Appunti di diritto amministrativo e civile

a cura dell'avv. Raffaello G. Orofino

Archivio » marzo 2010

E’ nulla la delibera condominiale che preveda criteri di ripartizione delle spese comuni in deroga a quanto previsto dall’art. 1123 c.c. o dal regolamento condominiale contrattuale, essendo necessario, a pena di radicale nullità, il consenso unanime di tutti i condomini, anche laddove il nuovo criterio di riparto sia stato posto non in via definitiva ma soltanto contingente e in riferimento a spese straordinarie

Cassazione civile, Sez. II, 19 marzo 2010, n. 6714

Condominio – Ripartizione spese comuni – Modifica dei criteri previsti dall’art. 1123 c.c. o dal regolamento condominiale contrattuale – Necessità del consenso dell’unanimità dei condomini – Nullità della delibera condominiale adottata a maggioranza.

Secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, in materia di delibere condominiali aventi ad oggetto la ripartizione delle spese comuni, occorre distinguere quelle con le quali l’assemblea stabilisce o modifica i criteri di ripartizione in difformità da quanto previsto dall’art. 1123 c.c. o dal regolamento condominiale contrattuale – essendo in tal caso necessario, a pena di radicale nullità, il consenso unanime dei condomini – dalle delibere con le quali, nell’esercizio delle attribuzioni assembleari previste dall’art. 1135 c.c., nn. 2 e 3, vengono in concreto ripartite le spese medesime, atteso che soltanto queste ultime, ove adottate in violazione dei criteri già stabiliti, devono considerarsi annullabili e la relativa impugnazione va proposta nel termine di decadenza di trenta giorni previsto dall’art. 1137 c.c. (Cass. 126/2000; 2301/2001; 17101/2006).
Infatti, l’adozione di criteri diversi da quelli previsti dalla legge o dal regolamento contrattuale, incidendo sui diritti individuali dei singoli condomini, può essere assunta soltanto con una convenzione alla quale aderiscano tutti i condomini, non rientrando nelle attribuzioni dell’assemblea che concernono la gestione delle cose comuni.

La nullità della delibera condominiale, peraltro, va affermata anche quando l’assemblea proceda a una modificazione dei criteri di riparto non in via definitiva ma soltanto contingente e riferita a spese straordinarie, poiché in ogni caso l’assemblea – in mancanza di un accordo unanime dei condomini – non ha il potere di stabilire o modificare i criteri di riparto delle spese in violazione delle prescrizioni stabilite dall’art. 1123 c.c., secondo cui i contributi devono essere corrisposti dai condomini in base alle tabelle millesimali, atteso che tale determinazione non rientra nelle attribuzioni conferite all’assemblea dall’art. 1135 c.c..
Si configura, invece, l’annullabilità della delibera quando l’assemblea, senza adottare alcuna decisione in merito ai criteri da seguire, si sia limitata a ripartire le spese in violazione delle disposizioni di cui all’art. 1123 c.c..

Ebbene, la sentenza gravata nel caso di specie non si è attenuta ai principi sopra esposti ma, ritenendo erroneamente che la delibera di ripartizione delle spese una tantum e non definitiva sarebbe annullabile e non già nulla, non ha compiuto gli accertamenti indispensabili al fine di stabilire se si fosse in presenza di una delibera affetta o meno da nullità, posto che avrebbe dovuto verificare se oggetto della deliberazione dell’assemblea fosse stata o meno la previsione e quindi l’adozione del criterio di ripartizione della spesa, ovvero se l’assemblea – senza compiere alcuna determinazione in ordine ai criteri di riparto da adottare – si fosse limitata ad approvare la ripartizione.
Nella prima ipotesi, la delibera, qualora fosse stata adottata in violazione dei criteri di cui all’art. 1123 c.c., sarebbe affetta da nullità, che può essere fatta valere, ex art. 1421 c.c., da qualunque interessato e quindi anche dal condomino che abbia espresso voto favorevole (Cass. 5626/2002), indipendentemente dal decorso del termine sancito per l’impugnazione delle delibere annullabili.

