Appunti di diritto amministrativo e civile

a cura dell'avv. Raffaello G. Orofino

Archivio » febbraio 2009

La rappresentanza in giudizio per gli atti relativi alla amministrazione dei beni della comunione legale spetta ad entrambi i coniugi singolarmente

Cassazione civile, Sez. II, 27 febbraio 2009, n. 4856

Comunione legale tra coniugi – Amministrazione dei beni della comunione – Azioni reali o con effetti reali a difesa dei beni comuni – Legittimazione del singolo coniuge.

La rappresentanza in giudizio per gli atti relativi alla amministrazione dei beni facenti parte della comunione legale spetta, a norma dell’art. 180 cod. civ., ad entrambi i coniugi, per cui ciascuno di essi è legittimato ad esperire qualsiasi azione di carattere reale o con effetti reali diretta alla tutela della proprietà e del godimento della cosa comune, senza che sia necessaria la partecipazione al giudizio dell’altro coniuge, non vertendosi in una ipotesi di litisconsorzio necessario (cfr. Cass. n. 75/2006; Cass. n. 2106/2000; Cass. n. 4354/1999).
In particolare, si è chiarito che «l’azione di rivendicazione, non inerendo ad un rapporto giuridico plurisoggettivo unico ed inscindibile e non tendendo ad una pronuncia con effetti costitutivi, non introduce un’ipotesi di litisconsorzio necessario, con la conseguenza che essa può essere esercitata da uno solo o da taluni dei comproprietari» (Cass. n. 6637/2002), e che «nelle controversie che abbiano ad oggetto la validità o efficacia del titolo di acquisto di un bene compiuto individualmente da un coniuge in regime di comunione legale, l’altro coniuge, rimasto estraneo alla formazione dell’atto e non intestatario del bene, non è litisconsorte necessario, giacchè l’inclusione del bene nella comunione costituisce un effetto ope legis dell’acquisto compiuto» (Cass. n. 24031/2004; Cass. n. 13941/1999).

Peraltro, a fronte di tale orientamento, ve n’è un altro, nella giurisprudenza della Suprema Corte, che sostiene invece la necessità della integrazione del contraddittorio nei confronti del coniuge in comunione legale che non sia parte di un rapporto processuale (Cass. n. 7271/2008; Cass. n. 12313/2004; Cass., S.U., n. 17952/2007, in tema di preliminare).

  • Print
  • PDF
  • email
  • RSS
  • Facebook
  • Twitter
  • FriendFeed
  • LinkedIn
  • MySpace
  • Digg
  • del.icio.us
  • Wikio IT
  • Google Bookmarks

Il rapporto di lavoro a tempo determinato non può essere risolto anticipatamente per giustificato motivo oggettivo ai sensi della legge 15 luglio 1966, n. 604

Cassazione civile, Sez. lavoro, 10 febbraio 2009, n. 3276

Rapporto di lavoro subordinato a tempo determinato – Risoluzione anticipata da parte del datore di lavoro – Inapplicabilità della legge n. 604/1966 – Ammissibilità del recesso per giusta causa ai sensi dell’art. 2119 c.c. – Inammissibilità del recesso per giustificato motivo oggettivo ex art. 3, legge n. 604/1966.

La disciplina di cui alla legge 15 luglio 1966, n. 604 non si applica, per sua espressa previsione, ai rapporti di lavoro a tempo determinato, ma tale circostanza non esclude che, ricorrendo una giusta causa ascrivibile a comportamenti del lavoratore, il datore non possa recedere dal rapporto, in quanto in tale fattispecie trova pur sempre applicazione l’art. 2119 c.c., norma operante al di fuori della disciplina limitativa dei licenziamenti (cfr., tra le varie conformi, Cass., 23 dicembre 1992, n. 13597; Cass., 1 giugno 2005, n. 11692; Cass., 19 giugno 2007, n. 14186).

Diverso è il discorso per l’ipotesi in cui venga addotta come motivo del recesso ante tempus una riorganizzazione dell’assetto produttivo: in tal caso, stante l’inapplicabilità della richiamata l. n. 604/1966 e non rinvenendosi nel libro quinto del codice civile un’apposita disciplina, deve necessariamente farsi riferimento alle normali regole dei contratti, in forza delle quali non è consentito ad una delle parti contraenti assumere iniziative che eventualmente rendano non più (o meno) utile la prestazione della controparte.
In altri termini, se in un rapporto per il quale non sia previsto preventivamente un limite di durata e sia assistito dalla garanzia di una stabilità (più o meno intensa) può pensarsi che sopravvengano delle ragioni che rendano oggettivamente non più conveniente mantenere in vita il rapporto, ciò non vale quando la durata sia limitata nel tempo, soprattutto se è il datore che, in considerazione di particolari sue esigenze, si avvalga dello strumento del contratto a termine.

La Corte di Cassazione ha pertanto affermato il seguente principio di diritto: «il rapporto di lavoro a tempo determinato, al di fuori del recesso per giusta causa ex art. 2119 c.c., può essere risolto anticipatamente non per giustificato motivo oggettivo ai sensi della l. 15 luglio 1966, n. 604, art. 3, ma solo se ricorrono le ipotesi di risoluzione del contratto previste dagli art. 1453 c.c. e ss. Ne consegue che, qualora il datore di lavoro proceda ad una riorganizzazione del proprio assetto produttivo, non può avvalersi di tale fatto per risolvere in anticipo un contratto di lavoro a tempo determinato».

  • Print
  • PDF
  • email
  • RSS
  • Facebook
  • Twitter
  • FriendFeed
  • LinkedIn
  • MySpace
  • Digg
  • del.icio.us
  • Wikio IT
  • Google Bookmarks

Il disconoscimento della conformità all’originale non esclude il valore della fotocopia, ma onera la parte che l’ha prodotta ad esibire l’originale

Cassazione civile, Sez. lavoro, 2 febbraio 2009, n. 2590

Prova civile – Prova documentale – Copia fotostatica – Disconoscimento della conformità all’originale – Onere di provarne la conformità.

L’esplicito disconoscimento, ai sensi dell’art. 2719 c.c., della conformità all’originale della copia fotografica o fotostatica di un documento non impedisce al giudice di accertare tale conformità, attraverso la produzione o l’esibizione dell’originale (in termini, cfr. Cassazione civile, 17 luglio 2008, n. 19680).

In particolare, la produzione in giudizio della fotocopia della procura alle liti, non autenticata, non comporta automaticamente la nullità o l’inesistenza dell’atto introduttivo per difetto di ius postulandi nel difensore, ancorché la conformità di tale copia all’originale sia stata espressamente disconosciuta dall’altra parte (e dunque, nel caso di specie, l’eccezione formulata dalla controparte è stata giudicata infondata, posto che – a fronte della dedotta censura – la difesa aveva esibito in udienza l’originale della procura).

  • Print
  • PDF
  • email
  • RSS
  • Facebook
  • Twitter
  • FriendFeed
  • LinkedIn
  • MySpace
  • Digg
  • del.icio.us
  • Wikio IT
  • Google Bookmarks