Appunti di diritto amministrativo e civile

a cura dell'avv. Raffaello G. Orofino

Categoria » ingiusta durata del processo

Abuso del processo e spese processuali

Cassazione civile, Sez. I, 3 maggio 2010, n. 10634

Abuso del processo – Spese processuali – Eliminazione degli effetti distorsivi dell’abuso.

Configura un abuso del processo la condotta di coloro i quali, litisconsorti in una medesima procedura, abbiano successivamente proposto - nello stesso ristretto arco temporale, e pur essendo ciascun ricorso basato sul medesimo presupposto giuridico e fattuale e patrocinato dallo stesso difensore - una serie di distinti ricorsi ex lege n. 89/2001 volti al riconoscimento dell’equo indennizzo per l’eccessiva durata della predetta controversia.

Come già spiegato da Cass., Sez. unite, 15 novembre 2007, n. 23726, l’utilizzo dello strumento processuale con modalità tali da arrecare un danno al debitore senza necessità o anche solo apprezzabile vantaggio per il creditore, lede il canone generale di buona fede oggettiva e correttezza, in quanto contrastante con il dovere di solidarietà di cui all’art. 2 della Costituzione, ed è altresì contrario ai principi del giusto processo, in quanto la inutile moltiplicazione dei giudizi produce un effetto inflattivo confliggente con l’obiettivo costituzionalizzato della ragionevole durata del processo di cui all’art. 111 della Costituzione.

Tali principi, pur enunciati in tema di rapporti negoziali, trovano applicazione anche in fattispecie come quella in esame, laddove l’evento causativo del danno e quindi giustificativo della pretesa sia identico come unico sia il soggetto che ne deve rispondere e plurimi sono soltanto i danneggiati, i quali, dopo aver agito unitariamente nel processo presupposto, così dimostrando la carenza di interesse alla diversificazione delle posizioni, ed avere sostanzialmente tenuto la stessa condotta in fase di richiesta dell’indennizzo, agendo contemporaneamente con identico patrocinio legale e proponendo domande connesse per l’oggetto e per il titolo, hanno instaurato singolarmente procedimenti diversificati, pur destinati inevitabilmente (come difatti avvenuto) alla riunione.

Una tale condotta, che è priva di alcuna apprezzabile motivazione e incongrua rispetto alle rilevate modalità di gestione sostanzialmente unitaria delle comuni pretese, contrasta innanzitutto con l’inderogabile dovere di solidarietà sociale, che osta all’esercizio di un diritto con modalità tali da arrecare un danno ad altri soggetti che non sia inevitabile conseguenza di un interesse degno di tutela dell’agente, danno che nella fattispecie graverebbe sullo Stato debitore a causa dell’aumento degli oneri processuali, ma contrasta altresì con il principio costituzionalizzato del giusto processo, inteso come processo di ragionevole durata, posto che la proliferazione oggettivamente non necessaria dei procedimenti incide negativamente sull’organizzazione giudiziaria a causa dell’inflazione delle attività che comporta, con la conseguenza di un generale allungamento dei tempi processuali.

Al riscontrato abuso processuale non può, in ogni caso, conseguire la sanzione dell’inammissibilità dei ricorsi, posto che non è l’accesso in sé allo strumento ad essere illegittimo, ma le modalità con cui lo stesso è avvenuto; dovrà invece procedersi, per quanto possibile, all’eliminazione degli effetti distorsivi dell’abuso (e quindi, nel caso di specie, alla valutazione dell’onere delle spese processuali come se unico fosse stato il procedimento fin dall’origine).

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In tema di equa riparazione per violazione del termine ragionevole di durata del processo, va escluso il carattere unitario del giudizio di cognizione davanti al giudice ordinario e di quello di esecuzione, così come del giudizio di cognizione davanti al giudice amministrativo e di quello di ottemperanza

Cassazione civile,  Sez. unite, 24 dicembre 2009, n. 27365

Violazione del termine di ragionevole durata del processo – Equa riparazione – Legge n. 89/2001 – Processo di cognizione e di esecuzione forzata o di ottemperanza – Autonomia funzionale e strutturale – Sussistenza – Conseguenze.

In tema di equa riparazione per violazione del termine ragionevole di durata del processo, questo va identificato, in base all’art. 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, in considerazione delle situazioni soggettive controverse e azionate su cui il giudice adito deve decidere, le quali, per la citata norma sovranazionale, sono “diritti e obblighi”, ai quali, per gli artt. 24, 111 e 113 Cost., devono aggiungersi gli interessi legittimi di cui sia chiesta tutela ai giudici amministrativi.