In virtù delle considerazioni che precedono, la sentenza di merito è stata cassata, con rinvio ad altro Giudice, che dovrà attenersi al seguente principio di diritto: «In materia di delibere condominiali sono affette da nullità – che anche il condominio il quale abbia espresso il voto favorevole può fare valere – quelle con cui a maggioranza sono stabiliti o modificati i criteri di ripartizione delle spese comuni in difformità da quanto previsto dall’art. 1123 c.c. o dal regolamento condominiale contrattuale, essendo necessario, a pena di radicale nullità, il consenso unanime dei condomini, mentre sono annullabili e, come tali, suscettibili di essere impugnate nel termine di decadenza di trenta giorni di cui all’art. 1137 c.c., u.c., le delibere con cui l’assemblea, nell’esercizio delle attribuzioni previste dall’art. 1135 c.c., nn. 2 e 3, determina in concreto la ripartizione delle spese medesime in difformità dei criteri di cui al citato art. 1123 c.c.».

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Giudizio di opposizione al procedimento di liquidazione degli onorari di avvocato: non impugnabilità del provvedimento conclusivo

Cassazione civile, Sez. II, 15 marzo 2010, n. 6225

Onorari di avvocato – Giudizio di opposizione al procedimento di liquidazione – Natura di ordinanza non impugnabile del provvedimento conclusivo del giudizio.

In tema di onorari di avvocato, il giudizio di opposizione al procedimento di liquidazione deve svolgersi in ogni caso a norma della l. 13 giugno 1942, n. 794, artt. 29 e 30, e cioè essere deciso in camera di consiglio con ordinanza non impugnabile, con la conseguenza che, anche se sia stato seguito il rito ordinario, al provvedimento conclusivo, pur se adottato nella forma della sentenza, deve riconoscersi natura sostanziale di ordinanza, sottratta all’appello ed impugnabile solo con il ricorso per cassazione ex art. 111 Cost., salvo che la contestazione involga i presupposti stessi del diritto del patrono al compenso per prestazioni giudiziali in materia civile, e non già la sola misura di questo.

Pertanto, qualora l’opponente non ponga in discussione, nell’originario atto di opposizione, il preesistente rapporto professionale o l’effettività delle prestazioni, ma si limiti a dedurre l’incongruità dell’onorario, il giudizio di opposizione rientrerà pienamente nell’ambito della l. n. 794 del 1942, art. 30, ed il relativo provvedimento adottato dal Tribunale, pur avendo veste formale di sentenza, avrà in realtà natura di ordinanza non impugnabile, ricorribile esclusivamente per cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost.

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Va riconosciuto il diritto al risarcimento del danno a chi, pur non avendo un diritto pieno al bene finale della vita per il cui conseguimento ha partecipato al procedimento, abbia subito, per effetto di comportamento colposo della p.a., un danno da ritardo non scusabile, in relazione ad altri elementi del suo patrimonio

Consiglio di Stato, Sez. IV, 12 marzo 2010, n. 1467

Interesse al giusto procedimento amministrativo – Lesione – Danno da ritardo non scusabile – Responsabilità della pubblica amministrazione.

Per diffuso orientamento giurisprudenziale, il danno da ritardo è risarcibile solo se il privato abbia titolo al rilascio del provvedimento finale, se cioè gli spetti il «bene della vita» (Cons. Stato, Adunanza plenaria, 15 settembre 2005, n. 7); si ritiene inoltre, nell’ambito di tale indirizzo, che il titolo al risarcimento andrebbe accertato azionando il procedimento del silenzio e sindacando il successivo diniego espresso, ovvero, all’opposto, che il giudice, adito in sede risarcitoria, dovrebbe effettuare un giudizio prognostico sulla spettanza del titolo, ai soli fini del risarcimento (cfr. Cons. St., Sez. IV, 29 gennaio 2008, n. 248).

Tuttavia, qualora il privato, pur non avendo un diritto pieno al bene finale della vita per il cui conseguimento ha partecipato al procedimento, abbia subito, solo per effetto di comportamento colposo dell’amministrazione, un danno da ritardo non scusabile, in relazione ad altri elementi del patrimonio del singolo, esterni a quelli coinvolti dal “contatto” ma comunque sempre legati al primo da un nesso di necessaria consequenzialità, ugualmente dovrà riconoscersi la risarcibilità di tale tipologia di danno.

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Lesione dell’interesse al giusto procedimento e responsabilità della pubblica amministrazione

Consiglio di Stato, Sez. IV, 12 marzo 2010, n. 1467

Interesse al giusto procedimento amministrativo – Lesione – Responsabilità della pubblica amministrazione.

