Appunti di diritto amministrativo e civile

a cura dell'avv. Raffaello G. Orofino

Categoria » proprietà

Ai fini dell’interruzione della usucapione, hanno efficacia interruttiva del possesso soltanto quegli atti che comportino, per il possessore, la perdita materiale del potere di fatto sulla cosa, nonché gli atti giudiziali diretti ad ottenere “ope iudicis” la privazione del possesso nei confronti del possessore usucapente

Cassazione civile, Sez. II, 5 novembre 2010, n. 22599

Possesso – Usucapione – Interruzione – Perdita materiale del potere di fatto sulla cosa  - Necessità.

Con atto di citazione notificato nel 1988, Tizio e Caio convenivano in giudizio dinanzi al Tribunale di Lecco Mevio e Sempronio e, premesso di essere proprietari di immobili già di proprietà del padre, chiedevano la rettifica dell’atto di divisione del 1963 – costituente il titolo di proprietà degli attori, unitamente alla successione ereditaria – intervenuto tra il loro dante causa e il dante causa dei convenuti, relativamente alla titolarità di alcuni mappali e di diritti di servitù, qualificando tale domanda, in via subordinata, come accertamento della avvenuta usucapione.

I convenuti costituendosi in giudizio contestavano le domande attrici assumendo che la scrittura privata addotta dagli attori a fondamento delle loro pretese risultava sottoscritta solamente da uno dei coeredi e non poteva quindi essere opposta agli altri e sostenendo l’operatività tra le parti dell’atto di divisione; chiedevano inoltre in via riconvenzionale la condanna degli attori alla rimessione in pristino dei mappali asseritamente posseduti illegittimamente mediante la demolizione delle opere eseguite e la consegna agli esponenti.

Il Tribunale adito, con sentenza del 1997, respingeva la domanda attrice e, in parziale accoglimento della domanda riconvenzionale, dichiarava l’operatività tra le parti dell’atto di divisione.

Proposta impugnazione da parte di Tizio e Caio, cui resistevano Mevio e Sempronio che proponevano altresì appello incidentale, la Corte di Appello di Milano, con sentenza del 2004, respingeva l’appello principale e, in accoglimento dell’appello incidentale, condannava Tizio e Caio a restituire agli appellati i fondi di cui ai mappali [omissis] e la quota di fabbricato insistente sul mappale [omissis].

Per la cassazione di tale sentenza Tizio e Caio hanno proposto ricorso, cui Mevio e Sempronio hanno resistito con controricorso.

Con il primo motivo di ricorso Tizio e Caio, denunciando violazione e falsa applicazione degli artt. 1102, 1140, 1141, 1158, 1164 e 2697 c.c. e 115 c.p.c., nonché omessa e/o contraddittoria motivazione, assumono che la Corte territoriale non ha considerato da un lato che il compossesso da parte degli esponenti sui beni oggetto di causa non era mai stato contestato dalle controparti ed anzi era stato espressamente ammesso negli atti processuali, e dall’altro che non era stato invece provato da parte degli appellati ed appellanti incidentali il loro compossesso sugli stessi beni (in quanto contestato dagli istanti), ed ha quindi invertito l’onere della prova, omettendo di rilevare la pacificità del possesso ultraventennale degli immobili da parte di Tizio e Caio.

