Appunti di diritto amministrativo e civile

a cura dell'avv. Raffaello G. Orofino

Archivio » gennaio 2010

È possibile la liquidazione in via equitativa del danno da fermo tecnico patito dal proprietario della autovettura danneggiata, anche in assenza di prova specifica in ordine al medesimo

Cassazione civile, Sez. III, 27 gennaio 2010, n. 1688

Responsabilità extracontrattuale – Responsabilità da circolazione di veicoli – Danno da fermo tecnico – Risarcimento in via equitativa.

È possibile la liquidazione in via equitativa del danno da fermo tecnico subito dal proprietario dell’autovettura danneggiata a causa della impossibilità di utilizzarla durante il tempo necessario alla sua riparazione anche in assenza di prova specifica in ordine al medesimo, anche in assenza di prova specifica in ordine al medesimo, rilevando a tal fine la sola circostanza che il danneggiato sia stato privato del veicolo per un certo tempo, anche a prescindere dall’uso effettivo a cui esso era destinato. L’autoveicolo è, difatti, anche durante la sosta forzata, fonte di spesa (tassa di circolazione, premio di assicurazione) comunque sopportata dal proprietario, ed è altresì soggetto a un naturale deprezzamento di valore.

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Il risarcimento del danno si estende agli oneri accessori e consequenziali e, dunque, comprende anche l’IVA, pur se la riparazione non è ancora avvenuta

Cassazione civile, Sez. III, 27 gennaio 2010, n. 1688

Responsabilità extracontrattuale - Responsabilità da circolazione di veicoli - Risarcimento del danno - Oneri accessori e consequenziali – IVA.

Poichè il risarcimento del danno si estende agli oneri accessori e consequenziali, se esso è liquidato in base alle spese da affrontare per riparare un veicolo, il risarcimento comprende anche l’IVA, pur se la riparazione non è ancora avvenuta – a meno che il danneggiato, per l’attività svolta, abbia diritto al rimborso o alla detrazione dell’IVA versata – perchè l’autoriparatore, per legge (D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 18), deve addebitarla, a titolo di rivalsa, al committente.

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Nessuna responsabilità può essere attribuita all’organizzatore di una festa danzante per il sinistro occorso ad un partecipante per il fatto del terzo

Tribunale di Bari, Sez. distaccata di Acquaviva delle Fonti, 14 gennaio 2010

Sinistro occorso durante una festa danzante – Insussistenza di responsabilità oggettiva in capo all’organizzatore dell’evento - Responsabilità dei genitori – Danno cagionato dall’incapace.

Il caso: Tizia partecipa, previo acquisto del relativo biglietto, ad una festa danzante; mentre balla, viene urtata rovinosamente da un bambino che corre incontrollato sulla pista da ballo e, a causa all’urto, cade, riportando lesioni.
Di talché, omesso qualsiasi riferimento normativo alla fonte del diritto che intende far valere, chiama in giudizio l’organizzatore della festa danzante, per sentirlo dichiarare unico responsabile del sinistro occorsole, per non aver «predisposto gli opportuni accorgimenti di vigilanza onde garantire la necessaria sicurezza nello svolgimento della manifestazione», e sentirlo conseguentemente condannare al risarcimento del danno biologico, morale ed esistenziale ed al rimborso delle spese mediche.

Il Giudice unico del Tribunale di Bari, Sez. distaccata di Acquaviva delle Fonti ha, tuttavia, escluso la configurabilità, nel caso di specie, di una delle ipotesi di responsabilità oggettiva previste dal codice civile in tema di fatto illecito (ed in particolare di quella di cui all’art. 2050 c.c., non potendosi certo attribuire all’organizzazione di una festa da ballo il carattere di attività pericolosa), non sussistendo nella fattispecie in parola un fatto o un’azione dannosa del convenuto, né il nesso di causalità che lega il fatto al danno scaturito, né tantomeno la imputabilità soggettiva di chi si assume essere il responsabile dell’azione dannosa, posto che l’azione dannosa è da attribuire in via esclusiva al minorenne che, sfuggito al controllo di chi nell’occasione lo aveva in custodia, ha urtato l’attrice, facendola cadere.
Va ugualmente esclusa una qualche responsabilità del convenuto in virtù della sua qualità di custode dei luoghi, non essendo dovuto il sinistro ad un vizio intrinseco della cosa custodita.

Ne consegue che nessuna responsabilità oggettiva può essere attribuita all’organizzatore della manifestazione, in quanto ad esso non competeva certo il controllo delle condotte dei minori che accedevano allo stabilimento ove si svolgeva la manifestazione, così come normalmente consentito nelle feste che si tengono presso i locali aperti al pubblico, anche se tali condotte avessero assunto carattere violento o comunque tale da essere fonte di pericolo per i terzi, atteso che per tali soggetti, giuridicamente irresponsabili, la legge prevede un obbligo di sorveglianza a carico dei genitori (art. 2048 c.c.) o comunque di chi ne ha la contingente sorveglianza (art. 2047 c.c.).