La responsabilità della pubblica amministrazione va ricostruita in termini parzialmente diversi da quelli della responsabilità civile.
In particolare, la responsabilità per colpa della pubblica amministrazione non è di tipo oggettivo o formale.
Sia la sentenza della Corte di Cassazione n. 500/1999, sia la costante giurisprudenza successiva, riconducono la colpa non a mera «inosservanza di leggi regolamenti, ordini o discipline», secondo la nozione fornita dall’art. 43 del codice penale, ma a violazione dei canoni di imparzialità, correttezza e buona amministrazione, ovvero a negligenze, omissioni o errori interpretativi di norme, ritenuti non scusabili; tra le negligenze inescusabili vanno annoverati comportamenti sciatti, superficiali, sbrigativi nel compiere operazioni valutative di agevole e semplice esecuzione, come la verifica dell’esistenza o meno di titoli facili da verificare e non comportanti sottili e complicate indagini.

Sotto quest’ultimo profilo, anche la prova della colpevolezza – che difficilmente, in base ai parametri indicati, può ritenersi in re ipsa – non può non connettersi alla particolare dimensione della responsabilità dell’Amministrazione per lesione di interessi legittimi, responsabilità che l’elaborazione giurisprudenziale rende non del tutto coincidente con quella aquiliana, sussistendo anche profili (rilevanti, in particolare, sul piano probatorio) assimilabili più a quelli della responsabilità contrattuale, in considerazione della natura dell’interesse protetto di chi instauri un rapporto procedimentale con l’Amministrazione.
Tale interesse è sinteticamente definibile come quello strumentale al c.d. giusto procedimento, che richiede competenza, attenzione, celerità ed efficacia, quali necessari parametri di valutazione dell’azione amministrativa, che in certa misura trascendono quelli tipicamente civilistici della correttezza e buona fede e sulla base dei quali occorre procedere alla valutazione dell’esistenza o meno dell’elemento “psicologico” (rectius: soggettivo) della colpa.

Nell’ambito di una configurazione strumentale e procedimentale del diritto al risarcimento del danno, in quanto connesso alla pretesa lesione di un interesse legittimo, si parla, a tal riguardo, di una specifica relazione tra pubblica amministrazione e cittadino, preventiva rispetto al fatto o atto produttivo di danno e perciò distinta dalla pura e semplice responsabilità extracontrattuale; relazione che ormai nel linguaggio giuridico ha assunto la denominazione di “contatto sociale qualificato” o di “responsabilità da contatto”, implicante, appunto, da parte della P. A. il corretto sviluppo dell’iter procedimentale non solo secondo le regole generali di diligenza, prudenza e perizia, ma anche e soprattutto quelle specifiche del procedimento amministrativo, sulla base delle quali avviene la legittima emanazione del provvedimento finale (cfr. Cons. St., Sez. VI, 18 marzo 2008, n. 1137; Cons. St., Sez. V, 2 settembre 2005, n. 4461).

In base alla costruzione della “responsabilità da contatto“, anche se la presenza di vizi di illegittimità del provvedimento definitivo non integra di per sé gli estremi di una condotta colposa al fine risarcitorio nei confronti del destinatario dell’atto, non v’è dubbio tuttavia che essa vada accertata in relazione alle singole fattispecie concrete, prendendosi in considerazione il comportamento complessivo degli organi che sono intervenuti nel procedimento e valutandolo alla luce delle regole generali e speciali del procedimento stesso.
Ove quelle regole non siano state rispettate, occorrerà ulteriormente valutarsi se il quadro delle norme rilevanti ai fini dell’adozione della statuizione finale, la presenza di possibili incertezze interpretative in relazione al contenuto prescrittivo delle disposizioni medesime, le condizioni particolarmente gravose e complesse del procedimento ed altre circostanze concrete possano escludere qualsiasi atteggiamento di colpa e configurare una causa esimente della responsabilità (cfr. Cons. St., Sez. VI, 13 dicembre 2006, n. 7386; Cons. St., Sez. IV, 10 agosto 2004, n. 5500; Cons. St., 19 dicembre 2003, n. 8363; Cons. St., Sez. V, 4 febbraio 2003, n. 529; Cass., Sez. I, 4 aprile 2003, n. 5259).