Con il secondo motivo i ricorrenti, deducendo violazione e falsa applicazione degli artt. 1102, 1158, 1163, 1164, 1165, 1167, 2697, 2727, 2728 e 2729 c.c. e 112 e 115 c.p.c., ed omessa e/o insufficiente motivazione, censurano la sentenza impugnata per aver escluso la sussistenza di prove documentali e testimoniali in ordine all’invocato pacifico possesso da parte degli esponenti degli immobili per cui è causa e per aver anzi evidenziato erroneamente diversi atti come “indicativi della titolarità del diritto di proprietà o di qualsiasi altro diritto reale sull’immobile escludendo in capo agli appellanti la pienezza e l’esclusività del diritto, quale sostitutivo del proprio“.
In tal senso erano state valorizzate una denuncia presentata dagli appellanti nel 1985 nei confronti di Mevio e Sempronio per violazione dell’art. 637 c.p. (ingresso abusivo sul fondo altrui) e una denuncia per violazione del diritto di proprietà sporta da questi ultimi nel 1985 al Sindaco del Comune di [omissis] nei confronti di Tizio e Caio per ampliamento e sistemazione della tettoia per il ricovero di attrezzi agricoli di cui al mappale [omissis], a seguito della quale il Sindaco con ordinanza del 1985 aveva ordinato agli attuali ricorrenti la demolizione di opere realizzate senza concessione edilizia.
Sennonché, a dire dei ricorrenti, tali denunce erano irrilevanti in quanto intervenute ben due anni dopo il maturare del termine ventennale utile all’usucapione, iniziato il 1963, allorché si era verificata l’interversione del possesso in occasione del rogito [omissis], e terminato il 1983. In ogni caso, la denuncia presentata dalle controparti al Sindaco di [omissis] era atto irrilevante perché non incidente sul possesso, mentre la denuncia sporta dagli esponenti costituiva soltanto la manifestazione del possesso animo domini dei beni per cui è causa.
Peraltro, non vi era comunque prova che in seguito alle suddette denunce fosse intervenuta una interruzione ultrannuale dell’usucapione ai sensi dell’art. 1167 c.c., e neppure era stato spiegato come una pretesa turbativa del possesso relativamente ad una sola parte degli immobili potesse avere effetto sulla residua parte di essi.
Infine, i ricorrenti rilevano che le deposizioni testimoniali in ordine alla dimostrazione del potere di fatto ultraventennale sugli immobili da parte degli istanti non erano affatto di segno contrario alle emergenze documentali, come invece ritenuto dal giudice di appello, e che non erano state valutate le prove di natura presuntiva derivanti dalla circostanza che il rustico esistente sul mappale [omissis] era risultato essere utilizzato per metà da ciascuna delle parti, e che parte avversa aveva recintato il suddetto mappale con l’apposizione di un cancello, arretrando sino alla mezzeria del rustico onde consentire agli appellanti principali il libero accesso alla metà degli stessi utilizzata, così riconoscendo il diritto di proprietà altrui.

La Corte di Cassazione ha ritenuto fondate tali censure, sulla scorta delle seguenti motivazioni.

Il giudice di appello ha escluso la prova da parte degli attuali ricorrenti di un possesso uti domini pacifico e continuato ultraventennale degli immobili predetti, evidenziando anzi la sussistenza di due atti interruttivi di esso da parte degli effettivi proprietari (ovvero le due denunce sopra richiamate), ed aggiungendo che le dichiarazioni dei testi [omissis] non potevano ritenersi attendibili, considerato che la prima era la madre degli appellanti e la seconda era la moglie di Caio, e che comunque entrambe le suddette deposizioni erano in contrasto con la prova documentale – rappresentata dalle menzionate denunce – della opposizione al possesso da parte degli aventi diritto.
Da tali elementi discende la considerazione che nel convincimento maturato dalla Corte territoriale hanno avuto un peso preponderante, più che la valutazione del materiare probatorio attinente alla prova del possesso, i due pretesi atti interruttivi costituiti dalla denunce sopra richiamate.

