Appunti di diritto amministrativo e civile

a cura dell'avv. Raffaello G. Orofino

Categoria » DIRITTO CIVILE

Va escluso che tra i doveri di un avvocato sia compreso quello di “aggirare” le prescrizioni di legge, deviandole dallo scopo loro precipuo al fine di far conseguire un vantaggio al proprio cliente

Cassazione civile, Sez. VI, 23 febbraio 2011, n. 4422

Avvocato - Mancata tempestiva presentazione della dichiarazione di successione mortis causa – Mancanza della documentazione necessaria – Accettazione dell’eredità con beneficio d’inventario – Responsabilità professionale – Insussistenza.

L’utilizzazione della accettazione dell’eredità con beneficio di inventario per uno scopo (la dilazione del termine per la presentazione della dichiarazione di successione ai fini fiscali) che è diverso da quello suo proprio (il mantenimento della distinzione tra i patrimoni del defunto e dell’erede), non può considerarsi compresa tra i compiti del professionista incaricato della presentazione di una dichiarazione di successione.

In altri termini, va escluso che tra i doveri di un professionista sia compreso quello di “aggirare” le prescrizioni di legge, deviandole dallo scopo loro proprio.

Ne consegue che non può essere fonte di responsabilità professionale, per il legale che sia stato incaricato della presentazione della dichiarazione di successione in prossimità della scadenza del relativo termine e in mancanza della documentazione necessaria per il tempestivo adempimento della prestazione, omettere di consigliare al cliente di accettare l’eredità con beneficio di inventario, in modo da farlo beneficiare della proroga prevista per tale ipotesi dalla legge, trattandosi di una deviazione dell’atto dal suo scopo precipuo (che, lo si ripete, per l’accettazione di eredità con beneficio di inventario non è eludere il termine stabilito per la presentazione della dichiarazione di successione, bensì mantenere distinti i patrimoni del de cuius e dell’erede, per evitare la responsabilità ultra vires).

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Affiggere i nominativi dei condomini morosi nella bacheca condominiale accessibile al pubblico comporta una indebita diffusione di tali dati, come tale illecita e fonte di responsabilità civile, ai sensi degli articoli 11 e 15 del codice in materia di protezione dei dati personali

Cassazione civile, Sez. II, ordinanza 4 gennaio 2011, n. 186

Condominio – Affissione elenco condomini morosi nella bacheca condominiale – Violazione del diritto alla privacy – Sussistenza.

La misura in cui ciascun condomino è tenuto a partecipare alle spese condominiali e i dati relativi alla mora nel pagamento dei contributi hanno certamente una valenza contabile, di interesse ai fini della gestione collettiva, ma ciò non fa venir meno la loro natura di dati personali, soggetti, in quanto tali, alla disciplina del codice in materia di protezione dei dati personali di cui al d.lgs. 30 giugno 2003, n. 196 e alle regole generali per il trattamento che esso delinea.

Ciò premesso, va rilevato che le informazioni relative al riparto delle spese, all’entità del contributo dovuto da ciascuno e alla mora nel pagamento degli oneri pregressi possono senz’altro essere oggetto di trattamento, anche senza il consenso dell’interessato, come si ricava dall’art. 24 del codice.
Difatti, le attività di gestione ed amministrazione delle parti comuni implicano che l’amministratore possa procedere alla raccolta, registrazione, conservazione, elaborazione e selezione delle informazioni concernenti le posizioni di dare ed avere dei singoli partecipanti al condominio.
Del pari, ragioni di buon andamento e di trasparenza giustificano una comunicazione di questi dati a tutti i condomini, non solo su iniziativa dell’amministratore in sede di rendiconto annuale o di assemblea ovvero nell’ambito delle informazioni periodiche trasmesse nell’assolvimento degli obblighi scaturenti dal mandato ricevuto, ma anche su richiesta di ciascun condomino, essendo questi investito di un potere di vigilanza e di controllo sull’attività di gestione delle cose, dei servizi e degli impianti comuni, che lo abilita a domandare in ogni tempo all’amministratore informazioni sulla situazione contabile del condominio, comprese quelle che riguardano eventuali posizioni debitorie degli altri partecipanti.

