Appunti di diritto amministrativo e civile

a cura dell'avv. Raffaello G. Orofino

Categoria » II. Successioni e donazioni

Va escluso che tra i doveri di un avvocato sia compreso quello di “aggirare” le prescrizioni di legge, deviandole dallo scopo loro precipuo al fine di far conseguire un vantaggio al proprio cliente

Cassazione civile, Sez. VI, 23 febbraio 2011, n. 4422

Avvocato - Mancata tempestiva presentazione della dichiarazione di successione mortis causa – Mancanza della documentazione necessaria – Accettazione dell’eredità con beneficio d’inventario – Responsabilità professionale – Insussistenza.

L’utilizzazione della accettazione dell’eredità con beneficio di inventario per uno scopo (la dilazione del termine per la presentazione della dichiarazione di successione ai fini fiscali) che è diverso da quello suo proprio (il mantenimento della distinzione tra i patrimoni del defunto e dell’erede), non può considerarsi compresa tra i compiti del professionista incaricato della presentazione di una dichiarazione di successione.

In altri termini, va escluso che tra i doveri di un professionista sia compreso quello di “aggirare” le prescrizioni di legge, deviandole dallo scopo loro proprio.

Ne consegue che non può essere fonte di responsabilità professionale, per il legale che sia stato incaricato della presentazione della dichiarazione di successione in prossimità della scadenza del relativo termine e in mancanza della documentazione necessaria per il tempestivo adempimento della prestazione, omettere di consigliare al cliente di accettare l’eredità con beneficio di inventario, in modo da farlo beneficiare della proroga prevista per tale ipotesi dalla legge, trattandosi di una deviazione dell’atto dal suo scopo precipuo (che, lo si ripete, per l’accettazione di eredità con beneficio di inventario non è eludere il termine stabilito per la presentazione della dichiarazione di successione, bensì mantenere distinti i patrimoni del de cuius e dell’erede, per evitare la responsabilità ultra vires).

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Condanna al risarcimento del danno per lite temeraria e relativa quantificazione

Tribunale di Bari, Sez. I civile, 10 maggio 2010

Lite temeraria – Condanna al risarcimento del danno - Liquidazione in via equitativa del danno non patrimoniale – Parametro del danno da violazione del diritto alla ragionevole durata del processo.

La condanna al risarcimento del danno per lite temeraria ex art. 96, comma 1, c.p.c. – ai sensi del quale «se risulta che la parte soccombente ha agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave, il giudice, su istanza dell’altra parte, la condanna, oltre che alle spese, al risarcimento dei danni, che liquida, anche d’ufficio, nella sentenza» - presuppone l’accertamento sia dell’elemento soggettivo, che deve ravvisarsi in tutti quei casi in cui vi sia conoscenza della infondatezza della domanda ovvero difetto della normale diligenza nell’acquisizione di detta conoscenza (come, ad esempio, quando venga contrastato un costante, consolidato e mai smentito indirizzo giurisprudenziale), sia dell’elemento oggettivo, cioè dell’entità del danno sofferto: a tale ultimo fine il riferimento a nozioni di comune esperienza e al principio costituzionalizzato della ragionevole durata del processo, porta a ritenere che ingiustificate condotte processuali oltre a causare danni patrimoniali, producono ex se anche danni non patrimoniali di natura psicologica che vanno liquidati equitativamente sulla base degli elementi in concreto desumibili dagli atti di causa (in tal senso, Cass., Sez. lavoro, 27 novembre 2007, n. 24645).

Il Giudice barese ha ritenuto applicabile tale principio al caso sottoposto al suo giudizio, in cui «si coglie a tutta prima, se non il dolo dell’attrice nell’introdurre la domanda nella piena consapevolezza della sua infondatezza ed a fini solo speculativi, quanto meno la sua colpa grave».
In particolare, l’attrice aveva chiesto che fosse accertata la lesione della sua (asserita) quota di legittima, pretesamente lesa con le disposizioni contenute nel testamento olografo del proprio fratello defunto e, «per l’effetto, dichiarare nullo e improduttivo di ogni e qualsivoglia effetto giuridico il testamento olografo e, conseguentemente, previa determinazione dell’asse ereditario, disporre la reintegrazione della legittima mediante la proporzionale riduzione delle predette disposizioni testamentarie eccedenti la quota di cui il de cuius poteva disporre».
E’ pertanto evidente l’infondatezza della pretesa, posto che l’attrice è semplicemente sorella del de cuius, e quindi non rientra nel novero dei legittimari, atteso che i soggetti ai quali è riservata una quota dell’eredità sono solo quelli tassativamente indicati nell’art. 536 c.c. (vale a dire il coniuge, i figli legittimi, i figli naturali e gli ascendenti legittimi).