La Corte di Cassazione ha tuttavia evidenziato l’irrilevanza di tali atti, entrambi riferiti, peraltro, all’anno 1985, ovvero ad epoca in cui sarebbe già decorso il termine ventennale del possesso utile all’usucapione (iniziato secondo l’assunto di Tizio e Caio quantomeno dal 1963, allorché era stata formalizzata la divisione per atto notarile).
A nessuna delle due denunce suddette, infatti, può attribuirsi valenza interruttiva del possesso in questione.
Premesso, invero, che non è consentito attribuire efficacia interruttiva del possesso se non ad atti che comportino, per il possessore, la perdita materiale del potere di fatto sulla cosa, oppure ad atti giudiziali siccome diretti ad ottenere ope iudicis la privazione del possesso nei confronti del possessore usucapente (Cass. 23-11-2001, n. 14917; Cass. 19-6-2003, n. 9845), è agevole osservare, quanto alla denuncia presentata a suo tempo da Tizio e Caio nei confronti di Mevio e Sempronio che trattasi di atto proveniente dagli stessi possessori e non dai proprietari, significativo semmai della volontà da parte degli attuali ricorrenti di non intendere subire turbative del loro possesso, e che per altro verso non può neppure essere configurato come riconoscimento del diritto del proprietario da parte del possessore; sulla base del principio di diritto sopra richiamato è poi evidente che anche la denuncia presentata da Mevio e Sempronio per violazione del loro diritto di proprietà deve ritenersi ininfluente sulla prosecuzione del possesso sui beni, non impedito materialmente né contestato in modo idoneo.

Pertanto, poiché l’erronea considerazione dei suddetti atti da parte del giudice di appello ha avuto un rilievo decisivo anche in ordine all’apprezzamento degli ulteriori elementi di prova costituiti essenzialmente dalle dichiarazioni dei testi escussi, la Suprema Corte ha ritenuto che occorra procedere ad una nuova valutazione del materiale probatorio in ordine all’invocato possesso ad usucapionem da parte degli attuali ricorrenti, ed ha pertanto cassato la sentenza impugnata, rinviando la causa ad altra sezione della Corte di Appello di Milano.

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Nel giudizio di risarcimento dei danni causati ad un immobile, il convincimento del giudice in ordine alla legittimazione alla pretesa risarcitoria può formarsi sulla base di qualsiasi elemento documentale e presuntivo sufficiente ad escludere una erronea destinazione del pagamento dovuto

Tribunale di Bari, Sezione distaccata di Rutigliano, 28 giugno 2010

Responsabilità extracontrattuale – Danno cagionato ad un immobile – Legittimazione alla pretesa risarcitoria – Prova.

L’espletamento di un onere probatorio particolarmente rigoroso in merito alla qualità di “attore” è richiesto solo nell’azione di rivendicazione, essendo questa strumento volto a comprovare la proprietà del bene oggetto della controversia.
Al contrario, nel giudizio di risarcimento dei danni derivati a un immobile da un illecito comportamento del convenuto, il convincimento del giudice in ordine alla legittimazione alla pretesa risarcitoria può formarsi sulla base di qualsiasi elemento documentale e presuntivo sufficiente ad escludere una erronea destinazione del pagamento dovuto, atteso che l’oggetto della pretesa azionata non è il rigoroso accertamento della proprietà dell’immobile, ma l’individuazione del titolare del bene avente diritto al risarcimento.

» vai alla sentenza per esteso

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Il tubo di scarico dei fumi della caldaia dell’impianto termico deve essere posto a distanza tale dal confine da evitare danni al vicino conseguenti alla diffusione dei fumi con penetrazione all’interno della sua abitazione

Tribunale di Bari, Sez. distaccata di Acquaviva delle Fonti, 4 marzo 2010

Proprietà – Distanze legali – Tubo di scarico dei fumi della caldaia dell’impianto termico.

Tizio chiede la condanna di Caio a spostare il tubo di scarico dei fumi della caldaia dell’impianto termico della sua abitazione, in modo da porre lo stesso a distanza legale ed impedire le immissioni di fumo nella proprietà di Tizio attraverso l’adiacente finestra.

Data tale situazione di fatto, ha ritenuto il Giudice barese che nel caso di specie debba trovare applicazione non già l’art. 889 c.c. («distanze per pozzi, cisterne, fosse e tubi»), bensì il successivo art. 890 («distanze per fabbriche e depositi nocivi o pericolosi»), avendo Tizio fatto espresso riferimento alla necessità di impedire immissioni dannose nella sua proprietà: tale ultima norma, infatti, impone di preservare i fondi vicini da ogni danno derivante dalla fabbricazione sul confine di un camino (o di una canna fumaria, che ha analoga funzione), il quale deve essere posto a distanza tale da evitare danni ai vicini conseguenti alla diffusione dei fumi con penetrazione all’interno delle loro abitazioni.