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Il tubo di scarico dei fumi della caldaia dell’impianto termico deve essere posto a distanza tale dal confine da evitare danni al vicino conseguenti alla diffusione dei fumi con penetrazione all’interno della sua abitazione

Tribunale di Bari, Sez. distaccata di Acquaviva delle Fonti, 4 marzo 2010

Proprietà – Distanze legali – Tubo di scarico dei fumi della caldaia dell’impianto termico.

Tizio chiede la condanna di Caio a spostare il tubo di scarico dei fumi della caldaia dell’impianto termico della sua abitazione, in modo da porre lo stesso a distanza legale ed impedire le immissioni di fumo nella proprietà di Tizio attraverso l’adiacente finestra.

Data tale situazione di fatto, ha ritenuto il Giudice barese che nel caso di specie debba trovare applicazione non già l’art. 889 c.c. («distanze per pozzi, cisterne, fosse e tubi»), bensì il successivo art. 890 («distanze per fabbriche e depositi nocivi o pericolosi»), avendo Tizio fatto espresso riferimento alla necessità di impedire immissioni dannose nella sua proprietà: tale ultima norma, infatti, impone di preservare i fondi vicini da ogni danno derivante dalla fabbricazione sul confine di un camino (o di una canna fumaria, che ha analoga funzione), il quale deve essere posto a distanza tale da evitare danni ai vicini conseguenti alla diffusione dei fumi con penetrazione all’interno delle loro abitazioni.

Ciò premesso, ha ritenuto il Giudice che nel caso sottoposto al suo esame lo sfogo dei fumi della caldaia di Caio, collocato alla medesima altezza della finestra del vicino e a soli 95 cm. da essa, non fosse idoneo a soddisfare le esigenze di sicurezza previste dall’art. 890 c.c., ed ha pertanto disposto l’arretramento del tubo di scarico (il cui punto più vicino si trova ad appena 12,5 cm. dal muro di confine) sino alla distanza di un metro, che va misurata dalla parte esterna del muro comune prospiciente l’immobile di proprietà di Caio (v., per tale criterio di misurazione, Cass. 10 marzo 1987, n. 2479: «mentre nel caso in cui il muro sul confine è di esclusiva proprietà di colui che sul proprio fondo abbia collocato uno o più dei manufatti elencati negli artt. 889 e 890 del codice civile, la distanza deve essere misurata tra i medesimi e l’effettivo confine tra i due fondi, quando, invece, il muro divisorio è comune ai proprietari di questi ultimi, la distanza va calcolata dalla parete esterna del muro più vicina ai manufatti, per l’assorbente e decisiva considerazione che, in tal ipotesi, il confine tra il fondo di proprietà esclusiva in cui si trovano le opere per le quali è prescritta la distanza e quello di proprietà aliena, è costituito dal detto muro e non dalla sua linea mediana, perché l’intero muro, essendo indiviso, si considera anche altrui rispetto al proprietario del fondo nel quale sono state sistemate le opere in questione»).

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Danno da vacanza rovinata e responsabilità del tour operator

Cassazione civile, Sez. III, 4 marzo 2010, n. 5189

Danno da vacanza rovinata – Diligenza nell’adempimento delle obbligazioni – Responsabilità del tour operator.

Con il contratto avente ad oggetto un pacchetto turistico “tutto compreso”, sottoscritto dall’utente sulla base di una articolata proposta contrattuale, spesso basata su un depliant illustrativo, l’organizzatore o il venditore assumono specifici obblighi, soprattutto di tipo qualitativo (riguardo a modalità di viaggio, sistemazione alberghiera, livello dei servizi, etc.), che vanno esattamente adempiuti.

Pertanto, laddove la prestazione non risulti esattamente realizzata, sulla base di quel criterio medio di diligenza nell’adempimento delle obbligazioni di cui all’art. 1176 c.c., sussisterà responsabilità contrattuale dell’organizzatore e del venditore (con conseguente obbligo di risarcimento del danno procurato), a meno che organizzatore e venditore non provino che l’inesatto inadempimento non è ad essi imputabile.

In particolare, per evitare il sorgere di responsabilità a loro carico, organizzatore e venditore dovranno provare il caso fortuito o la forza maggiore, o l’esclusiva responsabilità del consumatore, o l’esclusiva responsabilità di un soggetto-terzo, quali eventi successivi alla stipula del “pacchetto”.

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