Appunti di diritto amministrativo e civile

a cura dell'avv. Raffaello G. Orofino

Archivio » febbraio 2011

Va escluso che tra i doveri di un avvocato sia compreso quello di “aggirare” le prescrizioni di legge, deviandole dallo scopo loro precipuo al fine di far conseguire un vantaggio al proprio cliente

Cassazione civile, Sez. VI, 23 febbraio 2011, n. 4422

Avvocato - Mancata tempestiva presentazione della dichiarazione di successione mortis causa – Mancanza della documentazione necessaria – Accettazione dell’eredità con beneficio d’inventario – Responsabilità professionale – Insussistenza.

L’utilizzazione della accettazione dell’eredità con beneficio di inventario per uno scopo (la dilazione del termine per la presentazione della dichiarazione di successione ai fini fiscali) che è diverso da quello suo proprio (il mantenimento della distinzione tra i patrimoni del defunto e dell’erede), non può considerarsi compresa tra i compiti del professionista incaricato della presentazione di una dichiarazione di successione.

In altri termini, va escluso che tra i doveri di un professionista sia compreso quello di “aggirare” le prescrizioni di legge, deviandole dallo scopo loro proprio.

Ne consegue che non può essere fonte di responsabilità professionale, per il legale che sia stato incaricato della presentazione della dichiarazione di successione in prossimità della scadenza del relativo termine e in mancanza della documentazione necessaria per il tempestivo adempimento della prestazione, omettere di consigliare al cliente di accettare l’eredità con beneficio di inventario, in modo da farlo beneficiare della proroga prevista per tale ipotesi dalla legge, trattandosi di una deviazione dell’atto dal suo scopo precipuo (che, lo si ripete, per l’accettazione di eredità con beneficio di inventario non è eludere il termine stabilito per la presentazione della dichiarazione di successione, bensì mantenere distinti i patrimoni del de cuius e dell’erede, per evitare la responsabilità ultra vires).

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La facoltà del legislatore di introdurre deroghe al principio del concorso pubblico deve essere delimitata in modo rigoroso, potendo tali deroghe essere considerate legittime solo quando siano funzionali esse stesse al buon andamento dell’amministrazione e ove ricorrano peculiari e straordinarie esigenze di interesse pubblico idonee a giustificarle

Corte costituzionale, 18 febbraio 2011, n. 52

Principio del pubblico concorso quale regola generale per l’accesso all’impiego alle dipendenze di pubbliche amministrazioni – Ammissibilità di eventuali deroghe in presenza di peculiari e straordinarie ragioni di interesse pubblico.

La facoltà del legislatore di introdurre deroghe al principio del concorso pubblico deve essere delimitata in modo rigoroso, potendo tali deroghe essere considerate legittime solo quando siano funzionali esse stesse al buon andamento dell’amministrazione e ove ricorrano peculiari e straordinarie esigenze di interesse pubblico idonee a giustificarle (ex plurimis: sentenze n. 195/2010, n. 150/2010, n. 100/2010, n. 293/2009).

In tale quadro, la Corte costituzionale ha escluso la legittimità di arbitrarie restrizioni alla partecipazione alle procedure selettive, chiarendo che al concorso pubblico deve riconoscersi un ambito di applicazione ampio, tale da non includere soltanto le ipotesi di assunzione di soggetti precedentemente estranei alle pubbliche amministrazioni, ma anche i casi di nuovo inquadramento di dipendenti già in servizio e quelli di trasformazione di rapporti non di ruolo, e non instaurati ab origine mediante concorso, in rapporti di ruolo (sentenze n. 150/2010, n. 293/2009, n. 205/2004).

Nella giurisprudenza costituzionale si è sottolineato, insomma, che il principio del pubblico concorso, pur non essendo incompatibile, nella logica dell’agevolazione del buon andamento della pubblica amministrazione, con la previsione per legge di condizioni di accesso intese a consentire il consolidamento di pregresse esperienze lavorative maturate nella stessa amministrazione, tuttavia non tollera, salvo circostanze del tutto eccezionali, la riserva integrale dei posti disponibili in favore di personale interno.
In particolare, la Corte costituzionale ha ritenuto insufficiente a giustificare la deroga la semplice circostanza che determinate categorie di dipendenti abbiano prestato attività a tempo determinato presso l’amministrazione (sentenza n. 205/2006), come pure la personale aspettativa degli aspiranti ad una misura di stabilizzazione (sentenza n. 81/2006).
Selezioni caratterizzate da una arbitraria forma di restrizione dei soggetti legittimati a parteciparvi sono state ritenute in contrasto con il principio costituzionale di cui si tratta anche in caso di trasformazione di un rapporto contrattuale a tempo indeterminato in rapporto di ruolo (sentenze n. 190/2005, n. 205/2004).

In definitiva, è stato affermato che l’estensione del regime giuridico proprio dell’impiego di ruolo a coloro che erano, precedentemente all’inquadramento, legati con l’amministrazione da un rapporto di diritto privato, nonché l’equiparazione a tutti gli effetti del servizio reso in tale veste a quello prestato nell’ambito di un rapporto di pubblico impiego, risulta in contrasto con il principio di imparzialità, risolvendosi in un ingiustificato privilegio, rispetto alla posizione di coloro che siano stati assunti dall’origine a seguito di regolare concorso pubblico.

Sulle scorta delle argomentazioni che precedono, la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 6, comma 2, della legge della Regione Toscana 29 dicembre 2009, n. 85, ritenendo una siffatta norma orientata a tutelare l’interesse del singolo soggetto, già assunto a tempo indeterminato, con contratto privatistico, da un ente di diritto privato, alla stabilizzazione alle dipendenze dell’ente trasformatosi in ente di diritto pubblico, e che un siffatto interesse non appare idoneo ad assurgere, alla stregua della richiamata giurisprudenza costituzionale in materia, al rango di «peculiare e straordinaria ragione di interesse pubblico», tale da legittimare la deroga alla regola del pubblico concorso per l’accesso all’impiego pubblico.

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