Ciò premesso, ha ritenuto il Giudice che nel caso sottoposto al suo esame lo sfogo dei fumi della caldaia di Caio, collocato alla medesima altezza della finestra del vicino e a soli 95 cm. da essa, non fosse idoneo a soddisfare le esigenze di sicurezza previste dall’art. 890 c.c., ed ha pertanto disposto l’arretramento del tubo di scarico (il cui punto più vicino si trova ad appena 12,5 cm. dal muro di confine) sino alla distanza di un metro, che va misurata dalla parte esterna del muro comune prospiciente l’immobile di proprietà di Caio (v., per tale criterio di misurazione, Cass. 10 marzo 1987, n. 2479: «mentre nel caso in cui il muro sul confine è di esclusiva proprietà di colui che sul proprio fondo abbia collocato uno o più dei manufatti elencati negli artt. 889 e 890 del codice civile, la distanza deve essere misurata tra i medesimi e l’effettivo confine tra i due fondi, quando, invece, il muro divisorio è comune ai proprietari di questi ultimi, la distanza va calcolata dalla parete esterna del muro più vicina ai manufatti, per l’assorbente e decisiva considerazione che, in tal ipotesi, il confine tra il fondo di proprietà esclusiva in cui si trovano le opere per le quali è prescritta la distanza e quello di proprietà aliena, è costituito dal detto muro e non dalla sua linea mediana, perché l’intero muro, essendo indiviso, si considera anche altrui rispetto al proprietario del fondo nel quale sono state sistemate le opere in questione»).

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Acquisto a non domino di cosa mobile non registrata e presunzione di buona fede

Cassazione civile, Sez. II, 16 dicembre 2009, n. 26400

Acquisto a non domino di cosa mobile non registrata – Possesso di buona fede – Presunzione.

In virtù di quanto disposto dagli artt. 1153 e 1147 c.c., bona fides presumitur.
Pertanto, in caso di acquisto a non domino di cosa mobile non registrata in forza di un titolo idoneo al trasferimento della proprietà, dalla presunzione che l’acquirente sia stato in buona fede deriva, per colui che intenda contrastare tale presunzione, l’onere di fornire elementi idonei alla formulazione non del mero sospetto di una situazione illegittima, ma di un dubbio derivante da circostanze serie, concrete e non ipotetiche (in senso conforme, cfr. Cass., n. 13642/2000).

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La creazione di un secondo bagno nelle moderne abitazioni di taglio medio riveste quel carattere di essenzialità che giustifica la non applicazione, negli edifici in condominio, della disciplina sulle distanze di cui all’art. 889 c.c.

Cassazione civile, Sez. II, 9 giugno 2009, n. 13313

Distanze legali – Creazione o modifica di un secondo bagno nelle abitazioni in condominio – Carattere di essenzialità – Esclusione dell’applicabilità della disciplina di cui all’art. 889 c.c.

Per principio giuridico consolidato, «la disposizione dell’art. 889 cod. civ. relativa alle distanze da rispettare per pozzi, cisterne, fossi e tubi è applicabile anche con riguardo agli edifici in condominio, salvo che si tratti di impianti da considerarsi necessari ai fini di una completa e reale utilizzazione dell’immobile, tale da essere adeguata all’evoluzione delle esigenze generali dei cittadini nel campo abitativo e alle moderne concezioni in tema di igiene» (Cass., n. 8801/99; Cass., n. 16958/06).

In particolare, con sentenza n. 13285/01, la Corte di Cassazione ha ritenuto che il rifacimento di un locale adibito a servizi igienici dia luogo a lavori essenziali ad una adeguata vivibilità dell’appartamento secondo moderni criteri di civiltà.
Altrettanto può dirsi in relazione alla creazione o modifica di un secondo bagno nelle moderne abitazioni di taglio medio, trattandosi di un’esigenza ormai talmente diffusa da rivestire quel carattere di essenzialità che giustifica la non applicazione – negli edifici in condominio – delle distanze di cui all’art. 889 c.c., soprattutto nei casi in cui la scelta della collocazione delle tubazioni sia pressoché obbligata.

