Appunti di diritto amministrativo e civile

a cura dell'avv. Raffaello G. Orofino

Archivio » maggio 2010

La giurisdizione sulla richiesta di risarcimento del danno derivante dalla realizzazione di un’opera pubblica spetta al giudice ordinario

Cassazione civile, Sez. unite, 25 maggio 2010, n. 12792

Responsabilità della pubblica amministrazione - Realizzazione opera pubblica – Danni derivati dall’esecuzione dei lavori – Giurisdizione del giudice ordinario.

Mentre la localizzazione dell’opera pubblica è attività di natura provvedimentale, non lo sono la sua concreta realizzazione e manutenzione, attività queste di natura materiale nello svolgere le quali non i soli soggetti privati cui sia affidata l’esecuzione dell’opera, ma la stessa pubblica amministrazione che se ne faccia esecutrice debbono osservare le regole tecniche ed i canoni di diligenza e prudenza (Cass., Sez. unite, 13 dicembre 2007, n. 26108; Cass., 28 dicembre 2007, n. 27187).

Pertanto, la giurisdizione sulla domanda diretta ad ottenere il risarcimento dei danni derivanti dalla esecuzione di siffatta opera (nel caso di specie: un parcheggio sotterraneo, dalla cui realizzazione – a detta dell’attore – erano derivati danni al fabbricato di sua proprietà) spetta al giudice ordinario non soltanto in confronto della parte privata che ha eseguito i lavori, ma anche della parte pubblica che li ha commissionati.

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La responsabilità da cose in custodia presuppone la ricorrenza dell’insidia e della imprevedibilità della stessa per il danneggiato

Cassazione civile, Sez. III, 13 maggio 2010, n. 11592

Danno cagionato da cosa in custodia – Responsabilità del custode – Presupposti – Insidia o trabocchetto – Imprevedibilità e invisibilità dell’insidia per il danneggiato.

La responsabilità da cose in custodia ex art. 2051 c.c. sussiste essenzialmente sulla base di due presupposti: un’alterazione della cosa che per le sue intrinseche caratteristiche determina la configurazione nel caso concreto della c.d. insidia o trabocchetto, e l’imprevedibilità e invisibilità di tale “alterazione” per il soggetto che, in conseguenza di detta situazione di pericolo, subisce un danno (in tal senso, ex multis, Cass. n. 24428/2009).

Nel caso di specie – riguardante una richiesta di risarcimento dei danni riportati in seguito ad una caduta per le scale di un edificio causata da acqua piovana infiltratasi da una finestra difettosa – la Corte territoriale ha ritenuto «prevedibile» l’evento, essendosi lo stesso verificatosi in un condominio e coinvolgendo un’inquilina, abitante nello stesso da anni e, pertanto, «a conoscenza di tutte le caratteristiche dell’immobile», tra cui «la possibilità per l’acqua piovana di entrare nel palazzo con grande facilità», con conseguente esclusione del diritto al risarcimento del danno.

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Condanna al risarcimento del danno per lite temeraria e relativa quantificazione

Tribunale di Bari, Sez. I civile, 10 maggio 2010

Lite temeraria – Condanna al risarcimento del danno - Liquidazione in via equitativa del danno non patrimoniale – Parametro del danno da violazione del diritto alla ragionevole durata del processo.

La condanna al risarcimento del danno per lite temeraria ex art. 96, comma 1, c.p.c. – ai sensi del quale «se risulta che la parte soccombente ha agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave, il giudice, su istanza dell’altra parte, la condanna, oltre che alle spese, al risarcimento dei danni, che liquida, anche d’ufficio, nella sentenza» - presuppone l’accertamento sia dell’elemento soggettivo, che deve ravvisarsi in tutti quei casi in cui vi sia conoscenza della infondatezza della domanda ovvero difetto della normale diligenza nell’acquisizione di detta conoscenza (come, ad esempio, quando venga contrastato un costante, consolidato e mai smentito indirizzo giurisprudenziale), sia dell’elemento oggettivo, cioè dell’entità del danno sofferto: a tale ultimo fine il riferimento a nozioni di comune esperienza e al principio costituzionalizzato della ragionevole durata del processo, porta a ritenere che ingiustificate condotte processuali oltre a causare danni patrimoniali, producono ex se anche danni non patrimoniali di natura psicologica che vanno liquidati equitativamente sulla base degli elementi in concreto desumibili dagli atti di causa (in tal senso, Cass., Sez. lavoro, 27 novembre 2007, n. 24645).

Il Giudice barese ha ritenuto applicabile tale principio al caso sottoposto al suo giudizio, in cui «si coglie a tutta prima, se non il dolo dell’attrice nell’introdurre la domanda nella piena consapevolezza della sua infondatezza ed a fini solo speculativi, quanto meno la sua colpa grave».
In particolare, l’attrice aveva chiesto che fosse accertata la lesione della sua (asserita) quota di legittima, pretesamente lesa con le disposizioni contenute nel testamento olografo del proprio fratello defunto e, «per l’effetto, dichiarare nullo e improduttivo di ogni e qualsivoglia effetto giuridico il testamento olografo e, conseguentemente, previa determinazione dell’asse ereditario, disporre la reintegrazione della legittima mediante la proporzionale riduzione delle predette disposizioni testamentarie eccedenti la quota di cui il de cuius poteva disporre».
E’ pertanto evidente l’infondatezza della pretesa, posto che l’attrice è semplicemente sorella del de cuius, e quindi non rientra nel novero dei legittimari, atteso che i soggetti ai quali è riservata una quota dell’eredità sono solo quelli tassativamente indicati nell’art. 536 c.c. (vale a dire il coniuge, i figli legittimi, i figli naturali e gli ascendenti legittimi).