In rapporto al criterio di distinzione della Convenzione sopra richiamato, il processo di cognizione e quello di esecuzione regolati dal codice di procedura civile come quello cognitivo del giudice amministrativo e il processo di ottemperanza, teso a far conformare la P.A. a quanto deciso in sede cognitoria, devono considerarsi tra loro autonomi, in rapporto alla diversità delle situazioni soggettive azionate in ciascuno di essi (nei primi, cognitori, diritti e interessi legittimi; nei secondi, esclusivamente diritti all’adempimento).

Dalla differenza funzionale richiamata deriva la diversità della struttura di ognuno di detti procedimenti, nascendo il processo di cognizione da una domanda di accertamento di un diritto, obbligo o interesse legittimo controverso, e il secondo dalla valutazione positiva di tali situazioni contenuta in una pronuncia esecutiva, la cui inadempienza del convenuto o resistente soccombente comporta che la stessa costituisca titolo esecutivo che, notificato con il precetto, introduce i procedimenti (alcuni anche cognitori) tesi a soddisfare quanto accertato dal giudice della cognizione, potendosi, qualora soccombente sia una pubblica amministrazione, agire anche in ottemperanza, perché la predetta si conformi al giudicato, ponendo in essere atti sostitutivi di quelli annullati perché illegittimi, a seguito di notifica della messa in mora a provvedere nei sensi della decisione emessa in sede cognitoria non osservata.

Consegue alla detta autonomia dei diversi giudizi che le loro durate non possono sommarsi per rilevarne una complessiva dei due processi, di cognizione da un canto e di esecuzione o di ottemperanza dall’altro, e che solo dal momento delle decisioni definitive in ciascuno dei processi, sarà possibile, per ognuno di essi, domandare, nei termini della legge n. 89 del 2001, art. 4, l’equa riparazione per violazione dell’art. 6 della Convenzione.

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Ai fini del risarcimento del danno da ingiusta durata del processo non rilevano il carattere seriale della controversia e le scarse chances di successo della domanda

Cassazione civile , Sez. I, 30 novembre 2009, n. 25244

Ingiusta durata del processo – Risarcimento del danno – Irrilevanza del carattere seriale della controversia e delle ridotte chances di successo della domanda.

In tema di equa riparazione ai sensi della legge n. 89/2001, il danno non patrimoniale è conseguenza normale, ancorchè non automatica e necessaria, della violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, di cui all’art. 6 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.
Pertanto, pur dovendosi escludere la configurabilità di un danno non patrimoniale in re ipsa, ossia di un danno automaticamente insito nell’accertamento della violazione, il giudice, una volta accertata e determinata l’entità della violazione relativa alla durata ragionevole del processo secondo le norme della citata legge n. 89/2001, deve ritenere sussistente il danno non patrimoniale ogniqualvolta non ricorrano, nel caso concreto, circostanze particolari che facciano positivamente escludere che tale danno sia stato subito dal ricorrente (cfr. Cass., Sez. Un., 26 gennaio 2004, n. 1338).

Da tale principio si è discostata la Corte d’appello di Genova, adita al fine di conseguire l’equa riparazione per la lamentata irragionevole durata di un processo amministrativo svoltosi dinanzi al TAR, la quale aveva rilevato che, sebbene l’intempestiva risposta alla domanda di giustizia sia normalmente suscettibile di provocare nel richiedente ansia, disagi e una qualche sofferenza, una tale presunzione non avrebbe potuto accamparsi nel caso di specie, riguardante un ricorso collettivo, proposto su suggerimento di qualche organizzazione sindacale o parasindacale, con scarse possibilità di successo, in quanto diretto a contrastare un orientamento già consolidato dopo alcune incertezze giurisprudenziali; né la parte ricorrente si era fatta carico di supportare la domanda di indennizzo di un qualsivoglia riscontro probatorio, il che – a dire della Corte ligure – avrebbe reso irrealistica l’illazione che essa possa avere vissuto l’attesa del giudizio in condizioni di frustrazione psicologica.

La Suprema Corte ha cassato tale decisione, precisando che non ha alcun rilievo il carattere seriale della controversia, posto che l’ansia e il patema d’animo conseguenti alla pendenza del processo si verificano normalmente anche nei giudizi promossi da una pluralità di attori per il conseguimento del medesimo bene della vita (onde tale aspetto, se può avere un effetto riduttivo dell’entità del risarcimento, non è tuttavia idoneo ad escludere l’esistenza del danno in esame: Cass., Sez. I, 29 settembre 2005, n. 19029), come pure non hanno alcun rilievo le scarse chances di successo dell’azione promossa dinanzi al TAR, dato che l’esito favorevole della lite non condiziona il diritto alla ragionevole durata del processo, né dunque di per sé incide sulla pretesa indennitaria della parte che abbia dovuto sopportare l’eccessiva durata della causa, a meno che si sia resa responsabile di lite temeraria o, comunque, di un vero e proprio abuso del processo.

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