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Immissioni moleste di fumo di sigarette e risarcimento del danno esistenziale

Cassazione civile, Sez. III, 31 marzo 2009, n. 7875

Responsabilità extracontrattuale – Immissioni moleste di fumo di sigarette - Danno esistenziale – Risarcibilità.

Va riconosciuto il diritto ad ottenere il risarcimento del danno esistenziale, causato da immissioni moleste di fumo di sigarette, ai componenti di una famiglia i quali, abitando sopra un bar frequentato da molti fumatori, sono stati a lungo costretti a subire gli effetti fastidiosi ed insalubri del fumo passivo, nonché a tenere chiuse le finestre anche in piena estate per tutelare la propria salute.

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Azioni nunciatorie nei confronti della pubblica amministrazione

Cassazione civile, Sez. unite, 28 febbraio 2007, n. 4633

Azioni nunciatorie nei confronti della pubblica amministrazione – Azione di danno temuto – Giurisdizione del giudice ordinario - Ammissibilità qualora l’attività della p.a. si concreti in una mera attività materiale che invada la sfera giuridica e patrimoniale del privato - Irrilevanza del contenuto concreto del provvedimento richiesto.

Sono ammissibili i procedimenti nunciatori nei confronti della pubblica amministrazione, allo stesso modo delle azioni a tutela del possesso, tutte le volte in cui l’attività della p.a. denunciata non si ricolleghi ad atti o provvedimenti amministrativi, emessi nell’ambito e nell’esercizio di poteri discrezionali ad essa spettanti, di contenuto ablativo (sia pure in senso lato), idonei ad incidere nella sfera giuridica del privato, ma si concreti in una mera attività materiale che invada la sfera giuridica e patrimoniale del privato, ledendo beni di cui questi assuma di essere proprietario o possessore (cfr. Cass., Sez. unite, 27 ottobre 1995, n. 1170).

Posto che la sussistenza della giurisdizione in tema di azioni possessorie nei confronti della pubblica amministrazione va esaminata in relazione al petitum sostanziale della sottostante pretesa di merito, va pertanto affermata la giurisdizione del giudice ordinario ogniqualvolta la domanda risulti diretta a tutelare una posizione di diritto soggettivo, mentre non rileva in contrario il contenuto concreto del provvedimento richiesto dalla parte a difesa del possesso, il quale può implicare soltanto un limite interno alle attribuzioni di quel giudice, giustificato dal divieto di annullamento, revoca o modifica dell’atto amministrativo ai sensi dell’art. 4 della l. 20 marzo 1865, n. 2248, all. E (cfr. Cass., Sez. unite, 26 agosto 1993, n. 9005).

Nel caso di specie, il denunciante si è limitato ad invocare la rimozione del pericolo al bene di sua proprietà derivante da un immobile della p.a., sicché spetta certamente al giudice ordinario valutare se sussista detto pericolo e se sia riconducibile al modo di essere dell’immobile suddetto, e, quindi, individuare i rimedi possibili per rimuoverlo.

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Il criterio ispiratore della normativa dettata in tema di distanze legali tra costruzioni è quello di evitare che l’edificazione di fabbricati a distanza esigua l’uno dall’altro possa determinare la costituzione d’intercapedini dannose, ragion per cui possono essere consentite quelle opere che, pur delimitando degli spazi, consentano la circolazione dell’aria e non limitino la luminosità, quali porticati o logge o balconi o scale esterne in aggetto

Cassazione civile , Sez. II, 12 gennaio 2005, n. 400

Proprietà – Distanze legali – Distanze nelle costruzioni – Porticati, logge, balconi e scale esterne in aggetto.

