Appunti di diritto amministrativo e civile

a cura dell'avv. Raffaello G. Orofino

Categoria » cose in custodia

Il Comune è responsabile dei danni derivanti dalla caduta occorsa ad un motociclista a causa del fondo stradale sdrucciolevole di una via del centro cittadino

Cassazione civile, Sez. III, 15 ottobre 2010, n. 21328

Danno cagionato da cosa in custodia – Bene demaniale – Responsabilità del custode – Criteri di valutazione della esigibilità della custodia.

La presunzione di responsabilità per danni da cose in custodia, prevista dall’art. 2051 c.c., trova applicazione per i danni subiti dagli utenti dei beni demaniali, tra i quali le strade, tutte le volte in cui sia possibile, da parte dell’ente proprietario o che abbia la disponibilità e il godimento della res, la custodia intesa come potere di fatto o signoria sul bene medesimo.
La nozione della custodia rappresenta dunque un elemento strutturale dell’illecito, che qualifica il potere dell’ente sul bene che esso amministra nell’interesse pubblico. I criteri di valutazione della c.d. esigibilità della custodia ineriscono alla natura ed alle caratteristiche del bene da custodire e, dunque, riguardano la sua estensione, la sua dimensione, le dotazioni ed i sistemi di assistenza, di sicurezza, di segnalazioni di pericolo, generico e specifico, che sono funzionali alla sicurezza della circolazione ed in particolare dell’utente, persona fisica, che quotidianamente percorre quel tratto stradale.

La responsabilità dell’ente resta esclusa in presenza di caso fortuito, la cui prova grava sull’ente medesimo, per effetto della presunzione iuris tantum, ovvero se l’utente danneggiato abbia tenuto un comportamento colposo tale da interrompere il nesso eziologico tra la causa del danno e il danno stesso, potendosi eventualmente ritenere, ai sensi dell’art. 1227 c.c., comma 1 un concorso di colpa idoneo a diminuire, in proporzione della incidenza causale, la responsabilità della pubblica amministrazione, sempre che tale concorso sia stato dedotto e provato.

Facendo applicazione di tali principi, la Suprema Corte ha ritenuto che nel caso sottoposto al suo esame, riguardante il sinistro occorso ad un motociclista, caduto con la sua moto su una via del centro storico a causa del fondo stradale scivoloso, sussistesse la responsabilità del Comune ai sensi dell’art. 2051 c.c., in quanto il centro cittadino, particolarmente frequentato da pedoni e da veicoli, rientra senz’altro nelle possibilità di controllo e di adeguato esercizio dei poteri di custodia e relativi provvedimenti cautelari, vuoi con la presenza di vigili, vuoi con la apposizione di segnali che evidenzino il pericolo generico di strada antica e sdrucciolevole per la presenza di fossati e dislivelli.

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In relazione ai danni subiti a causa dello straripamento di liquami dall’impianto fognario, sussiste la responsabilità prevista dall’art. 2051 c.c., salva la prova del caso fortuito

Tribunale di Bari, Sezione distaccata di Rutigliano, 28 giugno 2010

Responsabilità extracontrattuale – Danno cagionato da cosa in custodia – Presunzione di responsabilità in capo al custode per i danni provocati dalla cosa in custodia.

In virtù dell’art. 2, d.lgs. n. 141/1999, sono affidate alla neonata società Acquedotto Pugliese s.p.a., fino al 31/12/2018, le finalità già attribuite al vecchio Ente autonomo per l’Acquedotto Pugliese; tale articolo, inoltre, conferma, senza possibilità di fraintendimento alcuno, che «la società subentra in tutti i rapporti attivi e passivi di cui l’ente era titolare».

Ciò premesso, a mente del R.D.L. n. 1464/1938, l’A.Q.P. è tenuto ad eseguire, nei Comuni serviti dal predetto ente, i lavori di riparazione straordinaria degli impianti di fognatura, al fine di assicurarne il perfetto funzionamento, disponendo dei necessari poteri di intervento, senza necessità di ausili operativi esterni reperibili in capo alla Pubblica Amministrazione, eccetto i casi in cui tale intervento sia espressamente richiesto dalla P.A. stessa. E’, infatti, posto in capo all’A.Q.P. il compito di procedere alla stesura del progetto per la pianificazione degli interventi straordinari da effettuare, che successivamente vengono sottoposti al vaglio della P.A., alla quale devono essere noti, per ragioni di ordine pubblico, il tratto di rete fognaria sulla quale eseguire le opere, il tipo di opere da realizzare, nonché l’onere di spesa gravante sulla Amministrazione Comunale.

Pertanto, poiché dall’istruttoria espletata nel corso del giudizio nonché dai documenti depositati agli atti non è emersa alcuna attività di pianificazione da parte della convenuta inerente interventi straordinari relativi al tratto fognaio prospiciente l’immobile di proprietà degli attori, gli obblighi di custodia e vigilanza gravanti sulla medesima escludono la eccepita carenza di legittimazione passiva dell’Acquedotto Pugliese s.p.a. nel giudizio in cui si è chiesta la sua condanna al ripristino dell’efficienza della rete fognaria, in maniera che la stessa non possa più arrecare ulteriori danni all’immobile di proprietà dell’attore, nonché il risarcimento di tutti i danni già provocati a tale immobile a causa del suo cattivo funzionamento.