Conseguentemente, il Giudice barese ha ritenuto fondata la domanda risarcitoria per responsabilità processuale aggravata ex art. 96 c.p.c. formulata da parte convenuta, posto che «una lettura anche solo sommaria delle norme fondamentali in tema di successione testamentaria avrebbe dovuto consigliare all’attrice maggiore prudenza e, quindi, indurla alla conclusione che ella non poteva seriamente vantare alcun diritto successorio sull’eredità devoluta con testamento pubblico da suo fratello in favore dei convenuti».
Le questioni in esame, infatti, «non sono né controverse né opinabili, ma rappresentano il portato di una conoscenza minima che dovrebbe costituire patrimonio comune di tutti gli operatori del diritto, specie di coloro che intendano far valere pretese in tema di diritto delle successioni».

Il Tribunale di Bari ha infine chiarito che, mentre il danno patrimoniale si identifica con le spese processuali sopportate per la difesa tecnica, il danno non patrimoniale sofferto dai convenuti istanti è in re ipsa: costituisce, infatti, un dato di comune esperienza che condotte processuali avventate producano danni non patrimoniali di natura psicologica e, quindi, una vera e propria lesione all’integrità psico-fisica consistente in una situazione di disagio interiore, posto che il processo è ordinariamente causa di ansia, di stress e di dispendio di tempo ed energie; pertanto, esso è suscettibile di dar luogo al risarcimento dei danni in favore delle parti che lo abbiano irragionevolmente subito.

Posto che la quantificazione del danno non patrimoniale non potrà che essere operata in via equitativa ex artt. 1226 e 2056 c.c., il Giudice barese ha utilizzato quale parametro quello del danno da violazione del diritto alla ragionevole durata del processo (che la Corte europea di Strasburgo liquida in una somma compresa fra € 1.000 ed € 1.500 per ogni anno di ritardo), con conseguente condanna dell’attrice a risarcire a ciascuno dei convenuti la complessiva somma di € 2.500 (pari ad € 1.000 per ogni anno di durata della causa, durata due anni e mezzo), oltre alla condanna al pagamento delle spese processuali in favore delle parti convenute.

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Il coerede può, prima della divisione, usucapire la quota degli altri coeredi

Cassazione civile , Sez. II, 25 marzo 2009, n. 7221

Comunione – Usucapione da parte del coerede della quota degli altri eredi – Ammissibilità – Condizione – Possesso a titolo di comproprietà – Mutamento in possesso esclusivo – Necessità.

Il coerede può, prima della divisione, usucapire la quota degli altri coeredi, senza che sia necessario l’interversione del titolo del possesso, attraverso l’estensione del possesso medesimo in termini di esclusività (cfr. Cass. n. 5226/2002; Cass. n. 7075/1999; Cass. n. 5687/1996).

A tal fine, tuttavia, non è sufficiente che gli altri partecipanti alla comunione si siano astenuti dall’uso della cosa, occorrendo altresì che il coerede ne abbia goduto in modo inconciliabile con la possibilità di godimento altrui e tale da evidenziare una inequivoca volontà di possedere uti dominus e non più uti condominus.

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La tacita rinuncia del legittimario all’azione per la riduzione delle disposizioni lesive della sua quota di riserva deve concretizzarsi in un comportamento inequivoco e concludente

Cassazione civile, Sez. II, 20 gennaio 2009, n. 1373

Successione legittima – Azione di riduzione – Rinuncia tacita – Necessità di un comportamento inequivoco e concludente.

Il diritto, patrimoniale (e perciò disponibile) e potestativo, del legittimario di agire per la riduzione delle donazioni e delle disposizioni testamentarie lesive della sua quota di riserva, dopo l’apertura della successione, è rinunciabile, anche tacitamente.