Il trattamento dei dati personali, per essere lecito, deve tuttavia avvenire nell’osservanza dei principi di proporzionalità, di pertinenza e di non eccedenza rispetto agli scopi per i quali i dati stessi sono raccolti (art. 11 del codice). Sull’amministratore del condominio, pertanto, grava il dovere di adottare le opportune cautele per evitare l’accesso a quei dati da parte di persone estranee al condominio.

L’affissione nella bacheca dell’androne condominiale del dato personale concernente le posizioni di debito del singolo condomino va al di là della giustificata comunicazione dell’informazione ai soggetti interessati nell’ambito della compagine condominiale; tale affissione, infatti, avvenendo in uno spazio accessibile al pubblico, non solo non è necessaria ai fini dell’amministrazione comune ma, soprattutto, si risolve nella messa a disposizione di quei dati in favore di una serie indeterminata di persone estranee e, quindi, in una indebita diffusione, come tale illecita e fonte di responsabilità civile, ai sensi degli artt. 11 e 15 del codice in materia di protezione dei dati personali di cui al d.lgs. 30 giugno 2003, n. 196.

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La Regione è responsabile ex art. 2043 cod. civ. dei danni arrecati da animali selvatici a persone o cose

Cassazione civile, Sez. III, 16 novembre 2010, n. 23095

Obbligazioni – Responsabilità extracontrattuale – Animali selvatici.

Nel 1998, Tizio citava in giudizio innanzi al Tribunale di Firenze la Regione Toscana e la Provincia di Grosseto per ottenere il risarcimento dei danni provocati alla propria autovettura da un grosso cinghiale, che aveva repentinamente attraversato, al suo sopraggiungere, la strada provinciale percorsa alla guida del proprio veicolo.

Costituitesi in giudizio entrambe le amministrazioni, la Regione Toscana eccepiva di non essere titolare del potere di gestione del patrimonio faunistico e di manutenzione della strada; allo stesso modo, anche la Provincia di Grosseto eccepiva la propria carenza di legittimazione passiva, altresì rilevando nel merito che l’obbligo di apporre cartelli segnalatori si imponeva solo nei casi di strada situata in una zona particolarmente battuta da tale tipo di fauna.

Con sentenza del 23 febbraio 2001, il Tribunale di Firenze riconosceva la legittimazione passiva di entrambi gli enti pubblici territoriali rispetto all’azione proposta, in quanto, sulla base della legge n. 157/1992, le competenze di entrambi gli enti in materia di pianificazione faunistica si intersecavano, ma rigettava la domanda ritenendo che la parte attrice non avesse fornito in concreto la prova che l’evento dannoso fosse ricollegabile a una condotta colposa di una (o di entrambe) le amministrazioni convenute.

Con sentenza del 12 dicembre 2005, la Corte d’Appello di Firenze accoglieva l’appello proposto da Tizio, condannando in solido la Regione Toscana e la Provincia di Grosseto al risarcimento del danno da lui subito a causa dell’investimento del cinghiale.

La Regione Toscana ha proposto ricorso per cassazione, sostenendo che la propria legge regionale n. 3/1994 ha attribuito alla sola provincia le funzioni concernenti la conservazione e l’incremento del patrimonio faunistico, ivi compresa l’adozione delle misure cautelari.

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso proposto dalla Regione Toscana, sulla scorta delle seguenti considerazioni.

