Appunti di diritto amministrativo e civile

a cura dell'avv. Raffaello G. Orofino

Categoria » I. Disposizioni generali

Ai giudizi in materia di sanzioni amministrative non è applicabile la regola del foro erariale, stabilita per la generalità delle cause nelle quali è parte una amministrazione dello Stato

Cassazione civile, Sezioni unite, 22 novembre 2010, n. 23594

Giudizio di opposizione a sanzione amministrativa – Appello avverso la sentenza del giudice di pace – Amministrazione dello Stato – Competenza territoriale – Regola del foro erariale – Inapplicabilità.

Ai giudizi in materia di sanzioni amministrative non è applicabile la regola del foro erariale, stabilita per la generalità delle cause nelle quali è parte un’amministrazione dello Stato dall’art. 25 c.p.c., in ragione di un’esigenza di “prossimità” della controversia con il “luogo in cui è stata commessa la violazione” rimasta attuale anche dopo la soppressione delle preture, a differenza che per gli altri giudizi già di competenza del pretore e ora del giudice di pace o del tribunale.

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Nessuna limitazione sussiste in merito alla legittimazione passiva dell’amministratore per qualsiasi azione, anche di natura reale, promossa contro il condominio in ordine alle parti comuni dell’edificio

Cassazione civile, Sez. II, 10 novembre 2010, n. 22886

Condominio – Azioni giudiziarie – Legittimazione dell’amministratore – Azione reale o possessoria – Litisconsorzio necessario di tutti i condomini – Esclusione.

Nessuna limitazione sussiste in relazione alla legittimazione passiva dell’amministratore di condominio per qualsiasi azione, anche di natura reale, promossa contro il condominio, da terzi o anche dal singolo condomino, in ordine alle parti comuni dell’edificio.
In tal caso, l’amministratore ha il solo obbligo, di mera rilevanza interna e non incidente sui suoi poteri rappresentativi processuali, di riferire all’assemblea, con la conseguenza che la sua presenza in giudizio esclude la necessità del litisconsorzio nei confronti di tutti i condomini (in senso conforme, Cass., Sez. II, n. 9093 del 16.4.2007).

In particolare,  la legittimazione dell’amministratore del condominio dal lato passivo ai sensi dell’art. 1131 cod. civ., comma 2, non incontra limiti e sussiste, anche in ordine all’interposizione d’ogni mezzo di gravame che si renda eventualmente necessario, in relazione ad ogni tipo d’azione, anche reale o possessoria, promossa nei confronti del condominio da terzi o da un singolo condomino (trovando un tanto ragione nell’esigenza di facilitare l’evocazione in giudizio del condominio, quale ente di gestione sfornito di personalità giuridica distinta da quella dei singoli condomini) in ordine alle parti comuni dello stabile condominiale.
Ne consegue che, in presenza di domanda di condanna all’eliminazione d’opere, ai fini della pregiudiziale decisione concernente la negatoria servitutis non è necessaria l’integrazione del contraddittorio, dalla legge non richiesta per tale tipo di pronunzia, che bene è pertanto resa nei confronti del condominio rappresentato dall’amministratore, dovendo in tal caso essere essa intesa quale utilitas afferente all’intero edificio condominiale e non già alle singole proprietà esclusive dei condomini (cfr. Cass., Sez. II, n. 9206 del 4.5.2005).

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Non è manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale della legge finanziaria 2010, nella parte in cui ha imposto il pagamento del contributo unificato nei giudizi di opposizione a sanzione amministrativa

Giudice di pace di Bari, 27 settembre 2010

Sanzioni amministrative – Giudizio di opposizione – Pagamento del contributo unificato sulle spese di giustizia – Non manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell’art. 2, comma 212, lett. b, punto 2, della legge finanziaria 2010.

La prima parte dell’art. 2, comma 212, lett. b, punto 2, della legge 23 dicembre 2009, n. 191 (legge finanziaria 2010), che ha introdotto l’art. 6 bis nel d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 (testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia), dispone che «nei procedimenti di cui all’articolo 23 della legge 24 novembre 1981, n. 689, e successive modificazioni, gli atti del processo sono soggetti soltanto al pagamento del contributo unificato, nonché delle spese forfetizzate secondo l’importo fissato all’articolo 30 del presente testo unico».

