Appunti di diritto amministrativo e civile

a cura dell'avv. Raffaello G. Orofino

Archivio » febbraio 2000

Il danno cagionato dalla fauna selvatica non è risarcibile in base alla presunzione stabilita nell’art. 2052 c.c., ma solamente alla stregua dei principi generali della responsabilità extracontrattuale di cui all’art. 2043 c.c., anche in tema di onere della prova

Cassazione civile, Sez. III, 14 febbraio 2000, n. 1638

Obbligazioni – Responsabilità extracontrattuale – Animali selvatici.

È certamente vero che, rientrando la fauna selvatica – a seguito dell’introduzione dell’art. 1, l. n. 968/1977 (poi ribadito con l’art. 1, l. n. 157/1992) -, nella categoria dei beni patrimoniali indisponibili dello Stato (art. 826, comma 2 c.c.), e non potendo quindi più parlarsi, a proposito di essa, di res nullius, è venuta meno una delle ragioni (l’inesistenza di un proprietario) per cui si è sempre negata l’applicabilità dell’art. 2052 c.c. ai danni provocati da tal genere di animali, anche se vaganti in una riserva di caccia.

È altrettanto vero, tuttavia, che il fondamento primo della responsabilità presunta di cui all’art. 2052 c.c. risiede non tanto nella proprietà (ed infatti in essa incorre anche il semplice utente) quanto nel potere-dovere di custodia, ossia nella concreta possibilità di vigilanza e controllo del comportamento degli animali, per definizione non configurabile nei confronti della selvaggina, la quale tale non sarebbe se non potesse vivere, spostarsi e riprodursi liberamente nel proprio ambiente naturale; di talché può ben dirsi che questo stato di libertà sia concettualmente incompatibile con un qualsiasi obbligo di custodia incombente alla pubblica amministrazione.
La selvaggina, proprio perché vive, come recita l’art. 2 della l. n. 157/1992, «in stato di naturale libertà nel territorio nazionale», non è insomma suscettiva di alcuna forma di soggezione di fatto, né ad integrare un simile rapporto valgono le varie attività di protezione, di incremento e salvaguardia delle specie in via di estinzione e di controllo della caccia, con le quali lo Stato adempie le funzioni di tutela già svolte anche prima dell’assunzione legislativa della proprietà della fauna selvatica.
Peraltro, per giustificare un dovere di custodia, non potrebbe invocarsi, in capo allo Stato o a un qualsiasi altro soggetto pubblico, accanto alla formale proprietà, neppure un più concreto rapporto di “utenza” dell’animale (intesa, nel suo significato tradizionale, come il diritto di trarre da esso i commoda che può fornire mediante ciò che produce oppure con le sue energie di lavoro), giacché la disciplina in esame non ha inteso assicurarne al soggetto pubblico l’uso e il godimento, ma solo predisporre, col riconoscimento della proprietà pubblica, un ulteriore strumento di tutela in vista dello scopo primario della conservazione della selvaggina, con cui non deve contrastare l’esercizio della caccia.

Se ne deve concludere che «il danno cagionato dalla fauna selvatica non è risarcibile in base alla presunzione stabilita nell’art. 2052 c.c., inapplicabile per la natura stessa degli animali selvatici, ma solamente alla stregua dei principi generali della responsabilità extracontrattuale di cui all’art. 2043 c.c., anche in tema di onere della prova (Cass. 15 marzo 1996, n. 2192, con la precisazione che l’eventuale responsabilità aquiliana dev’essere imputata alle Regioni, alle quali è stata trasmessa la potestà di disciplinare la specifica materia; Cass. 12 agosto 1991, n. 8788)».

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