La legge 11 febbraio 1992, n. 157Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio») prevede che le regioni a statuto ordinario provvedono ad emanare norme relative alla gestione ed alla tutela di tutte le specie della fauna selvatica (art. 1, comma 3).
L’art. 9 della citata legge n. 157/1992, dispone inoltre che «le regioni esercitano le funzioni amministrative di programmazione e di coordinamento ai fini della pianificazione faunistico-venatoria di cui all’articolo 10 e svolgono i compiti di orientamento, di controllo e sostitutivi previsti dalla presente legge e dagli statuti regionali», mentre «alle province spettano le funzioni amministrative in materia di caccia e di protezione della fauna secondo quanto previsto dalla legge 8 giugno 1990, n. 142, che esercitano nel rispetto della presente legge».
Peraltro, l’art. 26, l. n. 157/1992 (rubricato: «Risarcimento dei danni prodotti dalla fauna selvatica e dall’attività venatoria»), sancisce che «per far fronte ai danni non altrimenti risarcibili arrecati alla produzione agricola e alle opere approntate sui terreni coltivati e a pascolo dalla fauna selvatica, in particolare da quella protetta, e dall’attività venatoria, è costituito a cura di ogni regione un fondo destinato alla prevenzione e ai risarcimenti, al quale affluisce anche una percentuale dei proventi di cui all’articolo 23».

Ne consegue che «alle Regioni compete l’obbligo di predisporre tutte le misure idonee ad evitare che gli animali selvatici arrechino danni a persone o a cose e, pertanto, nell’ipotesi (corrispondente al caso in esame) di danno provocato dalla fauna selvatica ed il cui risarcimento non sia previsto da apposite norme, la Regione può essere chiamata a rispondere in forza della disposizione generale contenuta nell’art. 2043 cod. civ.: Cass. 1 agosto 1991, n. 8470; 13 dicembre 1999, n. 13956; 14 febbraio 2000, n. 1638; 24 settembre 2002, n. 13907».

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Nessuna limitazione sussiste in merito alla legittimazione passiva dell’amministratore per qualsiasi azione, anche di natura reale, promossa contro il condominio in ordine alle parti comuni dell’edificio

Cassazione civile, Sez. II, 10 novembre 2010, n. 22886

Condominio – Azioni giudiziarie – Legittimazione dell’amministratore – Azione reale o possessoria – Litisconsorzio necessario di tutti i condomini – Esclusione.

Nessuna limitazione sussiste in relazione alla legittimazione passiva dell’amministratore di condominio per qualsiasi azione, anche di natura reale, promossa contro il condominio, da terzi o anche dal singolo condomino, in ordine alle parti comuni dell’edificio.
In tal caso, l’amministratore ha il solo obbligo, di mera rilevanza interna e non incidente sui suoi poteri rappresentativi processuali, di riferire all’assemblea, con la conseguenza che la sua presenza in giudizio esclude la necessità del litisconsorzio nei confronti di tutti i condomini (in senso conforme, Cass., Sez. II, n. 9093 del 16.4.2007).

In particolare,  la legittimazione dell’amministratore del condominio dal lato passivo ai sensi dell’art. 1131 cod. civ., comma 2, non incontra limiti e sussiste, anche in ordine all’interposizione d’ogni mezzo di gravame che si renda eventualmente necessario, in relazione ad ogni tipo d’azione, anche reale o possessoria, promossa nei confronti del condominio da terzi o da un singolo condomino (trovando un tanto ragione nell’esigenza di facilitare l’evocazione in giudizio del condominio, quale ente di gestione sfornito di personalità giuridica distinta da quella dei singoli condomini) in ordine alle parti comuni dello stabile condominiale.
Ne consegue che, in presenza di domanda di condanna all’eliminazione d’opere, ai fini della pregiudiziale decisione concernente la negatoria servitutis non è necessaria l’integrazione del contraddittorio, dalla legge non richiesta per tale tipo di pronunzia, che bene è pertanto resa nei confronti del condominio rappresentato dall’amministratore, dovendo in tal caso essere essa intesa quale utilitas afferente all’intero edificio condominiale e non già alle singole proprietà esclusive dei condomini (cfr. Cass., Sez. II, n. 9206 del 4.5.2005).

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Ai fini dell’interruzione della usucapione, hanno efficacia interruttiva del possesso soltanto quegli atti che comportino, per il possessore, la perdita materiale del potere di fatto sulla cosa, nonché gli atti giudiziali diretti ad ottenere “ope iudicis” la privazione del possesso nei confronti del possessore usucapente

Cassazione civile, Sez. II, 5 novembre 2010, n. 22599

Possesso – Usucapione – Interruzione – Perdita materiale del potere di fatto sulla cosa  - Necessità.

