Appunti di diritto amministrativo e civile

a cura dell'avv. Raffaello G. Orofino

Archivio » novembre 2009

Ai fini del risarcimento del danno da ingiusta durata del processo non rilevano il carattere seriale della controversia e le scarse chances di successo della domanda

Cassazione civile , Sez. I, 30 novembre 2009, n. 25244

Ingiusta durata del processo – Risarcimento del danno – Irrilevanza del carattere seriale della controversia e delle ridotte chances di successo della domanda.

In tema di equa riparazione ai sensi della legge n. 89/2001, il danno non patrimoniale è conseguenza normale, ancorchè non automatica e necessaria, della violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, di cui all’art. 6 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.
Pertanto, pur dovendosi escludere la configurabilità di un danno non patrimoniale in re ipsa, ossia di un danno automaticamente insito nell’accertamento della violazione, il giudice, una volta accertata e determinata l’entità della violazione relativa alla durata ragionevole del processo secondo le norme della citata legge n. 89/2001, deve ritenere sussistente il danno non patrimoniale ogniqualvolta non ricorrano, nel caso concreto, circostanze particolari che facciano positivamente escludere che tale danno sia stato subito dal ricorrente (cfr. Cass., Sez. Un., 26 gennaio 2004, n. 1338).

Da tale principio si è discostata la Corte d’appello di Genova, adita al fine di conseguire l’equa riparazione per la lamentata irragionevole durata di un processo amministrativo svoltosi dinanzi al TAR, la quale aveva rilevato che, sebbene l’intempestiva risposta alla domanda di giustizia sia normalmente suscettibile di provocare nel richiedente ansia, disagi e una qualche sofferenza, una tale presunzione non avrebbe potuto accamparsi nel caso di specie, riguardante un ricorso collettivo, proposto su suggerimento di qualche organizzazione sindacale o parasindacale, con scarse possibilità di successo, in quanto diretto a contrastare un orientamento già consolidato dopo alcune incertezze giurisprudenziali; né la parte ricorrente si era fatta carico di supportare la domanda di indennizzo di un qualsivoglia riscontro probatorio, il che – a dire della Corte ligure – avrebbe reso irrealistica l’illazione che essa possa avere vissuto l’attesa del giudizio in condizioni di frustrazione psicologica.

La Suprema Corte ha cassato tale decisione, precisando che non ha alcun rilievo il carattere seriale della controversia, posto che l’ansia e il patema d’animo conseguenti alla pendenza del processo si verificano normalmente anche nei giudizi promossi da una pluralità di attori per il conseguimento del medesimo bene della vita (onde tale aspetto, se può avere un effetto riduttivo dell’entità del risarcimento, non è tuttavia idoneo ad escludere l’esistenza del danno in esame: Cass., Sez. I, 29 settembre 2005, n. 19029), come pure non hanno alcun rilievo le scarse chances di successo dell’azione promossa dinanzi al TAR, dato che l’esito favorevole della lite non condiziona il diritto alla ragionevole durata del processo, né dunque di per sé incide sulla pretesa indennitaria della parte che abbia dovuto sopportare l’eccessiva durata della causa, a meno che si sia resa responsabile di lite temeraria o, comunque, di un vero e proprio abuso del processo.

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Non è necessario proporre querela di falso qualora si intendano provare elementi diversi ed ulteriori rispetto a quanto verbalizzato dal pubblico ufficiale

Cassazione civile, Sez. II, 23 novembre 2009, n. 24662

Atto pubblico – Prova di circostanze ulteriori e diverse rispetto a quelle verbalizzate – Non necessità della querela di falso.

La proposizione della querela di falso non è necessaria nel caso in cui ciò che si intenda provare non sia in contrasto con quanto riportato dal pubblico ufficiale rogante, ma tenda ad appurare elementi diversi ed ulteriori rispetto alle constatazioni verbalizzate (cfr. Cass. n. 10128/2003; Cass. n. 17106/2002).

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Nel caso in cui il compratore di un fondo agisca nei confronti del venditore per ottenere la riduzione del prezzo di acquisto, perché una parte del fondo venduto risulta di proprietà di un terzo, si configura un’ipotesi di evizione parziale, disciplinata dall’art. 1480 c.c.

Cassazione civile, Sez. II, 4 novembre 2009, n. 23343

Obbligazioni – Contratti – Vendita – Vendita di cosa parzialmente di altri – Diritto alla riduzione del prezzo – Prescrizione.

Nel caso in cui il compratore di un fondo agisca nei confronti del venditore per ottenere la riduzione del prezzo di acquisto, oltre al risarcimento del danno, perché una parte del fondo compravenduto risulta di proprietà non del venditore ma di un terzo, si configura un’ipotesi di evizione parziale, disciplinata dall’art. 1480 c.c. (rubricato: “vendita di cosa parzialmente di altri“), con la conseguente inapplicabilità del termine di prescrizione annuale previsto dall’art. 1541 c.c. per la diversa ipotesi di cui all’art. 1538 c.c., riguardante unicamente il caso in cui si accerti che il fondo oggetto della compravendita ha una estensione minore di quella dichiarata dai contraenti (cfr. Cass. n. 3994/1980).

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