La nozione di costruzione, ai fini dell’applicazione della normativa codicistica e regolamentare in materia di distanze tra edifici, non si esaurisce in quella di edifico ma comprende qualsiasi opera stabilmente infissa al suolo che per solidità, struttura e sporgenza dal terreno possa creare intercapedini dannose (v. fra tante Cass. 22.5.1998, n. 5116).

Pertanto, è stato ritenuto che rientra nel concetto di nuova costruzione qualsiasi modifica della volumetria di un fabbricato preesistente che comporti l’aumento della sagoma d’ingombro, in guisa da incidere direttamente sulla situazione di distanza tra edifici, indipendentemente dalla sua utilizzabilità ai fini abitativi (Cass. 24.6.1996, n. 5828).

Si è poi affermato che la sopraelevazione costituisce, a tutti gli effetti giuridici, nuova costruzione e ad essa si applica la disciplina sulle distanze legali tra edifici (cfr. ex plurimis Cass. 11.9.1997, n. 5246; Cass. 15.6.1996, n. 5517); così come, in applicazione del suddetto principio, è stata considerata nuova costruzione anche il solo rifacimento di un tetto quando comporti l’aumento delle superfici esterne e dei volumi interni (Cass. 6.12.1995, n. 12582), dovendosi, peraltro, nel caso di opera formata da più parti fra loro strutturalmente collegate in maniera stabile e tale da formare un unicum inscindibile sul piano economico-funzionale, avere riguardo all’opera nel suo insieme e non alle singole parti (Cass. 12.2.1998, n. 1509).

Con specifico riferimento alla sopraelevazione è stato detto che il criterio della prevenzione non esclude che il preveniente, al pari del prevenuto, sia obbligato al rispetto della sopravvenuta disciplina regolamentare integrativa di quella dettata dal codice civile e debba, pertanto, effettuare la sopraelevazione del proprio fabbricato rispettando la diversa distanza legale stabilita da tale disciplina, con la conseguente esclusione del diritto a sopraelevare in allineamento con l’originaria costruzione ove afferente ad una distanza non più consentita (Cass. 30.10.1998, n. 10864; Cass. 22.10.1998, n. 10482; Cass. 18.3.1998, n. 2887).

Nell’ipotesi, poi, di costruzione sul confine, è stato affermato che colui che edifica per primo sul confine è obbligato, nel sopraelevare l’edifico, a costruire in corrispondenza della stessa linea di confine su cui ha innalzato il piano inferiore, oppure a distanza non inferiore a quella legale, onde non costringere il prevenuto ad elevare a sua volta un immobile con i muri perimetrali a linea spezzata.

Ribaditi tali principi generali, la Suprema Corte ha altresì precisato che la disciplina di cui all’art. 873 c.c. e al D.M. 2 aprile 1968, n. 1444 che, in applicazione dell’art. 41 quinquies, ultimo comma, della legge urbanistica 17.8.42, n. 1150, come modificato dall’art. 17 della c.d. legge ponte 6.8.67, n. 765, detta i limiti di densità, altezza, distanza tra i fabbricati, ha quale principio informatore non la regolamentazione dei rapporti interprivati in relazione alle distanze tra proprietà finitime, ma la salvaguardia d’interessi generali, connessi all’igiene, alla sicurezza, al decoro degli abitati, da realizzarsi attraverso la determinazione delle proporzioni tra spazi liberi e volumi edificati mediante, tra l’altro, la predeterminazione delle distanze minime tra fabbricati nell’ambito di zone territoriali omogenee.
Criterio fondamentale applicato dalla normativa de qua è quello d’evitare che l’edificazione di fabbricati a distanza esigua l’uno dall’altro possa determinare la costituzione d’intercapedini dannose, ossia di spazi tra fabbricati la cui ampiezza non sia sufficiente ad assicurare quella condizione d’aerazione, luminosità ed igiene che è considerata minima indispensabile alle esigenze di vita degli abitanti.
In tale ottica vanno, dunque, interpretate le norme dei regolamenti comunali in materia, onde la ratio delle stesse va sempre ravvisata nel senso della loro predisposizione al fine d’evitare la formazione d’intercapedini dannose.
Da ciò consegue che possono essere considerate consentite dalle dette norme opere che, pur delimitando degli spazi, tuttavia, a determinate condizioni, consentano la circolazione dell’aria e non limitino la luminosità, quali porticati o logge o balconi o scale esterne in aggetto, e non consentite, per contro, le medesime opere ove gli spazi dalle stesse delimitati vengano trasformati in volumi chiusi mediante tamponatura con qualsiasi genere di materiali.