Con atto di citazione notificato nel 1988, Tizio e Caio convenivano in giudizio dinanzi al Tribunale di Lecco Mevio e Sempronio e, premesso di essere proprietari di immobili già di proprietà del padre, chiedevano la rettifica dell’atto di divisione del 1963 – costituente il titolo di proprietà degli attori, unitamente alla successione ereditaria – intervenuto tra il loro dante causa e il dante causa dei convenuti, relativamente alla titolarità di alcuni mappali e di diritti di servitù, qualificando tale domanda, in via subordinata, come accertamento della avvenuta usucapione.

I convenuti costituendosi in giudizio contestavano le domande attrici assumendo che la scrittura privata addotta dagli attori a fondamento delle loro pretese risultava sottoscritta solamente da uno dei coeredi e non poteva quindi essere opposta agli altri e sostenendo l’operatività tra le parti dell’atto di divisione; chiedevano inoltre in via riconvenzionale la condanna degli attori alla rimessione in pristino dei mappali asseritamente posseduti illegittimamente mediante la demolizione delle opere eseguite e la consegna agli esponenti.

Il Tribunale adito, con sentenza del 1997, respingeva la domanda attrice e, in parziale accoglimento della domanda riconvenzionale, dichiarava l’operatività tra le parti dell’atto di divisione.

Proposta impugnazione da parte di Tizio e Caio, cui resistevano Mevio e Sempronio che proponevano altresì appello incidentale, la Corte di Appello di Milano, con sentenza del 2004, respingeva l’appello principale e, in accoglimento dell’appello incidentale, condannava Tizio e Caio a restituire agli appellati i fondi di cui ai mappali [omissis] e la quota di fabbricato insistente sul mappale [omissis].

Per la cassazione di tale sentenza Tizio e Caio hanno proposto ricorso, cui Mevio e Sempronio hanno resistito con controricorso.

Con il primo motivo di ricorso Tizio e Caio, denunciando violazione e falsa applicazione degli artt. 1102, 1140, 1141, 1158, 1164 e 2697 c.c. e 115 c.p.c., nonché omessa e/o contraddittoria motivazione, assumono che la Corte territoriale non ha considerato da un lato che il compossesso da parte degli esponenti sui beni oggetto di causa non era mai stato contestato dalle controparti ed anzi era stato espressamente ammesso negli atti processuali, e dall’altro che non era stato invece provato da parte degli appellati ed appellanti incidentali il loro compossesso sugli stessi beni (in quanto contestato dagli istanti), ed ha quindi invertito l’onere della prova, omettendo di rilevare la pacificità del possesso ultraventennale degli immobili da parte di Tizio e Caio.