A tale “dazio”, tuttavia, non è soggetto il ricorso gerarchico al Prefetto (di cui all’art. 203 del codice della strada), che – questo è il ragionamento del Giudice di pace barese – non può ritenersi sovrapponibile al ricorso giurisdizionale (soggetto al contributo unificato), in quanto:
1) l’opposizione all’Autorità giudiziaria ordinaria è decisa da organo terzo, mentre il reclamo al Prefetto è esaminato da soggetto che è parte dell’amministrazione pubblica anche quando l’atto promana da ente territoriale minore e, persino, quando l’atto impugnato è di fonte diversa, dato che anche in tal caso l’organo prefettizio è parte di strutture latu sensu pubbliche;
2) il procedimento dinanzi al Prefetto, limitato alla possibilità di audizione dell’interessato e alla presentazione di scritti difensivi e documenti, non assicura la completezza dell’accertamento così come avviene in via giudiziaria.

Ciò posto, secondo il Giudice di pace, la gratuità del procedimento può fortemente condizionare il trasgressore ad affidarsi al Prefetto, tanto più nei casi in cui non vi è proporzionalità tra la misura della sanzione pecuniaria ed il costo del ricorso al Giudice, sicché l’incolpato sarebbe indotto a ricorrere alla tutela minore rinunciando a quella giurisdizionale assicurata dall’art. 24 Cost. a tutti i cittadini.

Peraltro, la disposizione criticata si pone in contrasto anche con l’esenzione accordata ai procedimenti penali, pur avendo le sanzioni amministrative lo stesso carattere sanzionatorio di quelle penali e benché, talora, le prime possano produrre conseguenze più gravi delle seconde, come ad esempio nei casi di confisca del mezzo, sequestro, ritiro della carta di circolazione, provvedimenti in ordine alla patente di guida.

Alla luce delle considerazioni che precedono, il Giudice di pace di Bari, dott. Caliandro, ha rimesso gli atti al vaglio della Consulta, affinché valuti la legittimità costituzionale dell’art. 2, comma 212, lett. b, punto 2, della legge 23 dicembre 2009, n. 191 (legge finanziaria 2010), che ha introdotto l’art. 6 bis nel d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, nella parte in cui dispone che «nei procedimenti di cui all’articolo 23 della legge 24 novembre 1981, n. 689, e successive modificazioni, gli atti del processo sono soggetti soltanto al pagamento del contributo unificato, nonché delle spese forfetizzate secondo l’importo fissato all’articolo 30 del presente testo unico», anche con riferimento all’art. 204 bis del codice della strada, in quanto – a suo parere – tale norma non assicura l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge rispetto a tutti gli atti rinvenienti da sanzioni amministrative illegittime (con conseguente violazione dell’art. 3 Cost.), inducendo il trasgressore, specialmente di fronte a “multe” minime, a rinunciare alla tutela dinanzi all’A.G.O. per affidarsi al Prefetto, organo non terzo, e compromette la facoltà dei cittadini di agire in giudizio (art. 24 Cost.) per far valere i loro diritti contro gli atti della P.A. (art. 113 Cost).

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Controversie attinenti ad un rapporto di lavoro autonomo con una pubblica amministrazione e relativa giurisdizione, ordinaria o amministrativa

Cassazione civile, Sez. unite, 15 settembre 2010, n. 19550

Rapporto di lavoro autonomo con una pubblica amministrazione – Controversie attinenti a tale rapporto di lavoro – Giurisdizione amministrativa e giurisdizione ordinaria – Configurabilità.

Ove il rapporto di lavoro con una pubblica amministrazione sia qualificabile come rapporto di lavoro autonomo, la regola generale è che le relative controversie rientrano nella giurisdizione dell’autorità giudiziaria ordinaria, ma va fatta eccezione per quelle che riguardano l’impugnazione del provvedimento di assegnazione dell’incarico (o di conferma dello stesso), ove tale provvedimento, avente la natura dell’atto di nomina, implichi una valutazione comparativa dell’idoneità del lavoratore autonomo a svolgere l’incarico in riferimento ad altri aspiranti all’incarico, i quali sono tutti titolari di una posizione di interesse legittimo, tutelabile dinanzi al giudice amministrativo (cfr. Cass., Sez. unite, 11 febbraio 2003, n. 2065).