Deve inoltre affermarsi che, come previsto dal R.D.L. 1464/1938, in capo all’A.Q.P. è configurabile, in relazione ai danni subiti a causa dello straripamento di liquami dall’impianto fognario dovuto al suo cattivo funzionamento, la responsabilità prevista dall’art. 2051 c.c..
Il concetto di “custodia” rilevante ex art. 2051 c.c. si concretizza in un criterio oggettivo di imputazione di responsabilità, fondato sulla mera esistenza della relazione di custodia che intercorre tra il soggetto e la cosa e sul nesso di causalità tra “res” e danno, senza che vi sia spazio per una valutazione del comportamento del custode, sicché il custode non si libera dall’onere risarcitorio provando la propria diligenza, ma solo provando il caso fortuito.
Pertanto, l’attore avrà l’onere di provare l’esistenza del rapporto eziologico tra la cosa e l’evento lesivo, mentre il convenuto, per liberarsi, dovrà provare l’esistenza di un fattore estraneo alla sua sfera soggettiva, che presenti i caratteri della imprevedibilità e della assoluta eccezionalità (tali sono, per l’appunto, gli elementi che identificano il caso fortuito), idoneo ad interrompere quel nesso causale.

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La responsabilità da cose in custodia presuppone la ricorrenza dell’insidia e della imprevedibilità della stessa per il danneggiato

Cassazione civile, Sez. III, 13 maggio 2010, n. 11592

Danno cagionato da cosa in custodia – Responsabilità del custode – Presupposti – Insidia o trabocchetto – Imprevedibilità e invisibilità dell’insidia per il danneggiato.

La responsabilità da cose in custodia ex art. 2051 c.c. sussiste essenzialmente sulla base di due presupposti: un’alterazione della cosa che per le sue intrinseche caratteristiche determina la configurazione nel caso concreto della c.d. insidia o trabocchetto, e l’imprevedibilità e invisibilità di tale “alterazione” per il soggetto che, in conseguenza di detta situazione di pericolo, subisce un danno (in tal senso, ex multis, Cass. n. 24428/2009).

Nel caso di specie – riguardante una richiesta di risarcimento dei danni riportati in seguito ad una caduta per le scale di un edificio causata da acqua piovana infiltratasi da una finestra difettosa – la Corte territoriale ha ritenuto «prevedibile» l’evento, essendosi lo stesso verificatosi in un condominio e coinvolgendo un’inquilina, abitante nello stesso da anni e, pertanto, «a conoscenza di tutte le caratteristiche dell’immobile», tra cui «la possibilità per l’acqua piovana di entrare nel palazzo con grande facilità», con conseguente esclusione del diritto al risarcimento del danno.

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Danno da infiltrazioni e responsabilità del condominio quale custode delle tubazioni comuni

Tribunale di Bari, Sez. III civile, 14 gennaio 2010

Responsabilità extracontrattuale – Danno cagionato da cosa in custodia – Presunzione di responsabilità in capo al custode per i danni provocati dalla cosa in custodia – Applicabilità alla materia condominiale.

La norma di cui all’art. 2051 c.c., secondo la quale «ciascuno è responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito», prevede una responsabilità presunta in capo al custode per i danni provocati dalla cosa che ha in custodia.
Il fondamento della responsabilità prevista dall’art. 2051 c.c. va individuato nel dovere di custodia che grava sul soggetto (proprietario, usufruttuario, enfiteuta, conduttore) che, a qualsiasi titolo, ha un effettivo e non occasionale potere fisico sulla cosa in relazione all’obbligo di vigilare affinché la stessa non arrechi danni a terzi.
In ogni caso, ai fini del riconoscimento della responsabilità del custode non è necessario che la res sia intrinsecamente pericolosa, ma è sufficiente, perché possa essere riscontrato il rapporto di causalità fra la cosa ed il danno, che la cosa abbia una concreta potenzialità dannosa per sua connaturale forza dinamica o anche statica o per effetto di concause umane o naturali.

Pertanto, nel giudizio avente ad oggetto la richiesta di risarcimento del danno provocato da una cosa in custodia, il danneggiato dovrà dimostrare il danno subito, il rapporto di causalità fra la cosa e l’evento lesivo e la relazione (di proprietà o di uso) intercorrente fra il convenuto e la res (cfr. in tal senso, ex plurimis, Cass. n. 25243/2006), mentre graverà sul custode l’onere di fornire la prova liberatoria idonea a superare la presunzione iuris tantum prevista a suo carico, dimostrando che l’evento dannoso si è verificato per l’intervento di un fattore esterno (fatto del terzo o dello stesso danneggiato, caso fortuito, forza maggiore), idoneo ad interrompere il nesso causale.
La più recente giurisprudenza in materia, infatti, tende ad individuare nella fattispecie prevista dall’art. 2051 c.c. una ipotesi di responsabilità oggettiva in virtù della quale è sufficiente che sussista il nesso causale tra la cosa in custodia ed il danno arrecato, non assumendo rilievo la condotta del custode e l’osservanza o meno di un obbligo di vigilanza da parte sua, giacché funzione della norma è quella di imputare oggettivamente la responsabilità al soggetto che, rivestendo la qualità di custode, è in grado di controllare le modalità d’uso e di conservazione della cosa e di prevenire i rischi ad essa inerenti.