Con il secondo motivo i ricorrenti, deducendo violazione e falsa applicazione degli artt. 1102, 1158, 1163, 1164, 1165, 1167, 2697, 2727, 2728 e 2729 c.c. e 112 e 115 c.p.c., ed omessa e/o insufficiente motivazione, censurano la sentenza impugnata per aver escluso la sussistenza di prove documentali e testimoniali in ordine all’invocato pacifico possesso da parte degli esponenti degli immobili per cui è causa e per aver anzi evidenziato erroneamente diversi atti come “indicativi della titolarità del diritto di proprietà o di qualsiasi altro diritto reale sull’immobile escludendo in capo agli appellanti la pienezza e l’esclusività del diritto, quale sostitutivo del proprio“.
In tal senso erano state valorizzate una denuncia presentata dagli appellanti nel 1985 nei confronti di Mevio e Sempronio per violazione dell’art. 637 c.p. (ingresso abusivo sul fondo altrui) e una denuncia per violazione del diritto di proprietà sporta da questi ultimi nel 1985 al Sindaco del Comune di [omissis] nei confronti di Tizio e Caio per ampliamento e sistemazione della tettoia per il ricovero di attrezzi agricoli di cui al mappale [omissis], a seguito della quale il Sindaco con ordinanza del 1985 aveva ordinato agli attuali ricorrenti la demolizione di opere realizzate senza concessione edilizia.
Sennonché, a dire dei ricorrenti, tali denunce erano irrilevanti in quanto intervenute ben due anni dopo il maturare del termine ventennale utile all’usucapione, iniziato il 1963, allorché si era verificata l’interversione del possesso in occasione del rogito [omissis], e terminato il 1983. In ogni caso, la denuncia presentata dalle controparti al Sindaco di [omissis] era atto irrilevante perché non incidente sul possesso, mentre la denuncia sporta dagli esponenti costituiva soltanto la manifestazione del possesso animo domini dei beni per cui è causa.
Peraltro, non vi era comunque prova che in seguito alle suddette denunce fosse intervenuta una interruzione ultrannuale dell’usucapione ai sensi dell’art. 1167 c.c., e neppure era stato spiegato come una pretesa turbativa del possesso relativamente ad una sola parte degli immobili potesse avere effetto sulla residua parte di essi.
Infine, i ricorrenti rilevano che le deposizioni testimoniali in ordine alla dimostrazione del potere di fatto ultraventennale sugli immobili da parte degli istanti non erano affatto di segno contrario alle emergenze documentali, come invece ritenuto dal giudice di appello, e che non erano state valutate le prove di natura presuntiva derivanti dalla circostanza che il rustico esistente sul mappale [omissis] era risultato essere utilizzato per metà da ciascuna delle parti, e che parte avversa aveva recintato il suddetto mappale con l’apposizione di un cancello, arretrando sino alla mezzeria del rustico onde consentire agli appellanti principali il libero accesso alla metà degli stessi utilizzata, così riconoscendo il diritto di proprietà altrui.

La Corte di Cassazione ha ritenuto fondate tali censure, sulla scorta delle seguenti motivazioni.

Il giudice di appello ha escluso la prova da parte degli attuali ricorrenti di un possesso uti domini pacifico e continuato ultraventennale degli immobili predetti, evidenziando anzi la sussistenza di due atti interruttivi di esso da parte degli effettivi proprietari (ovvero le due denunce sopra richiamate), ed aggiungendo che le dichiarazioni dei testi [omissis] non potevano ritenersi attendibili, considerato che la prima era la madre degli appellanti e la seconda era la moglie di Caio, e che comunque entrambe le suddette deposizioni erano in contrasto con la prova documentale – rappresentata dalle menzionate denunce – della opposizione al possesso da parte degli aventi diritto.
Da tali elementi discende la considerazione che nel convincimento maturato dalla Corte territoriale hanno avuto un peso preponderante, più che la valutazione del materiare probatorio attinente alla prova del possesso, i due pretesi atti interruttivi costituiti dalla denunce sopra richiamate.

La Corte di Cassazione ha tuttavia evidenziato l’irrilevanza di tali atti, entrambi riferiti, peraltro, all’anno 1985, ovvero ad epoca in cui sarebbe già decorso il termine ventennale del possesso utile all’usucapione (iniziato secondo l’assunto di Tizio e Caio quantomeno dal 1963, allorché era stata formalizzata la divisione per atto notarile).
A nessuna delle due denunce suddette, infatti, può attribuirsi valenza interruttiva del possesso in questione.
Premesso, invero, che non è consentito attribuire efficacia interruttiva del possesso se non ad atti che comportino, per il possessore, la perdita materiale del potere di fatto sulla cosa, oppure ad atti giudiziali siccome diretti ad ottenere ope iudicis la privazione del possesso nei confronti del possessore usucapente (Cass. 23-11-2001, n. 14917; Cass. 19-6-2003, n. 9845), è agevole osservare, quanto alla denuncia presentata a suo tempo da Tizio e Caio nei confronti di Mevio e Sempronio che trattasi di atto proveniente dagli stessi possessori e non dai proprietari, significativo semmai della volontà da parte degli attuali ricorrenti di non intendere subire turbative del loro possesso, e che per altro verso non può neppure essere configurato come riconoscimento del diritto del proprietario da parte del possessore; sulla base del principio di diritto sopra richiamato è poi evidente che anche la denuncia presentata da Mevio e Sempronio per violazione del loro diritto di proprietà deve ritenersi ininfluente sulla prosecuzione del possesso sui beni, non impedito materialmente né contestato in modo idoneo.