In senso conforme Cass., Sez. unite, 22 novembre 1996, n. 10324 che, in tema di rapporto fra Unità Sanitaria Locale (U.S.L.) e medico in regime di convenzionamento ex art. 48, legge 23 dicembre 1978, n. 833, ha affermato che, mentre le controversie attinenti alla fase che precede la stipula della convenzione rientrano nella giurisdizione di legittimità del giudice amministrativo, riferendosi all’esercizio di un potere discrezionale della pubblica amministrazione – potere che deve essere esercitato nel rispetto della normativa che disciplina tale attività amministrativa, che si sostanzia nella valutazione dei titoli e delle eventuali incompatibilità dei candidati e che culmina nella formazione della graduatoria – rispetto al quale gli aspiranti vengono a trovarsi in una posizione di interesse legittimo, le controversie attinenti, una volta stipulata la convenzione, allo svolgimento (o alla risoluzione) del rapporto (di lavoro autonomo) rientrano nella giurisdizione del giudice ordinario, atteso che il rapporto stesso, da ricondurre nell’ambito della categoria della parasubordinazione, attribuisce al medico veri e propri diritti soggettivi.

Pertanto, ove il rapporto di lavoro con una pubblica amministrazione sia qualificabile come rapporto di lavoro autonomo, le controversie attinenti alla fase che precede la stipula della convenzione, ove si riferiscano all’esercizio di un potere discrezionale della pubblica amministrazione – potere che deve essere esercitato nel rispetto della normativa che disciplina tale attività amministrativa, che si sostanzia nella valutazione dei titoli e delle eventuali incompatibilità dei candidati e che culmina nella formazione della graduatoria – rispetto al quale gli aspiranti vengono a trovarsi in una posizione di interesse legittimo, rientrano nella giurisdizione di legittimità del giudice amministrativo.

Viceversa, una volta stipulata la convenzione, le controversie attinenti allo svolgimento (o alla risoluzione) del rapporto (di lavoro autonomo) rientrano nella giurisdizione del giudice ordinario, atteso che il rapporto stesso, da ricondurre nell’ambito della categoria della parasubordinazione, attribuisce al medico veri e propri diritti soggettivi.

Nel caso posto all’attenzione della Suprema Corte, vertendosi nella fase della procedura concorsuale, sono identificabili posizioni di interesse legittimo dei concorrenti a che la pubblica amministrazione, che ha bandito il concorso, lo espleti nel rispetto dei criteri del bando, per cui sussiste la giurisdizione del giudice amministrativo.

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Nel giudizio di risarcimento dei danni causati ad un immobile, il convincimento del giudice in ordine alla legittimazione alla pretesa risarcitoria può formarsi sulla base di qualsiasi elemento documentale e presuntivo sufficiente ad escludere una erronea destinazione del pagamento dovuto

Tribunale di Bari, Sezione distaccata di Rutigliano, 28 giugno 2010

Responsabilità extracontrattuale – Danno cagionato ad un immobile – Legittimazione alla pretesa risarcitoria – Prova.

L’espletamento di un onere probatorio particolarmente rigoroso in merito alla qualità di “attore” è richiesto solo nell’azione di rivendicazione, essendo questa strumento volto a comprovare la proprietà del bene oggetto della controversia.
Al contrario, nel giudizio di risarcimento dei danni derivati a un immobile da un illecito comportamento del convenuto, il convincimento del giudice in ordine alla legittimazione alla pretesa risarcitoria può formarsi sulla base di qualsiasi elemento documentale e presuntivo sufficiente ad escludere una erronea destinazione del pagamento dovuto, atteso che l’oggetto della pretesa azionata non è il rigoroso accertamento della proprietà dell’immobile, ma l’individuazione del titolare del bene avente diritto al risarcimento.