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Distanza delle costruzioni dalle vedute in appiombo

Cassazione civile, Sez. II, 11 febbraio 1997, n. 1261

Proprietà – Luci e vedute – Classificazione – Veduta in appiombo – Servitù di veduta.

A mente dell’art. 900 c.c. la veduta può essere, oltre che diretta, anche obliqua – se il confine del fondo vicino ed il muro dal quale si esercita la veduta formano un angolo retto (novanta gradi) o ottuso (oltre novanta gradi) e laterale – se confine e muro formano un angolo di 180 gradi.

La veduta laterale può essere esercitata, oltre che di lato, anche in basso (ossia verticalmente), assumendo in tal caso le caratteristiche della veduta in appiombo. Essa è specificamente prevista dal codice civile che, proprio per delineare i limiti normali di tale veduta (e della veduta obliqua in basso), impone a colui che «vuole appoggiare la nuova costruzione al muro in cui sono le dette vedute dirette o oblique» di arrestarsi almeno a tre metri sotto la loro soglia (art. 907 c.c.).

Ricorre una servitù di veduta in appiombo quante volte, per i suoi maggiori contenuti, essa determini, per il fondo sul quale si esercita, una restrizione dei poteri normalmente inerenti al diritto di proprietà delineati dalle norme sulle distanze, risolvendosi così in un peso imposto a tale fondo per il vantaggio (utilità) del fondo dal quale la veduta si esercita (principio già riconosciuto dalla stessa Corte nelle sentenze n. 448/1982, n. 3822/1986 e n. 5464/1986, che concordemente affermano che «i proprietari dei singoli piani di un edificio condominiale hanno diritto di non subire a causa di costruzioni eseguite da altri partecipanti al condominio una diminuzione della possibilità di esercitare dalle proprie aperture le vedute in appiombo sino alla base dell’edificio senza che possa rilevare la lieve entità del pregiudizio arrecato»).

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E’ muro di fabbrica, e non di cinta, quello che risulti eretto in sopraelevazione di un fabbricato, e come tale dovrà soggiacere alla disciplina relativa alle distanze nelle costruzioni

Cassazione civile, Sez. II, 13 febbraio 1996, n. 1083

Proprietà – Distanze nelle costruzioni – Muro di cinta – Inapplicabilità della relativa disciplina al c.d. muro di fabbrica.

E’ muro di cinta, non considerabile ai fini del computo delle distanze fra le costruzioni ai sensi dell’art. 878 c.c., soltanto quello con facce emergenti dal suolo che, essendo destinato alla demarcazione della linea di confine ed alla separazione dei fondi, si presenti separato da ogni altra costruzione (cfr., in tal senso, Cass., Sez. II, 24 febbraio 1992, n. 2376).

Al contrario, va considerato quale muro di fabbrica, e non di cinta, il muro che risulti eretto in sopraelevazione di un fabbricato, in corrispondenza di un solaio-terrazza posto a sua copertura, con funzione di chiusura di un lato di tale terrazza, dato che un simile manufatto non si configura separato dall’edificio, cui inerisce e resta nel medesimo incorporato.
Ne consegue che un siffatto muro dovrà soggiacere non alla normativa dettata in tema di muro di cinta, di cui all’art. 878 c.c., ma alla disciplina delle distanze nelle costruzioni, di cui all’art. 873 c.c. e alle disposizioni degli strumenti urbanistici locali integrative dello stesso.

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