Pertanto, poiché l’erronea considerazione dei suddetti atti da parte del giudice di appello ha avuto un rilievo decisivo anche in ordine all’apprezzamento degli ulteriori elementi di prova costituiti essenzialmente dalle dichiarazioni dei testi escussi, la Suprema Corte ha ritenuto che occorra procedere ad una nuova valutazione del materiale probatorio in ordine all’invocato possesso ad usucapionem da parte degli attuali ricorrenti, ed ha pertanto cassato la sentenza impugnata, rinviando la causa ad altra sezione della Corte di Appello di Milano.

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L’azione giudiziale per l’annullamento del licenziamento illegittimo va proposta nel termine quinquennale di prescrizione di cui all’art. 1442 c.c.

Cassazione civile, Sez. III, 2 novembre 2010, n. 22274

Rapporto di lavoro subordinato – Licenziamento – Impugnazione – Azione giudiziale di annullamento del licenziamento illegittimo – Termine quinquennale di prescrizione – Decorrenza.

Una volta osservato il termine di 60 giorni previsto – a pena di decadenza – dall’art. 6, legge n. 604/1966 per l’impugnazione stragiudiziale del licenziamento da parte del lavoratore, la successiva azione giudiziale di annullamento del licenziamento illegittimo può essere proposta nel termine quinquennale di prescrizione di cui all’art. 1442 c.c., decorrente dalla comunicazione del recesso, senza che tale termine possa restare idoneamente interrotto dal compimento di una diversa attività (quale, ad esempio, l’istanza per il tentativo di conciliazione stragiudiziale).

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Il danno non patrimoniale va sempre provato

Tribunale di Bari, Sez. III, 15 ottobre 2010

Danno non patrimoniale – Danno conseguenza – Onere della prova – Mezzi di prova – Nozioni di comune esperienza e presunzioni – Ammissibilità.

Il danno non patrimoniale, anche quando sia determinato dalla lesione di diritti inviolabili della persona, costituisce danno conseguenza (Cass. n. 8827/2003; n. 8828/2003; n. 16004/2003), che deve essere allegato e provato.

Va disattesa, pertanto, la tesi che identifica il danno con l’evento dannoso, parlando di danno evento.
Tale tesi, enunciata dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 184/1986, è stata superata dalla successiva sentenza n. 372/1994, seguita dalla Corte di Cassazione con le sentenze gemelle n. 8827 e n. 8828/2003.
Ugualmente da respingere è la variante costituita dall’affermazione che nel caso di lesione di valori della persona il danno sarebbe in re ipsa, perché la tesi snatura la funzione del risarcimento, che verrebbe concesso non in conseguenza dell’effettivo accertamento di un danno, ma quale pena privata per un comportamento lesivo.

Per quanto concerne i mezzi di prova, per il danno biologico la vigente normativa (d.lgs. n. 209/2005, artt. 138 e 139) richiede l’accertamento medico-legale.
Tuttavia, così come è nei poteri del giudice disattendere, motivatamente, le opinioni del consulente tecnico, del pari il giudice potrà non disporre l’accertamento medico-legale, non solo nel caso in cui l’indagine sulla persona sia impossibile (perché deceduta o per altre cause), ma anche quando lo ritenga, motivatamente, superfluo, e porre a fondamento della sua decisione tutti gli altri elementi utili acquisiti al processo (documenti, testimonianze), nonché avvalersi delle nozioni di comune esperienza e delle presunzioni.

Per gli altri pregiudizi non patrimoniali potrà farsi ricorso alla prova testimoniale, documentale e presuntiva.
Attenendo il pregiudizio (non biologico) ad un bene immateriale, il ricorso alla prova presuntiva è destinato ad assumere particolare rilievo, e potrà costituire anche l’unica fonte per la formazione del convincimento del giudice, non trattandosi di mezzo di prova di rango inferiore agli altri (v., tra le tante, Cass. n. 9834/2002). Il danneggiato dovrà tuttavia allegare tutti gli elementi che, nella concreta fattispecie, siano idonei a fornire la serie concatenata di fatti noti che consentano di risalire al fatto ignoto.