» vai alla sentenza per esteso

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Nel caso di notifica a mezzo del servizio postale, la consegna deve ritenersi validamente effettuata a mani proprie del destinatario, fino a querela di falso, ove l’atto sia stato consegnato all’indirizzo del destinatario a persona che abbia sottoscritto l’avviso di ricevimento, con grafia illeggibile, nello spazio relativo alla firma del destinatario o di persona delegata

Cassazione civile, Sez. unite, 17 giugno 2010, n. 14617

Notifica a mezzo del servizio postale – Omessa indicazione da parte dell’agente postale delle generalità della persona alla quale ha consegnato il piego – Avviso di ricevimento – Sottoscrizione nello spazio relativo alla firma del destinatario o di persona delegata – Illeggibilità della sottoscrizione - Presunzione che la consegna sia avvenuta nelle mani del destinatario fino a querela di falso.

Nel caso di notifica a mezzo del servizio postale, ove l’atto sia consegnato all’indirizzo del destinatario a persona che abbia sottoscritto l’avviso di ricevimento, con grafia illeggibile, nello spazio relativo alla firma del destinatario o di persona delegata, e non risulti che il piego sia stato consegnato dall’agente postale a persona diversa dal destinatario tra quelle indicate dalla legge n. 890/1982, art. 7, comma 2, la consegna deve ritenersi validamente effettuata a mani proprie del destinatario, fino a querela di falso, a nulla rilevando che nell’avviso non sia stata sbarrata la relativa casella e non sia altrimenti indicata la qualità del consegnatario, non essendo integrata alcuna delle ipotesi di nullità di cui all’art. 160 c.p.c. (cfr. Cass. S.U. n. 9962 del 2010).

Nel caso di specie non è contestato che la raccomandata sia stata consegnata all’indirizzo del destinatario e non è stata proposta querela di falso nelle dovute forme previste dagli artt. 221 e 222 c.p.c., (v. Cass. n. 12263 del 2009), per cui la Suprema Corte ha ritenuto la notifica validamente effettuata a mani proprie del destinatario.

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Affinché possa sussistere l’obbligazione solidale prevista dall’art. 68 della legge professionale forense e il difensore possa richiedere il pagamento di spese ed onorari alla controparte, occorre che vi sia stata una transazione che abbia sottratto al giudice la definizione del giudizio e la pronuncia in ordine alle spese

Cassazione civile, Sez. II, 12 giugno 2010, n. 14193

Art. 68 della legge professionale forense – Obbligazione solidale delle parti rispetto alle ragioni creditorie dei rispettivi avvocati - Presupposto – Effettiva e totale definizione transattiva della controversia intervenuta tra le parti – Inapplicabilità qualora la causa sia stata comunque definita dal giudice con sentenza.

I fatti: l’avv. Sempronio si rivolge al Tribunale di Milano per sentire condannare Tizio al pagamento di una data somma di denaro che, ai sensi dell’art. 68 della legge professionale forense, ritiene gli sia dovuta per l’attività professionale prestata in favore di Caio, il quale – con la sua assistenza – aveva convenuto in giudizio Tizio per il risarcimento del danno da questi cagionatogli. Tale giudizio era stato conciliato direttamente con la società assicuratrice di Tizio, senza che però vi fosse stata liquidazione delle spese legali, che Tizio, pur intimato in tal senso, non provvedeva a versare.

Il Tribunale di Milano rigettava la domanda, ritenendo che il presupposto per l’applicabilità dell’art. 68 della legge professionale forense, che consente al legale rappresentante di agire anche contro l’avversario del proprio cliente, è costituito dalla effettiva e totale definizione transattiva della controversia intervenuta tra le parti, e dal conseguente obbligo solidale delle parti stesse di soddisfare le ragioni creditorie dei rispettivi avvocati.
Quando, al contrario, la causa è stata definita dal giudice, il quale, pur dando atto dell’avvenuto pagamento delle somme pretese in linea capitale e della conseguente cessazione della materia del contendere, provvede tuttavia sulle spese, ancorché disponendone la compensazione, fa difetto il presupposto stesso per l’applicazione del citato art. 68, il quale implica l’esistenza di un accordo diretto a porre termine alla controversia e conseguentemente a sottrarre al giudice anche tale specifica pronuncia.