L’anzidetta disciplina trova applicazione anche nel regime del condominio degli edifici, dove l’ente, in veste di custode dei beni e dei servizi comuni, è obbligato ad adottare tutte le misure necessarie affinché le cose comuni non rechino pregiudizio ad alcuno, rispondendo conseguentemente dei danni da queste cagionati sia a terzi che agli stessi condomini.
Pertanto, poiché – ai sensi dell’art. 1117 c.c. – le tubazioni sono beni di proprietà comune fino al punto di diramazione, assolvendo ad una funzione comune fino all’ingresso nella singola unità immobiliare privata, dove la conduttura è predisposta al servizio esclusivo della porzione di proprietà individuale, il condominio può essere chiamato a rispondere ex art. 2051 c.c. in presenza di infiltrazioni dannose dovute a difetti o ad omessa manutenzione o ristrutturazione delle condutture, gravando sullo stesso, in qualità di custode, l’obbligo di mantenerle e conservarle in maniera tale da evitare la produzione di eventi dannosi.

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Il danno cagionato dalla fauna selvatica non è risarcibile in base alla presunzione stabilita nell’art. 2052 c.c., ma solamente alla stregua dei principi generali della responsabilità extracontrattuale di cui all’art. 2043 c.c., anche in tema di onere della prova

Cassazione civile, Sez. III, 14 febbraio 2000, n. 1638

Obbligazioni – Responsabilità extracontrattuale – Animali selvatici.

È certamente vero che, rientrando la fauna selvatica – a seguito dell’introduzione dell’art. 1, l. n. 968/1977 (poi ribadito con l’art. 1, l. n. 157/1992) -, nella categoria dei beni patrimoniali indisponibili dello Stato (art. 826, comma 2 c.c.), e non potendo quindi più parlarsi, a proposito di essa, di res nullius, è venuta meno una delle ragioni (l’inesistenza di un proprietario) per cui si è sempre negata l’applicabilità dell’art. 2052 c.c. ai danni provocati da tal genere di animali, anche se vaganti in una riserva di caccia.

È altrettanto vero, tuttavia, che il fondamento primo della responsabilità presunta di cui all’art. 2052 c.c. risiede non tanto nella proprietà (ed infatti in essa incorre anche il semplice utente) quanto nel potere-dovere di custodia, ossia nella concreta possibilità di vigilanza e controllo del comportamento degli animali, per definizione non configurabile nei confronti della selvaggina, la quale tale non sarebbe se non potesse vivere, spostarsi e riprodursi liberamente nel proprio ambiente naturale; di talché può ben dirsi che questo stato di libertà sia concettualmente incompatibile con un qualsiasi obbligo di custodia incombente alla pubblica amministrazione.
La selvaggina, proprio perché vive, come recita l’art. 2 della l. n. 157/1992, «in stato di naturale libertà nel territorio nazionale», non è insomma suscettiva di alcuna forma di soggezione di fatto, né ad integrare un simile rapporto valgono le varie attività di protezione, di incremento e salvaguardia delle specie in via di estinzione e di controllo della caccia, con le quali lo Stato adempie le funzioni di tutela già svolte anche prima dell’assunzione legislativa della proprietà della fauna selvatica.
Peraltro, per giustificare un dovere di custodia, non potrebbe invocarsi, in capo allo Stato o a un qualsiasi altro soggetto pubblico, accanto alla formale proprietà, neppure un più concreto rapporto di “utenza” dell’animale (intesa, nel suo significato tradizionale, come il diritto di trarre da esso i commoda che può fornire mediante ciò che produce oppure con le sue energie di lavoro), giacché la disciplina in esame non ha inteso assicurarne al soggetto pubblico l’uso e il godimento, ma solo predisporre, col riconoscimento della proprietà pubblica, un ulteriore strumento di tutela in vista dello scopo primario della conservazione della selvaggina, con cui non deve contrastare l’esercizio della caccia.

Se ne deve concludere che «il danno cagionato dalla fauna selvatica non è risarcibile in base alla presunzione stabilita nell’art. 2052 c.c., inapplicabile per la natura stessa degli animali selvatici, ma solamente alla stregua dei principi generali della responsabilità extracontrattuale di cui all’art. 2043 c.c., anche in tema di onere della prova (Cass. 15 marzo 1996, n. 2192, con la precisazione che l’eventuale responsabilità aquiliana dev’essere imputata alle Regioni, alle quali è stata trasmessa la potestà di disciplinare la specifica materia; Cass. 12 agosto 1991, n. 8788)».

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