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Il Comune è responsabile dei danni derivanti dalla caduta occorsa ad un motociclista a causa del fondo stradale sdrucciolevole di una via del centro cittadino

Cassazione civile, Sez. III, 15 ottobre 2010, n. 21328

Danno cagionato da cosa in custodia – Bene demaniale – Responsabilità del custode – Criteri di valutazione della esigibilità della custodia.

La presunzione di responsabilità per danni da cose in custodia, prevista dall’art. 2051 c.c., trova applicazione per i danni subiti dagli utenti dei beni demaniali, tra i quali le strade, tutte le volte in cui sia possibile, da parte dell’ente proprietario o che abbia la disponibilità e il godimento della res, la custodia intesa come potere di fatto o signoria sul bene medesimo.
La nozione della custodia rappresenta dunque un elemento strutturale dell’illecito, che qualifica il potere dell’ente sul bene che esso amministra nell’interesse pubblico. I criteri di valutazione della c.d. esigibilità della custodia ineriscono alla natura ed alle caratteristiche del bene da custodire e, dunque, riguardano la sua estensione, la sua dimensione, le dotazioni ed i sistemi di assistenza, di sicurezza, di segnalazioni di pericolo, generico e specifico, che sono funzionali alla sicurezza della circolazione ed in particolare dell’utente, persona fisica, che quotidianamente percorre quel tratto stradale.

La responsabilità dell’ente resta esclusa in presenza di caso fortuito, la cui prova grava sull’ente medesimo, per effetto della presunzione iuris tantum, ovvero se l’utente danneggiato abbia tenuto un comportamento colposo tale da interrompere il nesso eziologico tra la causa del danno e il danno stesso, potendosi eventualmente ritenere, ai sensi dell’art. 1227 c.c., comma 1 un concorso di colpa idoneo a diminuire, in proporzione della incidenza causale, la responsabilità della pubblica amministrazione, sempre che tale concorso sia stato dedotto e provato.

Facendo applicazione di tali principi, la Suprema Corte ha ritenuto che nel caso sottoposto al suo esame, riguardante il sinistro occorso ad un motociclista, caduto con la sua moto su una via del centro storico a causa del fondo stradale scivoloso, sussistesse la responsabilità del Comune ai sensi dell’art. 2051 c.c., in quanto il centro cittadino, particolarmente frequentato da pedoni e da veicoli, rientra senz’altro nelle possibilità di controllo e di adeguato esercizio dei poteri di custodia e relativi provvedimenti cautelari, vuoi con la presenza di vigili, vuoi con la apposizione di segnali che evidenzino il pericolo generico di strada antica e sdrucciolevole per la presenza di fossati e dislivelli.

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Ai prossimi congiunti di persona che abbia subito, a causa del fatto illecito costituente reato, lesioni personali, spetta anche il risarcimento del danno non patrimoniale

Cassazione civile, Sez. III, 5 ottobre 2010, n. 20667

Obbligazioni e contratti – Inadempimento – Responsabilità medica – Fatto illecito costituente reato - Risarcimento del danno non patrimoniale – Legittimazione del congiunto ad agire iure proprio - Liquidazione in via equitativa.

Ai prossimi congiunti di persona che abbia subito, a causa del fatto illecito costituente reato, lesioni personali (trattasi, nel caso di specie, di minore che alla nascita ha riportato lesioni personali – con esiti di inabilità permanente – imputabili a colpa dei sanitari che avevano assistito sua madre prima, durante e dopo il parto), spetta anche il risarcimento del danno non patrimoniale, concretamente accertato in relazione ad una particolare situazione affettiva con la vittima, non essendo ostativo il disposto dell’art. 1223 c.c., in quanto anche tale danno trova causa immediata e diretta nel fatto dannoso, con conseguente legittimazione del congiunto ad agire iure proprio contro il responsabile (in termini, cfr. Cass. n. 9556/2002).