La Corte di appello di Milano rigettava a sua volta il gravame dell’avv. Sempronio, rilevando che l’obbligo solidale della parte avversa al proprio cliente sussiste soltanto se la transazione sia stata stipulata dal cliente e comporti la definizione del giudizio in cui esso è coinvolto, laddove nella specie la transazione stipulata dalle parti non ha comportato la definizione del giudizio.

L’avv. Sempronio ha infine proposto ricorso per la cassazione della sentenza della Corte d’appello milanese, ponendo il quesito di diritto se l’accordo transattivo raggiunto dalle parti, comprensivo dell’obbligo espresso di abbandonare il giudizio, sia condizione necessaria e sufficiente per il sorgere del diritto dell’avvocato, a mente del R.D. 27 novembre 1933, n. 1578, art. 68, a prescindere dal fatto che la causa sia poi proseguita (erroneamente) e sia stata chiusa con sentenza di accertamento della cessazione della materia del contendere e di rigetto della richiesta di condanna alle spese per soccombenza virtuale.

La Corte di Cassazione ha ritenuto il motivo manifestamente infondato.
In particolare, il Collegio ha chiarito che l’art. 68 della legge professionale forense, stabilendo che tutte le parti che hanno transatto sono solidalmente obbligate al pagamento degli onorari e al rimborso delle spese in favore degli avvocati che hanno partecipato al giudizio definito con quella transazione, si riferisce ad ogni accordo mediante il quale le parti facciano cessare, senza la pronuncia del giudice, una lite già cominciata.
Pertanto, affinché possa sussistere l’obbligazione solidale prevista dalla citata norma e il difensore possa richiedere il pagamento degli onorari ed il rimborso delle spese nei confronti della parte avversa al proprio cliente, è necessaria la definizione del giudizio con una transazione (o con un accordo equivalente) che sottragga al giudice la definizione del giudizio e la pronuncia in ordine alle spese (Cass., Sez. II, 13 settembre 2004, n. 18343).

Al contrario, la norma citata non è applicabile allorquando la causa sia stata definita direttamente dal giudice con una sentenza che, oltre a disporre la cessazione della materia del contendere a seguito della sopravvenuta transazione, abbia pronunciato sulle spese, rigettando la richiesta di condanna della controparte.
In tal caso, infatti, manca il presupposto stesso per l’applicazione del citato art. 68, il quale implica l’esistenza di un accordo diretto, appunto, a sottrarre al giudice anche la pronuncia sulle spese, né ha alcun rilievo la ragione per cui la causa sia proseguita dopo l’intervenuta transazione, se cioè per errore o meno.

Pertanto, poiché nel caso di specie, dopo l’accordo tra le parti, il processo è proseguito ed il Giudice ha pronunciato sentenza con la quale, nello statuire la cessazione della materia del contendere per effetto della intervenuta transazione, ha rigettato la domanda di condanna di quest’ultimo alla rifusione delle spese di giudizio, non può trovare applicazione la disciplina di cui all’art. 68 della legge professionale.

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La giurisdizione sulla richiesta di risarcimento del danno derivante dalla realizzazione di un’opera pubblica spetta al giudice ordinario

Cassazione civile, Sez. unite, 25 maggio 2010, n. 12792

Responsabilità della pubblica amministrazione - Realizzazione opera pubblica – Danni derivati dall’esecuzione dei lavori – Giurisdizione del giudice ordinario.

Mentre la localizzazione dell’opera pubblica è attività di natura provvedimentale, non lo sono la sua concreta realizzazione e manutenzione, attività queste di natura materiale nello svolgere le quali non i soli soggetti privati cui sia affidata l’esecuzione dell’opera, ma la stessa pubblica amministrazione che se ne faccia esecutrice debbono osservare le regole tecniche ed i canoni di diligenza e prudenza (Cass., Sez. unite, 13 dicembre 2007, n. 26108; Cass., 28 dicembre 2007, n. 27187).

Pertanto, la giurisdizione sulla domanda diretta ad ottenere il risarcimento dei danni derivanti dalla esecuzione di siffatta opera (nel caso di specie: un parcheggio sotterraneo, dalla cui realizzazione – a detta dell’attore – erano derivati danni al fabbricato di sua proprietà) spetta al giudice ordinario non soltanto in confronto della parte privata che ha eseguito i lavori, ma anche della parte pubblica che li ha commissionati.