Conseguentemente, il Giudice barese ha ritenuto fondata la domanda risarcitoria per responsabilità processuale aggravata ex art. 96 c.p.c. formulata da parte convenuta, posto che «una lettura anche solo sommaria delle norme fondamentali in tema di successione testamentaria avrebbe dovuto consigliare all’attrice maggiore prudenza e, quindi, indurla alla conclusione che ella non poteva seriamente vantare alcun diritto successorio sull’eredità devoluta con testamento pubblico da suo fratello in favore dei convenuti».
Le questioni in esame, infatti, «non sono né controverse né opinabili, ma rappresentano il portato di una conoscenza minima che dovrebbe costituire patrimonio comune di tutti gli operatori del diritto, specie di coloro che intendano far valere pretese in tema di diritto delle successioni».

Il Tribunale di Bari ha infine chiarito che, mentre il danno patrimoniale si identifica con le spese processuali sopportate per la difesa tecnica, il danno non patrimoniale sofferto dai convenuti istanti è in re ipsa: costituisce, infatti, un dato di comune esperienza che condotte processuali avventate producano danni non patrimoniali di natura psicologica e, quindi, una vera e propria lesione all’integrità psico-fisica consistente in una situazione di disagio interiore, posto che il processo è ordinariamente causa di ansia, di stress e di dispendio di tempo ed energie; pertanto, esso è suscettibile di dar luogo al risarcimento dei danni in favore delle parti che lo abbiano irragionevolmente subito.

Posto che la quantificazione del danno non patrimoniale non potrà che essere operata in via equitativa ex artt. 1226 e 2056 c.c., il Giudice barese ha utilizzato quale parametro quello del danno da violazione del diritto alla ragionevole durata del processo (che la Corte europea di Strasburgo liquida in una somma compresa fra € 1.000 ed € 1.500 per ogni anno di ritardo), con conseguente condanna dell’attrice a risarcire a ciascuno dei convenuti la complessiva somma di € 2.500 (pari ad € 1.000 per ogni anno di durata della causa, durata due anni e mezzo), oltre alla condanna al pagamento delle spese processuali in favore delle parti convenute.

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Abuso del processo e spese processuali

Cassazione civile, Sez. I, 3 maggio 2010, n. 10634

Abuso del processo – Spese processuali – Eliminazione degli effetti distorsivi dell’abuso.

Configura un abuso del processo la condotta di coloro i quali, litisconsorti in una medesima procedura, abbiano successivamente proposto - nello stesso ristretto arco temporale, e pur essendo ciascun ricorso basato sul medesimo presupposto giuridico e fattuale e patrocinato dallo stesso difensore - una serie di distinti ricorsi ex lege n. 89/2001 volti al riconoscimento dell’equo indennizzo per l’eccessiva durata della predetta controversia.

Come già spiegato da Cass., Sez. unite, 15 novembre 2007, n. 23726, l’utilizzo dello strumento processuale con modalità tali da arrecare un danno al debitore senza necessità o anche solo apprezzabile vantaggio per il creditore, lede il canone generale di buona fede oggettiva e correttezza, in quanto contrastante con il dovere di solidarietà di cui all’art. 2 della Costituzione, ed è altresì contrario ai principi del giusto processo, in quanto la inutile moltiplicazione dei giudizi produce un effetto inflattivo confliggente con l’obiettivo costituzionalizzato della ragionevole durata del processo di cui all’art. 111 della Costituzione.

Tali principi, pur enunciati in tema di rapporti negoziali, trovano applicazione anche in fattispecie come quella in esame, laddove l’evento causativo del danno e quindi giustificativo della pretesa sia identico come unico sia il soggetto che ne deve rispondere e plurimi sono soltanto i danneggiati, i quali, dopo aver agito unitariamente nel processo presupposto, così dimostrando la carenza di interesse alla diversificazione delle posizioni, ed avere sostanzialmente tenuto la stessa condotta in fase di richiesta dell’indennizzo, agendo contemporaneamente con identico patrocinio legale e proponendo domande connesse per l’oggetto e per il titolo, hanno instaurato singolarmente procedimenti diversificati, pur destinati inevitabilmente (come difatti avvenuto) alla riunione.

Una tale condotta, che è priva di alcuna apprezzabile motivazione e incongrua rispetto alle rilevate modalità di gestione sostanzialmente unitaria delle comuni pretese, contrasta innanzitutto con l’inderogabile dovere di solidarietà sociale, che osta all’esercizio di un diritto con modalità tali da arrecare un danno ad altri soggetti che non sia inevitabile conseguenza di un interesse degno di tutela dell’agente, danno che nella fattispecie graverebbe sullo Stato debitore a causa dell’aumento degli oneri processuali, ma contrasta altresì con il principio costituzionalizzato del giusto processo, inteso come processo di ragionevole durata, posto che la proliferazione oggettivamente non necessaria dei procedimenti incide negativamente sull’organizzazione giudiziaria a causa dell’inflazione delle attività che comporta, con la conseguenza di un generale allungamento dei tempi processuali.

Al riscontrato abuso processuale non può, in ogni caso, conseguire la sanzione dell’inammissibilità dei ricorsi, posto che non è l’accesso in sé allo strumento ad essere illegittimo, ma le modalità con cui lo stesso è avvenuto; dovrà invece procedersi, per quanto possibile, all’eliminazione degli effetti distorsivi dell’abuso (e quindi, nel caso di specie, alla valutazione dell’onere delle spese processuali come se unico fosse stato il procedimento fin dall’origine).

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