La liquidazione di tale danno non può che avvenire in via equitativa, con una valutazione complessiva del danno non patrimoniale, potendosi ricorrere a presunzioni sulla base di elementi obiettivi, forniti dal danneggiato quali le abitudini di vita, la consistenza del nucleo familiare e la compromissione delle esigenze familiari.

» vai alla sentenza per esteso

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Controversie attinenti ad un rapporto di lavoro autonomo con una pubblica amministrazione e relativa giurisdizione, ordinaria o amministrativa

Cassazione civile, Sez. unite, 15 settembre 2010, n. 19550

Rapporto di lavoro autonomo con una pubblica amministrazione – Controversie attinenti a tale rapporto di lavoro – Giurisdizione amministrativa e giurisdizione ordinaria – Configurabilità.

Ove il rapporto di lavoro con una pubblica amministrazione sia qualificabile come rapporto di lavoro autonomo, la regola generale è che le relative controversie rientrano nella giurisdizione dell’autorità giudiziaria ordinaria, ma va fatta eccezione per quelle che riguardano l’impugnazione del provvedimento di assegnazione dell’incarico (o di conferma dello stesso), ove tale provvedimento, avente la natura dell’atto di nomina, implichi una valutazione comparativa dell’idoneità del lavoratore autonomo a svolgere l’incarico in riferimento ad altri aspiranti all’incarico, i quali sono tutti titolari di una posizione di interesse legittimo, tutelabile dinanzi al giudice amministrativo (cfr. Cass., Sez. unite, 11 febbraio 2003, n. 2065).

In senso conforme Cass., Sez. unite, 22 novembre 1996, n. 10324 che, in tema di rapporto fra Unità Sanitaria Locale (U.S.L.) e medico in regime di convenzionamento ex art. 48, legge 23 dicembre 1978, n. 833, ha affermato che, mentre le controversie attinenti alla fase che precede la stipula della convenzione rientrano nella giurisdizione di legittimità del giudice amministrativo, riferendosi all’esercizio di un potere discrezionale della pubblica amministrazione – potere che deve essere esercitato nel rispetto della normativa che disciplina tale attività amministrativa, che si sostanzia nella valutazione dei titoli e delle eventuali incompatibilità dei candidati e che culmina nella formazione della graduatoria – rispetto al quale gli aspiranti vengono a trovarsi in una posizione di interesse legittimo, le controversie attinenti, una volta stipulata la convenzione, allo svolgimento (o alla risoluzione) del rapporto (di lavoro autonomo) rientrano nella giurisdizione del giudice ordinario, atteso che il rapporto stesso, da ricondurre nell’ambito della categoria della parasubordinazione, attribuisce al medico veri e propri diritti soggettivi.

Pertanto, ove il rapporto di lavoro con una pubblica amministrazione sia qualificabile come rapporto di lavoro autonomo, le controversie attinenti alla fase che precede la stipula della convenzione, ove si riferiscano all’esercizio di un potere discrezionale della pubblica amministrazione – potere che deve essere esercitato nel rispetto della normativa che disciplina tale attività amministrativa, che si sostanzia nella valutazione dei titoli e delle eventuali incompatibilità dei candidati e che culmina nella formazione della graduatoria – rispetto al quale gli aspiranti vengono a trovarsi in una posizione di interesse legittimo, rientrano nella giurisdizione di legittimità del giudice amministrativo.

Viceversa, una volta stipulata la convenzione, le controversie attinenti allo svolgimento (o alla risoluzione) del rapporto (di lavoro autonomo) rientrano nella giurisdizione del giudice ordinario, atteso che il rapporto stesso, da ricondurre nell’ambito della categoria della parasubordinazione, attribuisce al medico veri e propri diritti soggettivi.

Nel caso posto all’attenzione della Suprema Corte, vertendosi nella fase della procedura concorsuale, sono identificabili posizioni di interesse legittimo dei concorrenti a che la pubblica amministrazione, che ha bandito il concorso, lo espleti nel rispetto dei criteri del bando, per cui sussiste la giurisdizione del giudice amministrativo.

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