enunciando una regula iuris (Cassazione, Sez. unite, 2 dicembre 2008, n. 28547).

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Valore probatorio dei rilievi effettuati in sede di accertamento tecnico preventivo

Cassazione civile, Sez. II, 6 febbraio 2008, n. 2800

Procedimenti di istruzione preventiva – Accertamento tecnico preventivo – Valore probatorio nel successivo giudizio di merito dei rilievi effettuati in sede di a.t.p.

Se è pur vero che l’accertamento tecnico preventivo non è un mezzo di prova, poiché – ai sensi dell’art. 696 c.p.c. – è finalizzato principalmente a «far verificare, prima del giudizio, lo stato di luoghi o la qualità o la condizione di cose» che, suscettibili di mutamenti o alterazioni nel tempo, vanno accertati e documentati per essere portati poi alla cognizione del giudice prima che ciò possa accadere, per consentirgli di decidere sulla base delle prospettazioni e deduzioni fatte con riferimento a quelle condizioni e a quello stato, è altrettanto vero che dagli accertamenti e rilievi compiuti in fase preventiva il giudice può trarre utili elementi che, apprezzati e valutati unitamente e nel contesto delle altre risultanze processuali, possono concorrere a fondare il suo convincimento in ordine alla fondatezza dell’uno o dell’altro assunto.

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