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Condanna al risarcimento del danno per lite temeraria e relativa quantificazione

Tribunale di Bari, Sez. I civile, 10 maggio 2010

Lite temeraria – Condanna al risarcimento del danno - Liquidazione in via equitativa del danno non patrimoniale – Parametro del danno da violazione del diritto alla ragionevole durata del processo.

La condanna al risarcimento del danno per lite temeraria ex art. 96, comma 1, c.p.c. – ai sensi del quale «se risulta che la parte soccombente ha agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave, il giudice, su istanza dell’altra parte, la condanna, oltre che alle spese, al risarcimento dei danni, che liquida, anche d’ufficio, nella sentenza» - presuppone l’accertamento sia dell’elemento soggettivo, che deve ravvisarsi in tutti quei casi in cui vi sia conoscenza della infondatezza della domanda ovvero difetto della normale diligenza nell’acquisizione di detta conoscenza (come, ad esempio, quando venga contrastato un costante, consolidato e mai smentito indirizzo giurisprudenziale), sia dell’elemento oggettivo, cioè dell’entità del danno sofferto: a tale ultimo fine il riferimento a nozioni di comune esperienza e al principio costituzionalizzato della ragionevole durata del processo, porta a ritenere che ingiustificate condotte processuali oltre a causare danni patrimoniali, producono ex se anche danni non patrimoniali di natura psicologica che vanno liquidati equitativamente sulla base degli elementi in concreto desumibili dagli atti di causa (in tal senso, Cass., Sez. lavoro, 27 novembre 2007, n. 24645).

Il Giudice barese ha ritenuto applicabile tale principio al caso sottoposto al suo giudizio, in cui «si coglie a tutta prima, se non il dolo dell’attrice nell’introdurre la domanda nella piena consapevolezza della sua infondatezza ed a fini solo speculativi, quanto meno la sua colpa grave».
In particolare, l’attrice aveva chiesto che fosse accertata la lesione della sua (asserita) quota di legittima, pretesamente lesa con le disposizioni contenute nel testamento olografo del proprio fratello defunto e, «per l’effetto, dichiarare nullo e improduttivo di ogni e qualsivoglia effetto giuridico il testamento olografo e, conseguentemente, previa determinazione dell’asse ereditario, disporre la reintegrazione della legittima mediante la proporzionale riduzione delle predette disposizioni testamentarie eccedenti la quota di cui il de cuius poteva disporre».
E’ pertanto evidente l’infondatezza della pretesa, posto che l’attrice è semplicemente sorella del de cuius, e quindi non rientra nel novero dei legittimari, atteso che i soggetti ai quali è riservata una quota dell’eredità sono solo quelli tassativamente indicati nell’art. 536 c.c. (vale a dire il coniuge, i figli legittimi, i figli naturali e gli ascendenti legittimi).

Conseguentemente, il Giudice barese ha ritenuto fondata la domanda risarcitoria per responsabilità processuale aggravata ex art. 96 c.p.c. formulata da parte convenuta, posto che «una lettura anche solo sommaria delle norme fondamentali in tema di successione testamentaria avrebbe dovuto consigliare all’attrice maggiore prudenza e, quindi, indurla alla conclusione che ella non poteva seriamente vantare alcun diritto successorio sull’eredità devoluta con testamento pubblico da suo fratello in favore dei convenuti».
Le questioni in esame, infatti, «non sono né controverse né opinabili, ma rappresentano il portato di una conoscenza minima che dovrebbe costituire patrimonio comune di tutti gli operatori del diritto, specie di coloro che intendano far valere pretese in tema di diritto delle successioni».

Il Tribunale di Bari ha infine chiarito che, mentre il danno patrimoniale si identifica con le spese processuali sopportate per la difesa tecnica, il danno non patrimoniale sofferto dai convenuti istanti è in re ipsa: costituisce, infatti, un dato di comune esperienza che condotte processuali avventate producano danni non patrimoniali di natura psicologica e, quindi, una vera e propria lesione all’integrità psico-fisica consistente in una situazione di disagio interiore, posto che il processo è ordinariamente causa di ansia, di stress e di dispendio di tempo ed energie; pertanto, esso è suscettibile di dar luogo al risarcimento dei danni in favore delle parti che lo abbiano irragionevolmente subito.