Pertanto, posto che neppure è stata dimostrata l’assunzione in via contrattuale da parte dell’organizzatore dell’evento di uno specifico obbligo di sorveglianza sulla sicurezza dei partecipanti sotto il profilo della interdizione di intromissioni di terzi nel circuito della pista da ballo, nessuna responsabilità può essere ascritta a quest’ultimo nella causazione del sinistro.

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Danno da infiltrazioni e responsabilità del condominio quale custode delle tubazioni comuni

Tribunale di Bari, Sez. III civile, 14 gennaio 2010

Responsabilità extracontrattuale – Danno cagionato da cosa in custodia – Presunzione di responsabilità in capo al custode per i danni provocati dalla cosa in custodia – Applicabilità alla materia condominiale.

La norma di cui all’art. 2051 c.c., secondo la quale «ciascuno è responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito», prevede una responsabilità presunta in capo al custode per i danni provocati dalla cosa che ha in custodia.
Il fondamento della responsabilità prevista dall’art. 2051 c.c. va individuato nel dovere di custodia che grava sul soggetto (proprietario, usufruttuario, enfiteuta, conduttore) che, a qualsiasi titolo, ha un effettivo e non occasionale potere fisico sulla cosa in relazione all’obbligo di vigilare affinché la stessa non arrechi danni a terzi.
In ogni caso, ai fini del riconoscimento della responsabilità del custode non è necessario che la res sia intrinsecamente pericolosa, ma è sufficiente, perché possa essere riscontrato il rapporto di causalità fra la cosa ed il danno, che la cosa abbia una concreta potenzialità dannosa per sua connaturale forza dinamica o anche statica o per effetto di concause umane o naturali.

Pertanto, nel giudizio avente ad oggetto la richiesta di risarcimento del danno provocato da una cosa in custodia, il danneggiato dovrà dimostrare il danno subito, il rapporto di causalità fra la cosa e l’evento lesivo e la relazione (di proprietà o di uso) intercorrente fra il convenuto e la res (cfr. in tal senso, ex plurimis, Cass. n. 25243/2006), mentre graverà sul custode l’onere di fornire la prova liberatoria idonea a superare la presunzione iuris tantum prevista a suo carico, dimostrando che l’evento dannoso si è verificato per l’intervento di un fattore esterno (fatto del terzo o dello stesso danneggiato, caso fortuito, forza maggiore), idoneo ad interrompere il nesso causale.
La più recente giurisprudenza in materia, infatti, tende ad individuare nella fattispecie prevista dall’art. 2051 c.c. una ipotesi di responsabilità oggettiva in virtù della quale è sufficiente che sussista il nesso causale tra la cosa in custodia ed il danno arrecato, non assumendo rilievo la condotta del custode e l’osservanza o meno di un obbligo di vigilanza da parte sua, giacché funzione della norma è quella di imputare oggettivamente la responsabilità al soggetto che, rivestendo la qualità di custode, è in grado di controllare le modalità d’uso e di conservazione della cosa e di prevenire i rischi ad essa inerenti.

L’anzidetta disciplina trova applicazione anche nel regime del condominio degli edifici, dove l’ente, in veste di custode dei beni e dei servizi comuni, è obbligato ad adottare tutte le misure necessarie affinché le cose comuni non rechino pregiudizio ad alcuno, rispondendo conseguentemente dei danni da queste cagionati sia a terzi che agli stessi condomini.
Pertanto, poiché – ai sensi dell’art. 1117 c.c. – le tubazioni sono beni di proprietà comune fino al punto di diramazione, assolvendo ad una funzione comune fino all’ingresso nella singola unità immobiliare privata, dove la conduttura è predisposta al servizio esclusivo della porzione di proprietà individuale, il condominio può essere chiamato a rispondere ex art. 2051 c.c. in presenza di infiltrazioni dannose dovute a difetti o ad omessa manutenzione o ristrutturazione delle condutture, gravando sullo stesso, in qualità di custode, l’obbligo di mantenerle e conservarle in maniera tale da evitare la produzione di eventi dannosi.

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Nel procedimento davanti al giudice di pace, dopo la prima udienza non è più possibile proporre nuove domande o eccezioni o allegare a fondamento di esse nuovi fatti costitutivi, modificativi o estintivi

Cassazione civile, Sez. III, 4 gennaio 2010, n. 18

Procedimento davanti al giudice di pace – Termine per la proposizione di nuove eccezioni e per le relative allegazioni – Prima udienza.

Nel procedimento davanti al giudice di pace non è configurabile una distinzione tra prima udienza di comparizione e prima udienza di trattazione. Pertanto, dopo la prima udienza non è più possibile proporre nuove domande o eccezioni o allegare a fondamento di esse nuovi fatti costitutivi, modificativi o estintivi.

Pertanto, ai sensi dell’art. 320 c.p.c., comma 3, dopo tale udienza è preclusa alla parte la possibilità di proporre, per la prima volta, l’eccezione di prescrizione presuntiva (v. anche Cass. 29.1.2003 n. 1287).

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