Nondimeno, la rinuncia tacita deve concretizzarsi in un comportamento inequivoco e concludente del soggetto interessato, che sia incompatibile con la volontà di far valere il diritto alla reintegrazione (Cass. 2773/1997).

A detta della Suprema Corte, nel caso di specie i giudici d’appello non hanno fatto espresso riferimento al concetto di rinuncia, né hanno ricercato ed indicato comportamenti inequivocabili dell’erede tali da far pensare ad una sua rinuncia all’azione di riduzione. In particolare, non hanno tale consistenza le considerazioni relative alla mancata adozione di una simile iniziativa nei due anni successivi alla morte: intatta restava la possibilità di agire per recuperare quanto spettategli, senza che la passività dei primi anni potesse valere come tacita rinuncia, trattandosi di comportamento attendista e quindi ambiguo, privo di portata rappresentativa di una volontà inequivocabile.

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Il termine di prescrizione dell’azione di riduzione per lesione della quota di legittima decorre dalla data di accettazione dell’eredità

Cassazione civile, Sez. unite, 25 ottobre 2004, n. 20644

Successione legittima – Lesione della quota di riserva – Azione di riduzione – Prescrizione ordinaria – Decorso del termine.

Premesso che nessuna norma prevede che il termine per esperire l’azione di riduzione (incontestabilmente, quello decennale di cui all’art. 2946 c.c.) decorra dalla data di apertura della successione, va rilevato che un problema di individuazione del termine di decorrenza della prescrizione dell’azione di riduzione può porsi solo con riferimento alla lesione di legittima ricollegabile a disposizioni testamentarie.

Nel caso in cui la lesione derivi da donazioni, infatti, è indubbio che tale termine decorra dalla data di apertura della successione, non essendo sufficiente il relictum a garantire al legittimario il soddisfacimento della quota di riserva.

Diversa è la situazione che si presenta, invece, con riferimento alla ipotesi in cui la (potenziale) lesione della legittima consegua a disposizioni testamentarie.
In tal caso, infatti, il legittimario, fino a quando il chiamato in base al testamento non accetta l’eredità, rendendo attuale quella lesione di legittima che per effetto delle disposizioni testamentarie era solo potenziale, non sarebbe legittimato (per difetto di interesse) ad esperire l’azione di riduzione. Appare allora evidente che se manca la situazione di danno (accettazione dell’eredità da parte del chiamato in base al testamento) alla quale l’azione di riduzione consente di porre rimedio, non può certo decorrere il termine di prescrizione di tale azione.
Ne consegue che il termine di prescrizione dell’azione di riduzione decorre dalla data di accettazione dell’eredità da parte del chiamato in base a disposizioni testamentarie lesive della legittima, posto che con la sola apertura della successione non si è ancora realizzata la lesione di legittima e quindi mancano le condizioni di diritto perché possa iniziare a decorrere il termine per l’esperimento del rimedio predisposto dal legislatore per porre riparo a tale lesione.

Al contrario, una volta avvenuta la accettazione dell’eredità da parte del chiamato in base a testamento, non costituisce ostacolo alla decorrenza del termine di prescrizione decennale dell’azione di riduzione la mancata conoscenza da parte del legittimario leso di tale accettazione dell’eredità.

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Il coerede che dopo la morte del de cuius sia rimasto nel possesso del bene ereditario può, prima della divisione, usucapire la quota degli altri coeredi

Cassazione civile, Sez. II, 12 aprile 2002, n. 5226

Comunione ereditaria – Usucapione da parte di un coerede della quota degli altri coeredi – Ammissibilità – Condizioni.

Il coerede, il quale dopo la morte del de cuius sia rimasto nel possesso del bene ereditario, può, prima della divisione, usucapire la quota degli altri coeredi, senza che sia necessaria l’interversione del titolo del possesso (artt. 1102, 1164 e 1411 c.c.) attraverso l’estensione del possesso medesimo in termini di esclusività, ma a tal fine non è sufficiente che gli altri partecipanti si siano astenuti dall’uso della cosa, occorrendo altresì che il coerede ne abbia goduto in modo inconciliabile con la possibilità di godimento altrui e tale da evidenziare una inequivoca volontà di possedere uti dominus e non più uti condominus (cfr. Cass. n. 7075/1999; Cass. n. 5687/1996; Cass. n. 1783/1993).

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