Posto che la quantificazione del danno non patrimoniale non potrà che essere operata in via equitativa ex artt. 1226 e 2056 c.c., il Giudice barese ha utilizzato quale parametro quello del danno da violazione del diritto alla ragionevole durata del processo (che la Corte europea di Strasburgo liquida in una somma compresa fra € 1.000 ed € 1.500 per ogni anno di ritardo), con conseguente condanna dell’attrice a risarcire a ciascuno dei convenuti la complessiva somma di € 2.500 (pari ad € 1.000 per ogni anno di durata della causa, durata due anni e mezzo), oltre alla condanna al pagamento delle spese processuali in favore delle parti convenute.

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Abuso del processo e spese processuali

Cassazione civile, Sez. I, 3 maggio 2010, n. 10634

Abuso del processo – Spese processuali – Eliminazione degli effetti distorsivi dell’abuso.

Configura un abuso del processo la condotta di coloro i quali, litisconsorti in una medesima procedura, abbiano successivamente proposto - nello stesso ristretto arco temporale, e pur essendo ciascun ricorso basato sul medesimo presupposto giuridico e fattuale e patrocinato dallo stesso difensore - una serie di distinti ricorsi ex lege n. 89/2001 volti al riconoscimento dell’equo indennizzo per l’eccessiva durata della predetta controversia.

Come già spiegato da Cass., Sez. unite, 15 novembre 2007, n. 23726, l’utilizzo dello strumento processuale con modalità tali da arrecare un danno al debitore senza necessità o anche solo apprezzabile vantaggio per il creditore, lede il canone generale di buona fede oggettiva e correttezza, in quanto contrastante con il dovere di solidarietà di cui all’art. 2 della Costituzione, ed è altresì contrario ai principi del giusto processo, in quanto la inutile moltiplicazione dei giudizi produce un effetto inflattivo confliggente con l’obiettivo costituzionalizzato della ragionevole durata del processo di cui all’art. 111 della Costituzione.

Tali principi, pur enunciati in tema di rapporti negoziali, trovano applicazione anche in fattispecie come quella in esame, laddove l’evento causativo del danno e quindi giustificativo della pretesa sia identico come unico sia il soggetto che ne deve rispondere e plurimi sono soltanto i danneggiati, i quali, dopo aver agito unitariamente nel processo presupposto, così dimostrando la carenza di interesse alla diversificazione delle posizioni, ed avere sostanzialmente tenuto la stessa condotta in fase di richiesta dell’indennizzo, agendo contemporaneamente con identico patrocinio legale e proponendo domande connesse per l’oggetto e per il titolo, hanno instaurato singolarmente procedimenti diversificati, pur destinati inevitabilmente (come difatti avvenuto) alla riunione.

Una tale condotta, che è priva di alcuna apprezzabile motivazione e incongrua rispetto alle rilevate modalità di gestione sostanzialmente unitaria delle comuni pretese, contrasta innanzitutto con l’inderogabile dovere di solidarietà sociale, che osta all’esercizio di un diritto con modalità tali da arrecare un danno ad altri soggetti che non sia inevitabile conseguenza di un interesse degno di tutela dell’agente, danno che nella fattispecie graverebbe sullo Stato debitore a causa dell’aumento degli oneri processuali, ma contrasta altresì con il principio costituzionalizzato del giusto processo, inteso come processo di ragionevole durata, posto che la proliferazione oggettivamente non necessaria dei procedimenti incide negativamente sull’organizzazione giudiziaria a causa dell’inflazione delle attività che comporta, con la conseguenza di un generale allungamento dei tempi processuali.

Al riscontrato abuso processuale non può, in ogni caso, conseguire la sanzione dell’inammissibilità dei ricorsi, posto che non è l’accesso in sé allo strumento ad essere illegittimo, ma le modalità con cui lo stesso è avvenuto; dovrà invece procedersi, per quanto possibile, all’eliminazione degli effetti distorsivi dell’abuso (e quindi, nel caso di specie, alla valutazione dell’onere delle spese processuali come se unico fosse stato il procedimento fin dall’origine).

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